Un secolo di aree protette: tutela o sviluppo?

Articolo pubblicato il 17 settembre 2009
Articolo pubblicato il 17 settembre 2009

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Nel 2009, i primi parchi naturali protetti dell’Unione Europea compiono cento anni. Cafebabel ha intervistato sei persone che gestiscono questi spazi in diversi paesi europei. Tra conservazione e sviluppo, il dibattito è più che mai vivo.

Nel 1909, la Svezia proclamò nove parchi nazionali, le prime aree protette in Europa. Da allora, in Europa, il territorio sotto tutela è cresciuto fino a contare più di 26 000 aree protette nei 27 paesi membri, per una superficie totale di 860 000 chilometri quadrati, circa il 20% dell’intero territorio dell’Unione. Tutti insieme formano la cosiddetta rete Natura 2000, la più estesa rete mondiale di aree protette.

Ricerca di equilibrio

29cm/flickr

Le prime aree protette sorsero con un intento conservatore. È il caso del parco nazionale di Sarek, in Svezia, una delle aree tutelate dal 1909, dove le visite sono limitate e non esiste la possibilità di alloggio. Tuttavia, dagli anni Ottanta, la prospettiva è cambiata, rendendo possibile una compatibilità tra protezionismo e sviluppo socio-economico, come ci spiega Ángel Fernández, direttore del Parco Nazionale di Garajonay, situato nell’isola canaria di La Gomera (Spagna). Fernández ci spiega che l’unico motivo per cui è stato istituito il parco è la volontà di preservare un ecosistema unico, quello della foresta di lauri canaria, oltre che l’esigenza di rispondere ad obiettivi sociali ed economici.

Secondo Juan José Carmona, tecnico dell’associazione ecologista Wwf, all’interno del parco nazionale di Doñana (Spagna), la necessaria differenziazione di utilizzo, a volte, viene erroneamente percepita come una limitazione. Un esempio: «A nessuno verrebbe in mente di costruire una casa sulla piazza di un paese, poiché si tratta di suolo pubblico, lo stesso avviene con le aree protette […]. Esistono zone in cui è possibile realizzare qualsiasi tipo di attività, mentre altre destinate esclusivamente alla conservazione».

Spagna: la più protetta

La Spagna è il Paese dell’Unione Europea con la più alta percentuale di superficie protetta: 142 000 chilometri quadrati, pari al 26% del proprio territorio. Nel 2008, i suoi parchi hanno accolto più di ventuno milioni di visitatori. Nello stesso anno, l’ente autonomo che gestisce i parchi nazionali spagnoli ha condotto uno studio, dal quale è emerso un grande apprezzamento per questi spazi naturali. Più dell’86% degli intervistati ha dichiarato di essere felice di vivere all’interno di un parco naturale e più del 75% considera positivamente il fatto di contribuire allo sviluppo socio-economico della zona. Questi risultati sono in gran parte frutto di un intenso lavoro di dinamizzazione e di apertura alla società svolto dagli enti gestori.

Tina Markun, portavoce del Parco Nazionale di Triglav, in Slovenia, segnala la vincente cooperazione tra gli enti che gestiscono il parco e le comunità locali. Il loro lavoro è vario: sostengono gli artisti locali, promuovo i loro prodotti, offrono programmi divulgativi e di formazione e, soprattutto, creano «occasioni affinché i visitatori possano godere del parco».

Turismo: tutela dei parchi o sviluppo economico?

Secondo Basilio Rodríguez, agricoltore ecologico e impiegato nell’industria della castagna all’interno del parco naturale della Sierra di Aracena e Picos di Aroche (Spagna), si è pensato troppo a promuovere il turismo all’interno delle aree protette; contemporaneamente, però, non si è fatto niente per fermare una burocrazia che ha continuato a colpire gli agricoltori e gli allevatori che «sono i veri protettori del parco». casas Branca/flickr

Dichiarare protetta una zona che avrebbe grandi potenzialità dal punto di vista turistico, è una decisione controversa. È quanto accade con il parco naturale del Sud-est alentejano e della costa vicentina, che comprende 130 chilometri di costa protetta e alcune tra le più belle spiagge del mondo. Tuttavia, Sandra Moutinhos, addetta stampa presso l’Istituto per la tutela della natura e della biodiversità del Portogallo, afferma che la costa sud-est del Portogallo ha trovato la propria strada: attualmente è meta di un turismo di natura (quindi meno stagionale), in abbinamento ad un’offerta gastronomica comprendente i prodotti del mare e della terra e rappresenta un esempio per lo sviluppo di servizi di qualità.

Creare una coscienza ecologica

Visitare le aree protette è un’esperienza che arricchisce. Ci dà la misura del danno che causiamo. Come riassume nel proprio blog la giornalista svedese Sara Jeswani, che la lavora per Effekt, la prima rivista del Paese che affronta il tema del cambiamento climatico, «spesso si pensa che all’interno delle aree naturali più sensibili non ci dovrebbero essere persone. Tuttavia, con il tempo, credo che sia fondamentale che la gente visiti i boschi, i laghi e i prati. Non solo per la nostra soddisfazione, ma soprattutto perché è in questo modo che si forma la consapevolezza delle cose che bisogna proteggere e conservare».