Un vertice sui rifugiati non arriva mai da solo

Articolo pubblicato il 24 ottobre 2017
Articolo pubblicato il 24 ottobre 2017

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Il 17 e 18 marzo 2016 i capi di stato e di governo si sono incontrati nuovamente per discutere, in primo luogo, la crisi dei rifugiati e il piano d’azione comune Ue-Turchia ad essa connesso. Quest’incontro era stato preceduto da altre sedute del Consiglio e riunioni ai vertici dell’Unione europea, finalizzate a trovare un accordo sia all’interno dei 28 Stati membri che con la Turchia.

È una crisi complessa, non esiste una soluzione semplice: questa la descrizione della crisi dei rifugiati reperibile sul sito del Consiglio europeo. Come se questa situazione non fosse già abbastanza critica, in passato gli Stati membri sono riusciti a trovare un consenso spesso e volentieri solo con grande difficoltà. In particolare, alcuni stati, come quelli del gruppo Visegrád, si oppongono alla “cultura dell’accoglienza” di altri paesi (specialmente della Germania). Ma ora che la situazione si è pesantemente aggravata in seguito alla chiusura della rotta balcanica, una decisione si fa sempre più urgente.

La difficile strada verso i dieci punti del piano concordato

Il presidente dell’Unione europea Martin Schulz ha sottolineato, durante una conferenza stampa, che questa era l’ennesima riunione sulla questione dei rifugiati, su cui si è discusso, da novembre 2015, in tre incontri incentrati sul piano d’azione Ue-Turchia, connessi quindi con la crisi migratoria.

Schulz ha difeso a spada tratta il patto Ue-Turchia, mettendo in chiaro che è necessario trovare una soluzione al più presto, ma che, per farlo, è necessario che funzionino i meccanismi del reinsediamento e della ricollocazione. Afferma anche di non riuscire a capire i dibattiti su questi due dispositivi, soprattutto perché le critiche provengono principalmente da stati che non intendono partecipare alla redistribuzione e che, secondo Schulz, hanno avuto un impatto enorme sull’attuale crisi.

Il presidente trascura però il fatto che critiche simili non provengono solo da questi stati.

Chi la dura, la vince?

All’inizio del vertice si sono levate nuovamente alcune voci pessimiste, ad esempio quella del primo ministro belga, che ha affermato di non volere nessun accordo piuttosto che raggiungerne uno sfavorevole. Alla fine, però, tutti i partecipanti si sono trovati d’accordo su un piano composto da dieci punti, che riprende le misure già adottate in precedenza, discusse per l’ultima volta in occasione del vertice speciale del 7 marzo. Inoltre, il piano fa riferimento ai decreti finanziari del Consiglio di febbraio 2016.

Der Plan stellt die „Wiedererlangung der Kontrolle“ über die EU-Außengrenzen wie auch einen Ende der „irregulären Migration“ in den Fokus. In diesem Zusammenhang soll das Geschäftsmodell der Schmuggler zerschlagen werden und den Flüchtlingen sollen Alternativen dazu gegeben werden, um ihr Leben nicht in Gefahr zu setzen, so Angela Merkel.

Il piano verte sul “ripristino dei controlli” lungo le frontiere esterne dell’Ue, così come anche sulla fine dell’”immigrazione irregolare; in questo modo, secondo Angela Merkel, si dovrebbe porre fine alla pratica del traffico illegale, e si potrebbero offrire alternative ai rifugiati affinché non mettano a rischio la loro vita. Concretamente, bisognerebbe potenziare gli hotspot e sostenere con tutti i mezzi necessari la Grecia, che dovrebbe inoltre ricevere aiuto immediato, per migliorare il prima possibile la sua situazione interna e accelerare il processo di ricollocazione al di fuori del Paese. “I rifugiati approdati sulle isole greche dal 20 marzo in poi saranno rimpatriati, e dal 4 aprile comincerà il ricollocamento delle persone, per il quale tutti gli Stati membri si sono dichiarati disponibili, ad eccezione di Ungheria e Slovacchia  che verranno trattate separatamente”, ha aggiunto Angela Merkel. Inoltre, nuove possibili rotte di immigrazione, come ad esempio attraverso l’Italia, saranno tenute sotto vigile osservazione.

Critiche dall’esterno

Già prima della sua approvazione, diverse critiche erano state mosse contro l’accordo, che ha acceso dibattiti su diverse questioni, come il rispetto del diritto internazionale, il programma di liberalizzazione dei visti della Turchia, la questione cipriota, gli hotspot in Grecia: ora bisognerà vedere se l’accordo riuscirà a risolvere queste e altre problematiche, che rimangono in posizione critiche, poiché nessun cambiamento concreto è stato proposto al momento della stesura, ma bensì solo grandi progetti. Per esprimere le proprie critiche e riportare l’attenzione sui rifugiati, poiché è di loro che si parla, Amnesty International ha esposto, davanti alla sede del Consiglio in piazza Schuman, un cartellone con la scritta “Don’t trade refugees” (“non commerciate i rifugiati”). 

Inoltre, un gruppo di cinque attivisti ha organizzato gli #European Black Days, campagna che prevedeva condivisioni sui social network e una veglia davanti alla sede del Consiglio la sera del 17 marzo, che voleva lanciare un messaggio chiaro: “l’accordo è sbagliato, e questa è una pagina nera nella storia europea”, afferma Chloë della squadra organizzativa. “Cambia le modalità con cui l’Ue mostra la sua solidarietà e distrugge tutti i valori che l’Ue difende, ma molte persone non si sentono prese in causa”, aggiunge Chloë. Lei e gli altri attivisti hanno dovuto organizzare questa campagna in cinque giorni, poiché sembrava che nessun’altra azione di questo tipo fosse in programma, e avevano l’intenzione di sensibilizzare i cittadini europei e i politici dell’Unione. “I politici infrangono le leggi già esistenti, come la Convenzione di Ginevra e i diritti umani fondamentali, e si comportano come se questi non fossero mai esistiti”. E la risposta degli attivisti ai trattati dei politici è chiara: “vergognatevi”.

“L’azione è stata un successo”, racconta Chloë. Nonostante i brevi tempi organizzativi, circa 1ooo persone, secondo gli organizzatori, si sono riunite per il sit-in e ha interessato 40 organizzazioni, tra cui ad esempio Amnesty International. Ciononostante, l’accordo è stato siglato, ma rimane una questione complessa. Chloë sostiene che sarebbe bastata solo un po’ di volontà per trovare una soluzione più umana. Ora si vedrà se il piano sarà favorevole per i capi si Stato e di governo, o se invece promuoverà rotte molto più pericolose. Ed è lecito chiedersi se l’accordo, approvato all’unanimità, sia veramente un segno di solidarietà e unione.