Un hipster musulmano? Cosa succede a farsi crescere la barba nei Paesi Bassi

Articolo pubblicato il 30 marzo 2016
Articolo pubblicato il 30 marzo 2016

Cosa succede quando un ragazzo normale si fa crescere la barba? Spinto dalla curiosità, da gennaio a giugno del 2015 ho fatto allungare la barba mentre proseguivo la mia vita accademica nei Paesi Passi, viaggiando spesso all'estero per studio e conferenze. I risultati di questo esperimento sono stati sorprendenti, anche se non esattamente per le ragioni che mi aspettavo.

Autoetnografo per caso

Iniziai a farmi crescere la barba per pigrizia: avevo finito i rasoi buoni e pensai, perché no? Prima che potessi rendermene conto, ero arrivato al punto in cui non ero più in grado di radermi. Ma la faccenda non finì lì. Quando iniziai a notare che venivo trattato in maniera diversa – anche se il resto del mio corpo era uguale, – iniziai a prendere appunti.

Come per Eddie Murphy nella performance del 1984 al Saturday Night Live, quando con l'aiuto del trucco si camuffò per capire cosa significa essere bianchi, o per il giornalista tedesco Günter Wallraff, che nel famoso libro d'inchiesta Faccia Da Turco (‘Ganz unten’) finse di essere un operaio turco al fine di denunciare il razzismo di fondo del mercato del lavoro in Germania, questa forma particolare di giornalismo sotto copertura si è rivelata indispensabile per uno scopo estremamente serio.

Stessa barba, società diverse

Quando iniziai l'esperimento, ero a conoscenza di tali precedenti. Le mie esperienze furono profondamente diverse nei vari Paesi. In Gran Bretagna ero visto semplicemente come uno dei tanti musulmani che vivono in quella società: nessuno fece particolarmente caso alla mia barba. Il personale dell'aeroporto mi fece passare una dozzina di volte, e un cordiale tassista anglo-gujarati di Leicester si lamentò con me di come i giovani si orientassero verso un estremismo apparente, anziché «avere l'Islam nel cuore».

Lo stesso accadde negli Stati Uniti: nessuno si interessò alla mia barba, né al ristorante, né all'aeroporto, né tantomeno al campus universitario. L'indifferenza fu per me ristoratrice, direi liberatoria.

Le cose andarono in maniera alquanto diversa in Medio Oriente, dove la barba è segno di sapienza e devozione e può rivelare le proprie idee politiche, in particolare riguardo alle idee politiche sull'Islam. Così, quando in primavera mi recai a Istanbul per partecipare a un convegno, ero carico di aspettative. Camminando per le strade della città, raccoglievo sguardi di riverenza e rispetto. Ma lo spettro dei jihadisti stranieri incombeva minaccioso. 

Mentre passeggiavo, due ragazzi bisbigliarono: «Guarda quel tipo, non vorrei proprio averci a che fare». C'era un lato più oscuro. «Stai attento,» mi consigliò un amico, «molti turchi di etnia curda hanno perso i propri cari a Kobanê, potrebbero associarti all'ISIS. Non vorremmo che ti prenda una coltellata andando in giro».

Nei Paesi Bassi

Secondo un recente studio, i Paesi Bassi sono una delle società più secolarizzate d'Europa. A partire dagli anni Sessanta, l'immigrazione dalla Turchia e dal Marocco (soprattutto dalle regioni più conservatrici) è coincisa con una netta tendenza alla laicizzazione della società olandese.

Nell'ultimo decennio, il Partito per la Libertà, di orientamento nazionalpopulista, ha accresciuto i propri consensi, e il suo presidente Geert Wilders usa abitualmente l'espressione «barbe dell'odio» (haatbaard) per riferirsi ai musulmani di ideologia antioccidentale. Questo genere di idea circola al di fuori del suo pubblico diretto, cosa di cui in qualche modo ho fatto esperienza indiretta. Le persone non ricambiavano più il mio sorriso. Ora che a quel sorriso era attaccata la barba, le loro facce mostravano ambivalenza.

Cominciai persino a notare come, nel mio tragitto quotidiano, nessuno si sedeva più vicino a me, nemmeno all'ora di punta. Il senso del diverso, tanto sottile quanto inequivocabile, si stava insinuando, e con esso scomparvero la spontaneità e la conversazione. In effetti, un mio caro amico notò acutamente che conoscenti ed estranei mi trattavano in maniera diversa da quando avevo la barba.

«Oddio, hai una barba paurosa!» Fu la prima cosa che sparò un collega vedendomi entrare nell'istituto dove lavoro. Un altro mi chiese se la barba avesse un significato particolare, «perché tu non sei un vero olandese, no?» 

Anche gli oltre ottanta studenti del mio corso universitario mi facevano in continuazione domande sulla barba. «Sei musulmano?» mi chiese senza tanti giri di parole una ragazza a un evento sociale. Un altro studente venne tutto imbarazzato nel mio studio al solo scopo di chiedermi che significato avesse la mia barba e fu visibilmente sollevato quando gli raccontai tutta la storia.

I confini della tolleranza

Dopo mesi di feedback negativi e inappropriati, la barba finì col cambiare il mio comportamento. Sviluppai una lieve forma di quella che lo studioso e attivista civile afroamericano William Edward Burghardt Du Bois chiamava doppia coscienza: «La capacità di guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri». Du Bois spiegava come gli afroamericani fossero consapevoli del modo in cui erano visti dai bianchi, e adattassero il loro comportamento di conseguenza.

In un'intervista al quotidiano olandese Het Parool, un uomo di origini metà marocchine e metà olandesi fornisce un chiaro esempio di questo fenomeno. Il soggetto in questione spiega di aver interiorizzato tali percezioni al punto di dover continuamente «dimostrare alla gente che sono una brava persona». La sua vita è una lotta continua per adattarsi ai pregiudizi diffusi e alla discriminazione nei confronti degli olandesi di origine marocchina. Sente di dover sempre prevenire il potenziale razzismo nei suoi confronti comportandosi in maniera eccessivamente cortese e decorosa.

La mia esperienza non è stata di certo così dura, ma ho comunque sviluppato un inequivocabile senso della mia alterità. La barba mi faceva apparire agli occhi di molti olandesi un musulmano osservante (con tutti i pregiudizi annessi), il che mi aveva relegato ai margini della tolleranza.

Vivo in un quartiere di Amsterdam ad alta densità di hipster. Mi piacciono: da quando sono venuti ad abitare nella zona, l'atmosfera è più cosmopolita e dinamica e il caffé è più buono. Ogni giorno vedo passare in bici tanti uomini della mia età con una barba molto simile alla mia. Tuttavia, si direbbe che il concetto di hipster musulmano non è ancora entrato a far parte dell'immaginario collettivo, o perlomeno non quando si parla di uguaglianza della barba.

_

Uğur Ümit Üngör è uno storico e sociologo. Vive ad Amsterdam.