Un allargamento meschino, meschino, meschino

Articolo pubblicato il 14 gennaio 2003
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Articolo pubblicato il 14 gennaio 2003

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La logica dell’allargamento rischia di trasformare l’Europa in una grande Svizzera al servizio degli interessi diplomatici. Mentre il diritto e la democrazia, per gli europei e per i “quasi-europei”, possono attendere...

Sui marciapiedi di Tirana (città poverissima, fantastica e spettrale dall'atmosfera quasi ottomana) non ci sono i tombini delle fogne. Com’è possibile avere ambizioni e sognare se camminando bisogna sempre stare attenti a dove si mettono i piedi? Immaginate donne ed uomini in carne ed ossa, abituati a guardare i propri piedi (e le scarpe impolverate ed infangate), che iniziano a levare la testa. Immaginate una porta che si chiude sui loro nasi. Sulle loro speranze, sul loro futuro possibile.

Le Prodi evoluzioni della politica europea degli ultimi anni trasformano sempre più lo spazio comune europeo in una fortezza, tanto più chiusa, quanto inutile. E l’Europa rischia di trasformarsi in una Svizzera dalle frontiere artificiali invalicabili che protegge i nostri vecchi, che protegge le nostre tradizioni ufficiali, i nostri pregiudizi, la nostra mediocrità.

L’icona dell’isolazionismo europeo sono i Balcani. Croazia, Bosnia, Serbia-Montenegro, Macedonia, Albania sono esclusi dall’allargamento. Ma come si può rifiutare agli stati balcanici l'adesione immediata all'Unione europea? Come possiamo snobbare i bosniaci dopo aver permesso per anni i massacri di Sarajevo, con la scusa dell'impotenza europea, del nano politico e del verme militare? Come si può dimenticare l'Albania e considerarla una cugina stracciona, di fronte ai progressi immani fatti dall'ex-feudo di una dittatura efferata come quella di Hoxa?

Due logiche

L’allargamento che i referendum iniziano a plebiscitare in nome della retorica pro-europeista trasforma l’area balcanica in una enclave senza prospettive di integrazione a breve o medio termine. E la situazione di questi paesi rischia di restare in bilico ancora a lungo se si considera che i nuovi entrati ed i nuovi isolazionisti (i “francofoni”) faranno carte false per proteggere il "privilegio europeo" il più a lungo possibile. Ma l’Europa può trasformarsi da opportunità in mero privilegio?

Si affrontano due logiche in questo allargamento. Da un lato quella diplomatica, che considera l’allargamento come uno strumento di politica estera, di potenza, di potere e peso geopolitico. E’ l’apogeo della politica estera.

Dall’altro c’è la logica del diritto e della libertà, che vede nell’allargamento un mero completamento di quel processo storico che con la caduta del muro di Berlino ha restituito alle donne e agli uomini dell’altra Europa i loro destini, una logica che tende a strappare l’Europa alla tentazione di costruire nuove frontiere. E’ la fine della politica estera.

Europei e “quasi-europei”

Eppure le due logiche non sempre sono opposte. Le due visioni si sono combinate e sovrapposte. L’ingresso di tutti i paesi dell’area centro-orientale costituisce una doppia opportunità per le diplomazie e per il diritto. Ma se gli interessi geopolitici hanno i loro cani da guardia, è urgente trovare i tribuni dell’altra Europa, quella del diritto, della democrazia, del nuovo “terzo stato” dell’Europa orientale, del Medio Oriente, del Caucaso.

Quando l'Europa ricalca le logiche di potenza delle sue parti non è impotente, ma è meschina, meschina, meschina e colpevole. Meschina e colpevole con la Bosnia ed i bosniaci, con l'Albania e gli albanesi. Meschina e colpevole nei confronti degli europei e dei “quasi-europei”. Sempre più oppressi dal loro sogno di emancipazione e libertà.