Un té alla menta a Parigi con la fotografa di guerra Sandra Calligaro

Articolo pubblicato il 12 marzo 2012
Articolo pubblicato il 12 marzo 2012

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Per gli occidentali, Afghanistan significa “guerra”. Per la fotografa francese Sandra Calligaro, significa “casa”. Da cinque anni vive in Afghanistan. Una conversazione sulla fotografia, sui pregiudizi e sul diventare adulti in terre lontane.

Ancora prima di incontrarla, te la immagini in un certo modo: tormentata, stanca, vestita di nero. Certo, la guerra e gli anni passati tra le bombe, lontano da casa, devono aver lasciato un segno. Sandra Calligaro è una fotografa, ha trent'anni. Vive in Afghanistan da quando ne aveva 25. Visitando la sua homepage si trovano immagini di uomini magri, case distrutte, montagne, sabbia. È così che uno se lo immagina, l'Afghanistan. Ma quando si incontra Sandra, ci si accorge di non sapere niente. Niente sulla sua professione e ancora meno sull'Afghanistan. Su quella che, ormai, è la sua terra.

Bambini rifugiati: a piedi dall'Afghanistan a Roma

In realtà, lei ha ancora l'aspetto della giovane studentessa d'arte che era ancora fino a qualche anno fa. Gli occhi orlati di nero, la pelle chiara. Maglione nero, jeans, scarpe da ginnastica dai colori vivaci. In questi ultimi giorni trascorsi con la sua famiglia, racconta divertita di essersi concessa un'overdose di vino e di formaggio e di aver visitato una mostra. “Tutte cose che a Kabul non mi sogno neanche”, dice ridendo. Durante il nostro incontro ride in continuazione; e se non stesse bevendo un té alla menta, mentre tutti i parigini intorno a lei bevono caffè, la si potrebbe scambiare per una di loro.

L'Afghanistan, un buon posto dove lavorare

Verrebbe da chiedersi cosa ci fa in una terra dimenticata da dio come quella. Cosa mai può averla trascinata fin laggiù? “Un amico mi disse che l'Afghanistan poteva essere un buon posto per lavorare”. Era il 2007, aveva appena finito i suoi studi in fotografia presso un'università parigina. “Ero così giovane - dice - curiosa, spaventata, entusiasta”. Scansa i capelli neri dal volto, il suo sguardo sembra smarrirsi in lontananza. Diventare una fotoreporter di guerra - non era ciò che aveva sempre sognato? Così ha acquistato un biglietto aereo ed è volata a Kabul.

Kabul, 2011.

Mi ricordo la luce. Sole, afa, polvere”. Era una calda giornata di marzo. A Kabul, Sandra sapeva solo tre cose: il numero di un tassista che parlava inglese, l'indirizzo di un hotel dove gli stranieri erano al sicuro e quello di un ristorante dove la sera si ritrovavano i giornalisti occidentali. Per lei era un'avventura, una caccia al tesoro. Un mese e sarebbe tornata a casa, non di più. Cinque annidopo è ancora lì.

In Afghanistan, Sandra è maturata. È qui che è diventata tutto ciò che è ora: una fotografa, una giornalista, una donna adulta. All'inizio ha avuto paura ad andare via da casa da sola. Dopo qualche settimana, sapeva già parlare un po' di Dari, il dialetto persiano che si parla in Afghanistan. Invece delle solite immagini di morte e distruzione, voleva mostrare al mondo la vita quotidiana e trasmettere delle notizie positive. Sandra ha accompagnato dei tossicodipendenti in una clinica di disintossicazione e ha assistito alle prime elezioni libere del paese. Ha attraversato il paese sul sedile posteriore di un taxi, avvolta in un burqa, l'obbiettivo della sua macchina fotografica premuto con cautela contro il finestrino. “Prima, non facevo mai fotografie di paesaggi -  racconta - Ma questi erano i paesaggi più belli che avessi mai visto”.

Sandra ha imparato i costumi locali: una donna parla a bassa voce, siede in silenzio, non dà la mano agli uomini. È sempre stata accettata e nessuno l'ha mai trattata male, al contrario. “La cultura afghana è la più ospitale che abbia mai conosciuto”. Ha viaggiato, vissuto, ha trovato una sistemazione a Kabul tra gli amici, sia occidentali come lei che gente del posto. Sandra vende le sue immagini a Le Monde e a Paris Match. L'Afghanistan è diventato ciò con cui si guadagna da vivere. A Parigi è tornata solo per qualche mese, per ritrovare i suoi genitori e gli amici.

Kabul: "la mia città"

Rifiugiati afgani: ovunque profughi e non uomini

Sandra parla di questo paese come di qualsiasi altro. Quando dice “la mia città” si riferisce a Kabul. Quando sorvola le montagne, poco prima dell'atterraggio, prova la felicità di chi si sente a casa. Per noi l'Afghanistan significa guerra. Per lei semplicemente essere a casa. Il giorno seguente, Sandra lascerà Parigi per tornare in Afghanistan. “Sono contenta di tornare”, dice sorridendo.

Incontrando Sandra Calligaro, si scoprono tre cose: lei, l'Afghanistan, e anche qualcosa di sé. I racconti di Sandra spazzano via le immagini della TV, i pregiudizi e l'impressione che il nostro sia l'unico mondo possibile.

Poche settimane più tardi l'Afghanistan è nel caos: le truppe americane hanno inavvertitamente bruciato dei Corani e l'ira della popolazione locale è sfociata in manifestazioni di violenza in tutto il paese.

Sandra lo aveva previsto. “Da circa 2 anni - mi aveva detto - qualcosa è cambiato.” Era ormai diventato chiaro, che la Nato non avrebbe mantenuto gli impegni presi. “Se chiedi a un afghano cosa significhi per lui la democrazia, ti risponderà: corruzione”. Per la prima volta il suo sguardo si abbassa e indugia sul pavimento. “Ci sarà una guerra civile”.

Nonostante ciò ha deciso di tornare ancora una volta. Nessun altro luogo al mondo, dice, l'ha toccata così profondamente. Non importa dove il destino la porterà in futuro, ciò che ha imparato in Afghanistan le servirà ovunque andrà. Che cosa ha imparato? “Che si deve andare oltre la superficie delle cose - risponde Sandra - Chi vuole comprendere qualcosa, deve scavare a fondo”. Suona come un motto.

Foto: ©Sandra Calligaro