Un argonauta in mezzo ai viali

Articolo pubblicato il 02 agosto 2004
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Articolo pubblicato il 02 agosto 2004

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Anche questa estate, gli europei si metteranno in viaggio. L’ennesima nemesi che i ritmi ben scanditi della vita moderna c'impongono per rompere falsamente con la solita routine.

Il viaggio occulta sempre un desiderio, un'aspirazione sfuggente. La delocalizzazione di questi sonni, (credo che i sonni siano sempre stati delocalizzati, altrimenti sarebbero mere ripetizioni della nostra vita, aneliti senza polvere da sparo), fa sì che il nostro quartiere, la nostra città, il nostro paese, siano poco redditizi al nostro spirito. Ma questi desideri stanno mediatizzandosi, vengon sempre più acquisiti a pacchetti: nella succursale viaggi della strada di fronte, o in un portale internet. Abbiamo messo anche l'anticonformismo nel database delle agenzie, ben dosato e pesato economicamente dai sociologi dell'ozio, e progettato per gli inventori di viaggi. Lontano dal mondo epico ed immortale, andiamo e ritorniamo in quindici giorni da Ítaca, in gruppi perfettamente europei, razionali e amanti dei culti.

Non dirò se viaggiare è sinonimico del vivere o meno, affermando quindi che Europa e viaggiare sono entità simbiotiche già ai tempi immemorabili degli argonauti e di Ulisse. Né direi che tramite il mito, scopriamo il mondo: con l'impresa di Cólon, Elcano; o coi romantici inglesi che s’inventarono l’Andalusia e parte della Grecia – ed ecco il paradosso, perché ho detto quel che avevo promesso di tacere. Quel che m’interessa fissare in queste righe è un'apologia del rimanere nelle città in cui, irrimediabilmente, con rassegnazione od allegria – il che può anche ben essere – ci si abita. Sia come sia. Qualunque città europea è ben valida; perché sono musei del tempo, realtà sempre più imbalsamate, e dobbiamo rivitalizzarle. Viverle.

Vivo a Madrid, dove il caldo estivo è soporifero, le strade vengon rialzate e ricostruite malignamente dal Municipio in un'incredibile orgia di betoniere e martelli pneumatici. E sopratutto, la città, salvo quattro turisti e cinque o sei distratti, si svuota letteralmente alla ricerca impaurita di spiagge o piscine. Ecco come si sta. Suppongo però si tratti di un panorama molto simile a quello di Berlino, Parigi o Londra.

Allora, perché rimanerci in estate?

Tempo fa vidi un film francese: Il raggio verde, di Eric Rohmer. La protagonista, una giovane, rimasta senza progetti per l'estate, (relativi a spiagge et similia, s’intende), si domandava in che modo doveva passare le ferie a Parigi. Al principio, le sembrava orribile. Camminando per le strade di Parigi tuttavia, il caso la condusse da alcuni personaggi ad altri, da alcune storie ad altre, incatenate come le voci delle sirene del nostro Ulisse.

Da europei abbiamo rigettato l’imprevedibilità, il rischio, ed abbiamo abbracciato lo schema pronosticabile della vita programmata, la gestione millimetrica dell'ozio e la profesionalizzazione multinazionale dell'avventura. L'estate, quel posto agreste in cui l’imprevisto-destino complottava magicamente coi sonni, sta ora per le strade, tra le mobili scene di quel teatro ingannevole scandito dal caldo e dai fossi: nei suoi personaggi persi e disoccupati, nei bar che, per qualche mistero senza dubbio estremamente interessante, non chiudono mai. Negli ascensori quelli che vanno e quelli che vengono con le valigie, bauli inespugnabili, attraversano sguardi interlocutori, semi gettati dall'inverno. Abbiamo comprato l'avventura e ce la servono con chiavi in mano. Per questo mi rifiuto di fatturare i miei desideri su Iberia o Air France. Rimarrò a Madrid e mi lascerò portare: farò piccole conquiste urbane e reinventerò angoli romantici della città, recuperando il caso (e quindi il mio proprio destino), che l'inverno ed il lavoro, che il caffè e la monotonia, mi hanno reso interdetto. E spero che il caso mi conduca a qualcosa o a qualcuno. Ad uno sguardo, a una carezza, o a un bacio. Perché come diceva una canzone di Mecano, “se l'inverno vien freddo, voglio restare vicino a te”.