ULTRAS MAROCCHINI: LA GENTE CI CONSIDERA ANIMALI

Articolo pubblicato il 14 maggio 2014
Articolo pubblicato il 14 maggio 2014

Negli ul­ti­mi mesi gli stadi di Ca­sa­blan­ca sono stati scossi da lotte san­gui­no­se tra gli ultras che so­sten­go­no club ri­va­li. In se­gui­to a fal­li­men­ti sul campo non è raro che la vio­len­za coinvolga anche gli stes­si gio­ca­to­ri. Breve viag­gio in un mondo, in cui il cal­cio con­ti­nua ad es­se­re una fac­cen­da tre­men­da­men­te seria. 

Said, Hi­cham e Ismail non si co­no­sco­no, ma non è del tutto da esclu­de­re che si siano già presi a ba­sto­na­te a vi­cen­da in pas­sa­to: sono degli ul­tras. “Per il no­stro club siamo pron­ti a mo­ri­re”, af­fer­ma Said con espres­sio­ne im­mo­bi­le, av­vol­to da una nu­vo­la di fumo di ha­shish. Non sor­ri­de molto e un'af­fer­ma­zio­ne del ge­ne­re, rac­col­ta solo dopo che ab­bia­mo rotto il ghiac­cio, detta da uno come lui suona quan­to­me­no mi­nac­cio­sa­men­te cre­di­bi­le. Said è mem­bro di Black Army, grup­po ul­tras che sup­por­ta la squa­dra FAR Rabat. Hi­cham, in­ve­ce, fa parte dei so­ste­ni­to­ri del team plu­rivincitore Wydad Ca­sa­blan­ca, Ismail, al con­tra­rio, è iscrit­to al grup­po ul­tras del­l’al­tra squa­dra della città, il Raja Ca­sa­blan­ca. Si trat­ta delle squa­dre più note in Ma­roc­co, tra i quali in­ter­cor­ro­no ri­va­li­tà par­ti­co­lar­men­te esa­spe­ra­te. 

Gli ara­be­schi sui ri­ve­sti­men­ti mu­ra­ri si per­ce­pi­sco­no solo in­di­stin­ta­men­te e la luce non é suf­fi­cien­te per rag­giun­ge­re il punto più in­ter­no del bar dove ci tro­via­mo. Siamo a Rabat, la ca­pi­ta­le del Paese. “La gente ci con­si­de­ra degli ani­ma­li”, dice Said prima di fare un al­tro tiro. È se­du­to al ta­vo­lo con altri quat­tro mem­bri della Black Army, sui ven­ti­cin­que anni, tutti in tuta spor­ti­va con brac­cia­let­ti d'ar­gen­to ai polsi e scet­ti­ci nei con­fron­ti dei gior­na­li­sti. Trop­po spes­so la stam­pa ha dato un'in­for­ma­zio­ne scor­ret­ta sui loro ri­guar­di con­tri­buen­do a crea­re un'im­ma­gi­ne molto ne­ga­ti­va agli occhi della so­cie­tà. 

In 150, ar­ma­ti di col­tel­li e di ba­sto­ni

Negli ul­ti­mi anni gli ul­tras ma­roc­chi­ni hanno spes­so su­sci­ta­to scal­po­re per le azio­ni di vio­len­za che li con­trad­di­stin­guo­no. Tri­ste è la fama del “gio­ve­dì nero”. Du­ran­te le ore pre­ce­den­ti l’in­con­tro tra il Raja Ca­sa­blan­ca e il FAR Rabat nel­l’a­pri­le del 2013, cen­ti­na­ia di ul­tras e di altri van­da­li de­va­sta­ro­no l’in­te­ra città. Circa un anno prima, il ven­tu­nen­ne Hamza Bak­ka­li, uno dei so­ste­ni­to­ri del Wydad, aveva perso la vita du­ran­te degli ec­ces­si di vio­len­za. E solo lo scor­so marzo 150 ul­tras, ar­ma­ti di col­tel­li e di ba­sto­ni, hanno as­sa­li­to il ter­re­no di gioco dove si stava al­le­nan­do la loro squa­dra del cuore, mi­nac­cian­do gio­ca­to­ri ed al­le­na­to­ri in ri­spo­sta a pre­sun­te ac­cu­se di cor­ru­zio­ne che erano state mosse alla squa­dra e a una serie di in­suc­ces­si sul campo. Poi si sono per­si­no in­fil­trati negli spo­glia­toi per sac­cheg­gia­re tutto quan­to po­tes­se es­se­re di va­lo­re.

Hi­cham, che aveva par­te­ci­pa­to al­l’in­cur­sio­ne, ades­so sghi­gnaz­za scher­zo­sa­men­te men­tre rac­con­ta le vi­cen­de di quel gior­no. In­con­tro il di­cian­no­ven­ne sul tetto di una pa­laz­zi­na di Ca­sa­blan­ca, dis­se­mi­na­to di corde per il bu­ca­to, da cui si ve­do­no anche tan­tis­si­me pa­ra­bo­le. Sul muro di un pa­laz­zo lon­ta­no si scor­ge una scrit­ta a fa­vo­re della squa­dra del Wydad, con molte let­te­re ormai can­cel­la­te dal tempo. Per Hi­cham il gesto è del tutto giu­sti­fi­ca­to: “dopo quel gior­no fi­nal­men­te hanno vinto!”. In fin dei conti in gioco c’era il bene della squa­dra.  

