Un Parlamento diviso? E’ lo specchio dell’Europa

Articolo pubblicato il 05 luglio 2004
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 05 luglio 2004

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Il 13 giugno gli europei hanno votato “no” all’élite politica moderata aprendo la porta agli scettici e ai populisti. E’ dunque questa l’alba politica della nuova Europa?

La Bruxelles del dopo 13 giugno è tutta traballante. Una triste elezione ha messo all’ordine del giorno, nei nuovi e vecchi stati membri, la questione della legittimità dell’unico corpo direttamente elettivo della Ue. Ed i politici di tutto il continente stanno realizzando amaramente che devono il loro successo (o la loro sconfitta) ad un esteso voto di protesta legato alle performance dei governi degli Stati membri. Il popolo si è espresso, e il Parlamento Europeo allargato ha in seno una frangia di euroscettici mai vista sinora. In che modo il Parlamento si adeguerà ai suoi elettori? Come verrà utilizzato il potere dai nuovi rappresentanti dei popoli d’Europa?

Crisi dello spirito bipartisan? Sì e no...

La crescita dei partiti euroscettici di ogni sorta, dagli anti-europei inglesi dell’UKIP agli "eurorealisti" cechi sino alla svedese Lista di giugno, rivela un fallimento a lungo termine della condivisione bipartisan del potere ed una sfiducia verso l’élite politica moderata con cui i partiti transnazionali hanno dominato la scena politica europea degli ultimi 25 anni. Il maggiore partito, che ha aumentato potenzialmente il numero dei suoi seggi (da 200 a 270), ovvero il PPE di centro-destra, viene criticato già dal suo interno di rappresentare una falsa coalizione perché mette insieme federalisti e grandi partiti euroscettici a livello nazionale, solo per metter su una maggioranza relativa di voti nei momenti chiave. Con la defezione di dell’UDF di Francois Bayrou, che si orienta verso uno schieramento di nuova formazione denominato Partito Democratico Europeo, il gruppo di Hans Gert Pöttering potrebbe perdere anche la sua ala federalista, restando così solo con i più euroscettici. Tutti gli occhi sono ora puntati sul Partito Democratico che, vedendo sedere insieme l’europeista Ulivo di Romano Prodi con i liberali dell’ELDR in una coalizione centrista, ammonterebbe approssimativamente a 100 membri e potrebbe sconvolgere l’equilibrio dei poteri in seno al Parlamento Europeo.

Voci di corridoio dicono poi che i due maggiori partiti avrebbero già raggiunto un accordo in modo da metter in piedi un’enorme maggioranza nel nuovo Parlamento. I Socialisti (circa 198 seggi) lo hanno negato. Ciononostante, si fanno sempre più insistenti le voci su di un patto PSE/PPE per la Presidenza del Parlamento con a capo Terry Wynn (PSE, Regno Unito) nella prima metà del mandato parlamentare, ed Hans Gert Pöttering (PPE, Germania) nella seguente. Ed i piccoli gruppi già cominciano a levare le prime proteste. Il loro favore andrebbe invece più simbolicamente al precedente primo ministro francese Michel Rocard o all’incontenibile ex ministro degli esteri polacco Bronislaw Geremek (ELDR).

Nuovi gruppi, vecchi problemi?

