Un ormone di crescita economica chiamato Ue

Articolo pubblicato il 02 gennaio 2006
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Articolo pubblicato il 02 gennaio 2006

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Tra le adesioni all’Ue che a suo tempo hanno suscitato più reticenze, quella di Spagna e Portogallo è stata quella che ha prodotto più successi. Ma sono paesi la cui modernizzazione ha ancora molta strada da fare.

Tra le adesioni all’Ue che a suo tempo hanno suscitato più reticenze, quella di Spagna e Portogallo è stata quella che ha prodotto più successi. Ma sono paesi la cui modernizzazione ha ancora molta strada da fare.

Come sta accadendo con l’integrazione della Turchia, molti pensavano che l’Europa si sarebbe riempita di emigranti spagnoli e portoghesi in seguito all’ampliamento della Comunità Economica Europea del 1986, e che i prodotti agricoli portoghesi e spagnoli avrebbero inondato i mercati europei. Ma gli emigranti tornarono infine ai loro paesi d’origine, i quali costituiscono oggi un mercato nel quale le imprese comunitarie figurano tra quelle con il maggior volume di affari.

Spagna, la conferma di un buon modello europeo

Pur non essendo il paese che riceve più fondi europei per abitante, è stato quello che ha ottenuto più risultati. Poco prima della sua adesione continuava a dibattersi tra colpi di Stato e fragili governi: da allora è uno dei paesi con i governi più stabili dell’Unione Europea. Il consenso tra i partiti riguardo alla politica economica alla luce delle esigenze comunitarie ha dato buoni frutti. Tant’è vero che la Spagna si permette oggi perfino di tirare le orecchie a Germania o Francia quando non rispettano il patti di stabilità che puntella l'euro, così come ha fatto l’ex Presidente spagnolo José María Aznar un paio d’anni fa.

Vent’anni fa l’inflazione spagnola si aggirava intorno al 10% annuo, mentre negli ultimi anni è arrivata a diminuire fino a toccare la soglia del 2%. Il tasso di disoccupazione era allora del 21.6%, mentre oggi è dell’8,4%. Il Pil spagnolo raggiungeva nel 1985 il 70,7% del valore medio a livello comunitario, mentre oggi è quasi al 100%. Nel 1985 la Spagna aveva 2.919 chilometri di autostrade a grande percorrenza, contro i 12.444 chilometri del 2004. Grazie anche alla solidarietà comunitaria, la Spagna, paese grande e poco popolato, è potuto diventare nel 1992 il terzo paese a scommettere sull’alta velocità ferroviaria, e dispone oggi di tre linee in funzione, quattro in costruzione e altrettante previste nel futuro prossimo.

Ma questo Paese, che ha effettuato con successo le privatizzazioni dei grandi monopoli pubblici e la liberalizzazione dei settori competitivi, si scontra oggi con un abisso pieno di nuove sfide, che, se perse, manderebbero all’aria tutto ciò che ha realizzato. Presto passerà a essere un contribuente netto dell’Ue e i suoi soci si oppongono a concederle una proroga dei fondi di coesione. Deve riconvertire con urgenza le sue strutture produttive: di fronte a questa situazione, la Spagna investe nel settore R&S (ricerca e sviluppo) solo la metà di quanto fanno mediamente gli altri paesi dell’Ue, visto che la partecipazione privata nel settore R&S è del 48%, valore lontano dal 66% degli obiettivi fissati dall’Ue nella strategia di Lisbona del 2000. Il Paese si trova inoltre in coda all’Europa nel commercio elettronico e registra solo l’1% dei brevetti europei.

Il Portogallo si scoraggia dopo lo sforzo

Anche per il Portogallo questi vent’anni hanno significato il debutto al banchetto della modernità, però certi squilibri nella sua bilancia dei pagamenti e l’indebitamento del settore privato l’hanno spinto negli ultimi anni a dichiarare lo stato di crisi in tutti i sensi. Aveva fatto ingresso nella Cee insieme alla Spagna, lasciandosi dietro una fase di decadenza che andava avanti già da secoli, e invece oggi, il Presidente della Commissione Europea è portoghese. In questi anni ha dimostrato capacità di ospitare eventi di respiro internazionale, come l’Esposizione mondiale di Lisbona del ’98 (che seguiva l’Esposizione universale di Siviglia del 1992) o gli Europei di calcio del 2004 (dopo le olimpiadi di Barcellona del ’92).

Anche se il tasso di disoccupazione portoghese (in un’economia già pienamente liberalizzata) è aumentato negli ultimi anni, resta storicamente basso – intorno al 5% secondo l’Ocse – e si è sempre mosso al di sotto della media comunitaria. Alla fine degli anni Ottanta il suo Pil raggiungeva circa il 60% del valore medio comunitario, mentre oggi ammonta al 71%. Nel 2005 l’inflazione si è assestata al 2.7%, contro il 18.7% del 1986. Grazie ai fondi europei sono state finanziate numerose infrastrutture e la sua rete di autostrade a grande percorrenza è una delle più capillari d’Europa. Il suo sistema ferroviario continua ad essere abbastanza antiquato, però si prevedono quattro linee ad alta velocità collegate alla Spagna, anche se si è appena annunciato un ritardo nella costruzione della prima, la Lisbona-Madrid. Ed è proprio nel campo delle infrastrutture e dei servizi pubblici – come quello del controllo degli incendi – che si critica la sua utilizzazione, non del tutto efficiente, di fondi europei. E molti pensano che ci sia ancora bisogno di una rivoluzione della mentalità, in un Paese che condivide con la Spagna il dubbio onore di stare in testa all’Europa per abbandono scolare, che continuerà a ricevere ancora fondi europei, mentre l’aborto continua ad essere molto penalizzato e il modello di crescita è ancora basato sulla manodopera a basso costo e poco qualificata.

L’entrata di questi due Paesi del Sud vent’anni fa fu la consacrazione di un sistema di redistribuzione della ricchezza: quest’ultimo fu stimolato dalla creazione dei Fondi di coesione che l’allora Presidente spagnolo Felipe González, dopo aver convinto il Presidente della Commissione, Jacques Delors, impose come condizione sine qua non per l’appoggio al sistema di decisione per maggioranza qualificata dell’Atto unico e la futura Unione monetaria da parte dei più sfavoriti e di quelli che avrebbero ottenuto meno vantaggi quando sarebbe arrivato il momento di competere in un mercato comune.

Il Fondo di coesione finanzia dal 1994 – in paesi con meno del 90% del Pil medio comunitario – fino all’85% dei costi di grandi progetti ngli ambito ambientale (come una pianta dissalante nel deserto di Almeria), delle infrastrutture (come il moderno auditorium di Porto) e dei trasporti (come la metropolitana di Madrid)

Il fondo regionale Feder finanzia dal 1976 investimenti produttivi, infrastrutture e iniziative di sviluppo locale in regioni che non superino in 75% del Pil medio comunitario e in regioni poco popolate come quelle della Svezia e della Finlandia.