Un erasmus al campus Catwalk di Istanbul

Articolo pubblicato il 16 luglio 2009
Articolo pubblicato il 16 luglio 2009

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Istanbul è in. È questa la conclusione che si trae guardando le cifre in crescita degli erasmus nelle quasi trenta università della metropoli sul Bosforo.
Mentre un paio d’anni fa solo una piccola parte delle università di Istanbul aveva accordi bilaterali con altre università europee, oggi, nella megalopoli di venti milioni di abitanti, quasi tutti i campus aprono le porte agli studenti affascinati dall’estero. Prima parte del racconto di un’esperienza ad Istanbul.

Due anni e mezzo fa ho pensato per la prima volta a un soggiorno studio ad Istanbul. All’università di Istanbul mi hanno assicurato che avrei ricevuto senza problemi un posto perché, comunque, nessuno vuole andare in questa città. Come motivi erano spesso menzionati la paura per gli attentati terroristici, il conflitto curdo e la vicinanza geografica con l’Iraq. Eppure, solo un anno dopo, quando ho fatto domanda per uno dei tre posti erasmus del mio istituto, addirittura altri undici studenti avevano avuto la mia stessa idea. Secondo uno studio del servizio tedesco per lo scambio accademico (Daad), la Germania è al primo posto, assieme a Francia e Spagna, per quanto riguarda l’incoraggiamento alla mobilità studentesca. Nell’anno accademico 2007/2008 più di ventiseimila studenti sono partiti in erasmus. La mia università ad Istanbul ha accolto il suo primo studente erasmus nel semestre invernale del 2004 e tre anni dopo, quando ci sono andata per studiare due semestri, gli erasmus erano già 94.

La burocrazia dell’università di Istanbul non mi si è certo presentata come un problema di poco conto. Insignificante, però, se confrontato agli ostacoli che devono affrontare gli studenti turchi per studiare nella città. Perché questo è possibile solo se sono stati fra i migliori al test d’ingresso, che deve essere sostenuto una volta terminato il liceo: se sono fra i prescelti, possono entrare nelle università d’élite ad Ankara e ad Istanbul, mentre tutti gli altri vengono distribuiti nel resto del Paese in università di seconda o terza classe.©yeditepe.edu.tr

L’élite turca dai capelli stirati

Il sistema scolastico turco si divide in università pubbliche e private, che si differenziano fondamentalmente in base al conto in banca degli studenti o dei loro genitori. Se studiare nelle università statali è ancora gratuito, in quelle private si paga, e non poco. L’università Yeditepe, dove ho studiato per due semestri, costa agli studenti che non sono iscritti come erasmus, o con un’altra borsa di studio, circa quindicimila dollari americani l’anno.

Risultato: nel lussuoso campus di marmo e vetro scorazzano soprattutto studentesse che sventolano borse Gucci ed indossano scarpe Prada, con tanto trucco da sembrare più delle bambole che delle persone. Se le loro elaborate acconciature dovessero scompigliarsi, con venticinque centesimi hanno la possibilità di usare una piastra per capelli nel bagno delle donne. Al campus Catwalk, per quanto riguarda vanità ed ostentazione, gli studenti uomini non sono indietro in nulla alle compagne e portano almeno un paio di occhiali da sole grandi così e, preferibilmente, dei pantaloni Adidas.

Recentemente, durante un seminario, una delle mie professoresse turche ha raccontato come la sua parrucchiera le ha spiegato che esiste già anche una tonalità di biondo che porta il nome dell’università, perché viene scelta soprattutto dalle studentesse del campus.

Plagio e disinteresse per la politica, uno sport nazionale

L’aspetto e la presenza hanno la precedenza, si studia principalmente per aver in tasca un diploma stimato. Un piccolo aneddoto: ad uno studente erasmus, che studiava alla facoltà di economia della mia università qui ad Istanbul, alla consegna di un compito per casa, la professoressa ha fatto notare amichevolmente che aveva destinato troppo lavoro al suo saggio. A lei sarebbe bastato, infatti, che lui le avesse consegnato un paio d’informazioni prese da google con l’aiuto del buon metodo del copia e incolla. Il pensiero che i suoi studenti assumeranno posizioni importanti nel sistema economico mi mette i brividi. E quello che aumenta ancora di più questa sensazione è che nell’ufficio del fondatore e rettore della Yeditepe, ex sindaco di Istanbul, conosciuto per il suo rigoroso nazionalismo, di recente è stata trovata una quantità non indifferente di armi. Da allora il rettore ha lasciato il campus per andare in Occidente e, sempre che più avanti non riesca a trarre dei vantaggi dalla situazione, non tornerà più.

Le università di Istanbul sono però tanto diverse quanto le persone che vivono in questa città. Un esempio è l’università Boğazıcı, conosciuta come una delle migliori, ma anche delle più politicizzate, del vicino Oriente. Boğazıcı ha uno stupendo campus immerso nel verde ed è caldamente consigliabile ad ogni studente erasmus che voglia andare ad Istanbul. Un altro esempio è il mio istituto, che stimola gli studenti, almeno attraverso l’impegno di alcuni professori, al pensiero critico. Anche se non funziona sempre e fra gli studenti il disinteresse per la politica ed il plagio sembrano essere ancora malattie molto diffuse, l’impegno viene fondamentalmente apprezzato e riconosciuto. Il risultato è che in due semestri forse ho scritto ed imparato più che in tre anni di studio in Germania, per questo fra le mie compagne ho già una certa fama di secchiona.©Harika Dauth

Vivere in una cultura diversa non significa solo conoscere persone “diverse”, ma anche vivere se stessi e scoprirsi in un modo nuovo, grazie al fatto che, per una volta, siamo noi i “diversi”, gli stranieri davanti alla porta…

Alla prossima settimana, con la seconda parte dell’erasmus di Harika!