Qualunque cosa accada, tutti i gruppi, nuovi e vecchi, hanno di fronte la stessa difficoltà: il bisogno di fortificare delle alleanze su una piattaforma coerente in un ambiente sempre più diviso e contestato. Senza ciò, la necessità di andar oltre i singoli dibattiti nazionali suonerà più che mai vuota, e al contempo resterà del tutto improbabile guadagnare credibilità presso il pubblico europeo. Un approccio diretto all’uomo della strada deve essere il fine ultimo, e questo può esser fatto solamente attraverso un posizionamento definito e distinto di ogni gruppo su quel che l’Europa dovrebbe essere in futuro. Per ora gli euroscettici stanno vincendo questa battaglia facilmente e a suon di vittorie, facendo appello esclusivamente alle proprie radici nazionali. Ma riusciranno a formare una minoranza di blocco in seno all’Europarlamento? Un breve esame della situazione suggerisce quanto sia improbabile credere che questi euro-dissenzienti possano accordarsi stabilmente. Alcuni sono animati da uno scetticismo “in cerca d’autore”, mentre altri come l’UKIP hanno un’agenda puramente anti-europea, in cui si propone il ritiro completo di Londra dall’UE e l’obiettivo, secondo le loro stesse parole, di “sfasciare” il Parlamento Europeo. Partendo da una linea nazionalista anti-europea, è improbabile che lo UK Indipendence Party (con 12 seggi del Regno Unito su un totale di 78) guardi ai problemi di mercato interni con lo stesso occhio dell’ODS ceco, che si descrive come “eurorealista” e che sta lottando contro l’erosione del potere di voto del paese previsto nella Costituzione. Allo stesso modo, è difficile vedere questi “little Englanders” sedere vicini alla svedese Lista di giugno – che desidera definire dei punti off limits all’euro-centralismo, ma che di per sé non si oppone all’intero progetto europeo. Ci son poi i 7 eurodeputati polacchi che appartengono a Samoobrona (ovvero il partito dell’“autodifesa”). Rappresentando le condizioni aggravate di agricoltori e manodopera generica, si pongono come il partito dei disillusi, opponendosi al poco conveniente trattato d’adesione UE firmato dalla Polonia riguardo soprattutto alla PAC, frutto, secondo il loro punto di vista, della corruzione della propria élite politica e nazionale. A costoro vanno poi aggiunti Paul Van Buitenen e Hans-Peter Martin, sceriffi solitari in lotta contro la corruzione e a favore di una maggior trasparenza, ed un quadro variamente composto di movimenti populisti in crescita profondamente critici verso l’elitismo istituzionale, non necessariamente anti-europei.

L’agenda a venire

Con un albero genealogico politico così mescolato, le politiche del Parlamento Europeo si esporranno nei prossimi 5 anni a più di un momento critico. I problemi chiave riguardanti il futuro dell’Europa, la PAC, gli introiti pubblici, la corruzione e le questioni istituzionali verranno sicuramente inseriti in un’agenda di un Parlamento assai più riflessivo, pronunciandosi di volta in volta concordemente alle passate elezioni – proprio per la necessità di giustificare la propria esistenza. Come per la riforma delle spese degli eurodeputati e le richieste per “uguale paga per uguali possibilità di lavoro” emerse in ogni dibattito, possiamo aspettarci un esame sul ruolo del Parlamento, da coloro che lavorano duro all’interno delle singole commissioni, sino alle pecore nere che intendo dedicarsi a “sfasciare” il sistema attraverso l’assenteismo e l’ostruzione, lamentandosi delle spese sempre e comunque. Questo sarà benvenuto laddove sia in grado di far nascere un dibattito sano, una eco notevole e forse una maggiore politicizzazione degli ambienti europei.

È possibile poi intravedervi sviluppi più interessanti nel rapporto fra il Parlamento e le altre istituzioni. Con la possibilità di poteri legislativi ulteriormente incrementati in base alla nuova Costituzione (su asilo, controlli transfrontalieri, pesca, agricoltura, e budget dell’Unione), i gruppi politici del Parlamento cominceranno a prender fiducia ed a sfidare il Consiglio al momento di decidere alcune questioni come ad esempio la composizione della prossima Commissione? Nominando Chris Patten come la prima scelta alla presidenza della Commissione, Hans Gert Pöttering ha irritato parecchi capi di stato, fissando dei paletti e sostenendo il suo diritto come leader del più grande gruppo politico, di vedere un Presidente appartenente alla propria famiglia politica. Ancora nel lungo termine, solo un Parlamento politicizzato dalle scadenze elettorali sarà capace di eseguire efficacemente questa funzione.

Partendo dal suo ruolo primario di organo legislativo in grado di formare un contrappeso effettivo agli stati membri, resta poco chiaro se un organo ideologicamente diviso possa continuare a presentarsi con un volto forte al momento di andare a negoziare col Consiglio. Ciononostante le attuali voci dissonanti possono indicare come all’interno del Parlamento si trovi più rispondenza alle necessità degli europei che presso gli stati membri. Ha detto recentemente Prodi che “il dibattito è il sale della democrazia”. Speriamo che possano emergere dei partiti transnazionali ben identificabili: il che potrebbe già iniziare contestando il controllo della Commissione, e cosa più importante, rivolgendosi legittimamente verso coloro che li hanno eletti.