Un rifugio per la libertà siriana a Parigi

Articolo pubblicato il 23 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 23 gennaio 2014

Nel cuore di Pa­ri­gi c'è un posto in cui i ri­fu­gia­ti si­ria­ni si sen­to­no a casa. È il Bi­stro Sy­rien di Al Batin Ahmad. La pa­ro­la d'or­di­ne per en­tra­re? Li­ber­tà. È una fi­ne­stra aper­ta sul mondo per mo­stra­re la vera ri­bel­lio­ne della Siria

Le pareti bianche del ristorante si sono trasformate in una grande lavagna su cui immortalare lo spirito della ribellione. Ovunque si leggono innumerevoli rivendicazioni in arabo che non riesco a decifrare, ma di cui intuisco il significato. Quando chiedo al signor Ahmad di tradurmi alcune scritte, mi spiega che per la gran parte parlano di libertà"Non ce n'è una sola tra queste che possa essere tacciata di islamismo radicale", dice con orgoglio. Tenendo conto che qui non vi è alcun tipo di censura, questo locale mostra ciò che molte notizie che ci giungono da laggiù tentano di nascondere: dietro alla rivoluzione che è iniziata quasi 3 anni fa in Siria, c'è molto di più dell'integralismo.

Situato al numero 14 del boulevard Bonne Nouvelle, il Bistro Syrien si presenta come la casa dei rifugiati. Un posto in cui le luci sono calde e ogni avventore è benvenuto. "Che sia artista, scrittore, attivista politico o gente ordinaria. Sunnita, sciita, cristiano o curdo", dice Al Batin Ahmad, proprietario di questo ristorante di cucina tradizionale siriana. Le sue parole si abbinano a un particolare: sopra il banco all'ingresso del ristorante, accanto a un succulento mucchio di baklawa, vedo una copia del settimanale satirico Le canard enchaîné. Un giornale che non si trova in un posto privo di un forte senso della libertà. Al Batin ha lasciato la città di Nawa 20 anni fa per andare in Svezia e poi trasferirsi a Parigi. Quando è iniziata la primavera araba, ha pensato subito che "anche in Siria sarebbe potuto accadere". E finalmente è successo. Più di 1000 giorni dopo, ad altrettanti chilometri di distanza, questo siriano di 42 anni, dall'aria tranquilla e riservata, ha preso parte alla causa rivoluzionaria dalla sua bottega gastronomica. "La prima manifestazione a Parigi a favore della rivoluzione è nata proprio in questo ristorante", spiega. Accanto a lui, in un angolo, la bandiera dei ribelli brilla di dignità. Verde, bianco e nero. A volte un colore può disegnare una rivoluzione. "Siria non vuol dire regime. Non vuol dire islamismo radicale. La Siria è un agglomerato di popoli e religioni, è una civiltà vecchia 4000 anni. Come ogni altro Paese del mondo, merita la libertà", afferma. Detto da lui, quest'ultima parola suona più pura e straziante che mai.

Come ogni sera molti rifugiati sono venuti a parlare, mangiare e ascoltare. Il signor Ahmad mi presenta alcuni dei suoi ospiti e mi invita a prendere posto con loro, su un tavolo in terrazza. Conversano appassionatamente, mentre fumano la shisha che profuma la fredda brezza invernale. Appena finisce di parlare al telefono, uno di loro si presenta. Houssam Aldeen è un uomo dal volto amabile, giornalista di professione. "Sono freelance e ho lavorato per France 2, per la CNN e la BBC", specifica, in un inglese impeccabile. Ha lasciato Damasco il 29 maggio 2011, quando, dopo essere stato arrestato, la sua attività venne scoperta. "Questo posto per me è un pezzo di Siria, mi fa sentire a casa", dice con gli occhi sinceri. Sostiene che Al Batin è per tutti loro "un vero padre""Ho conosciuto molti siriani che sono arrivati qua senza parlare la lingua, senza soldi, né un posto per dormire. Lui aiuta tutti", mi dice. "Io ho dormito nel suo ristorante", continua. "Ho passato qua anche l'ultimo dell'anno, insieme ad altri 64 rifugiati". Con enorme soddisfazione, aggiunge che per molti Ahmad è un eroe.

Al nostro tavolo c'è anche l'artista Khaled Alkhani. È lui che, 3 mesi fa, ha dipinto il murales che decora l'interno del Bistro Syrien: un gioco di ombre e contorni tiepidi che ci porta direttamente nel cuore del suo passato. Aveva solo 7 anni quando, nel febbraio 1982, l'esercito siriano di Hafez al-Asad rasò al suolo la sua città natale, Hama, per soffocare la ribellione della comunità sunnita. 40.000 persone, tra cui molti civili, vennero massacrate. Tra queste vi era il padre di Khaled. "Gli hanno cavato un occhio proprio davanti a me. Non sono mai riuscito a cancellare questa immagine", ricorda con la rabbia e il dolore sul viso. "D'ora in poi cerchiamo di costruire il futuro della Siria che deve passare attraverso la fine di Bashar al-Asad", dice con convinzione, prima di continuare: "Quelli pensano di essere degli dei e di poter uccidere impunemente". Nonostante sia consapevole del fatto che il costo della rivoluzione sarà alto, "il popolo siriano è disposto a combattere fino all'ultimo respiro per la conquista della libertà, costi quello che costi." In questa marcia verso la libertà, il ristorante si è trasformato in una "finestra sul mondo", un luogo in cui si possa parlare "senza dover chiedere il permesso a nessuno".

A pochi metri da noi, Firas e Sadek si scambiano parole e sorrisi. Entrambi vengono da Damasco ed entrambi sono arrivati a Parigi diversi anni prima che iniziasse la rivoluzione. Il primo è pittore, ma lavora part-time al ristorante "per guadagnare qualcosa""Sono venuto con l'idea di lavorare come fotografo per la moglie del presidente, ma mi sono dovuto porre dei limiti e l'ho fatto", confessa. Sadek Abou Hamed è giornalista di France 24"Un collega francese mi ha chiesto se la rivoluzione siriana è laica. Gli ho risposto che i valori per cui si combatte sono molto più semplici: dignità e libertà", puntualizza, con una precisione professionale. "L'irruzione di gruppi islamici radicali ha rovinato la nostra immagine, ma non è la vera anima della ribellione", dichiara; poi aggiunge: "L'islamismo è il pretesto di cui si è servito l'Occidente per starsene fuori". Firas si alza di fretta: "Scusate se me ne vado, ma il venerdì si gioca a calcio". A pochi metri di distanza, i compagni di squadra sorridono, gridano e si abbracciano. Al Batin, Houssam, Khaled sono tra loro. Tutti si concedono un attimo di gioia e allegria, una parentesi in "questa rivoluzione che si è trasformata in guerra". Un momento per dimenticare il dolore e la mancanza. Grazie al signor Ahmad e al suo piccolo rifugio dal profumo di spezie e dai sapori intensi, tutti hanno trovato il focolare della libertà. Per costruire la libertà del popolo siriano.

"Torno a essere libero, nel modo più autentico, solo grazie alla libertà degli altri: maggiore il numero delle persone libere che mi circondano e più profonda e vasta la loro libertà, più vasta e profonda diventa la mia libertà", Mijaíl Bakunin.

– Questo articolo fa parte del Dossier "Siria" di Cafébabel  –