Ismail pro­ba­bil­men­te sarà d’ac­cor­do con lui. In­cli­na il capo e strin­ge gli occhi, si tira in­die­tro men­tre butta fuori il fumo e af­fer­ma che il so­ste­gno alla squa­dra è più im­por­tan­te di tutto il resto. Ha già 38 anni, è alto e magro. Altri nove ul­tras sono se­du­ti ac­can­to a lui al­l’in­ter­no di un bar mi­se­ra­men­te ar­re­da­to con un pa­vi­men­to in pia­strel­le bian­che. Tutti mo­stra­no or­go­glio­si dei video su You­tu­be con co­reo­gra­fie da sta­dio, cori e sten­dar­di. Que­sta é la cosa più im­por­tante, la vio­len­za non è mai fine a sé stes­sa. Per loro "il gio­ve­dì nero" non é altro che una gros­sa scioc­chez­za com­piu­ta da una pic­co­la mi­no­ran­za. Non vo­glio­no pas­sa­re per degli hoo­li­gans. Esi­go­no solo ri­spet­to da parte degli altri ul­tras e mi­nac­cia­no che, nel caso in cui tale con­di­zio­ne non do­ves­se es­se­re ri­spet­ta­ta, il ri­cor­so alla vio­len­za ri­sul­te­reb­be sem­pli­ce­men­te ine­vi­ta­bi­le. 

I BON­BONS SAU­VA­GES: RAB­BIA AL POSTO DEL DO­LO­RE

La vio­len­za non fa parte del­l’i­deo­lo­gia di tutti gli ul­tras, ma per molti é così, che sia fine a sé stes­sa o ne­ces­sa­ria. Al­cu­ni por­ta­no delle ci­ca­tri­ci sul volto e non rie­sco­no nem­me­no a ri­cor­dar­si quan­te fe­ri­te hanno sul corpo, per non par­la­re del nu­me­ro di risse a cui hanno par­te­ci­pa­to. Karim, un im­por­tan­te mem­bro della Black Army, nel 2005 è scam­pa­to per un pelo alla morte dopo un in­con­tro quan­do, du­ran­te un pe­stag­gio, gli sono state con­fic­ca­te nu­me­ro­se lame nella schie­na.

Bon­bons sau­va­ges”, così Hi­cham ha so­pran­no­mi­na­to le pa­sti­glie che ogni tanto pren­de prima di re­car­si allo sta­dio. Si trat­ta di ben­zo­dia­ze­pi­ne, che al do­lo­re so­sti­tui­sce una sen­sa­zio­ne di rab­bia sel­vag­gia. Anche Hi­cham con­fer­ma che il club è la cosa più im­por­tan­te per lui. E si com­pia­ce quan­do af­fer­ma:“sul campo di bat­ta­glia non ab­bia­mo pietà”; o quan­do narra la vi­cen­da di un ultrà del Raja che avreb­be squar­cia­to il mento a uno del Wydad, per poi scap­par­se­ne in Se­ne­gal per­ché da quel mo­men­to aveva te­muto per la sua pelle, o quan­do ci as­si­cu­ra l’as­so­lu­ta man­can­za di scru­po­li con la quale sa­reb­be in grado di uc­ci­de­re un altro ultrà. Non si può certo dire che l’in­do­le ag­gres­si­va che il gio­va­ne di­chia­ra si adat­ti al suo aspet­to. No­no­stan­te ciò, la leg­ge­rez­za con la quale il ra­gaz­zo rac­con­ta tutto ciò, per li­qui­da­re poco dopo le sue af­fer­ma­zio­ni con una ri­sa­ti­na e una scrol­la­ta di spal­le, su­sci­ta un certo di­sa­gio.

Abuso di po­te­re e cru­del­tà

No­no­stan­te il loro am­bien­te sia per­va­so da una vio­len­za stri­scian­te, gli ul­tras si sen­to­no in­giu­sta­men­te eti­chet­ta­ti come un pe­ri­co­lo per la si­cu­rez­za dei cit­ta­di­ni, in par­ti­co­la­re da quan­do, nel gen­na­io del 2011, è stata pro­mul­ga­ta una legge con­tro la vio­len­za negli stadi. Di fatto viene li­mi­ta la loro li­ber­tà di in­con­tro e per poter svol­ge­re le loro at­ti­vi­tà i grup­pi hanno ora bi­so­gno di per­mes­si spe­cia­li. Al con­tra­rio, per le au­to­ri­tà è di­ve­nu­to più sem­pli­ce re­gi­stra­re i dati per­so­na­li di chi fa parte di tali as­so­cia­zio­ni. Ma so­prat­tut­é age­vo­le ar­re­stare gli ul­tras. Hi­cham, Sail e Isma­li de­nun­cia­no la po­li­zia per gli stes­si fatti: abuso di po­te­ri, cru­del­tà. Se­con­do loro gli ul­tras ver­reb­be­ro presi a man­ga­nel­la­te di­sor­di­na­ta­men­te e te­nu­ti per set­ti­ma­ne in­te­re in stato di fermo. 

No­no­stan­te agli ul­tras non di­spiac­cia es­se­re eti­chet­ta­ti come dei ri­bel­li, è pra­ti­ca­men­te im­pos­si­bi­le at­tri­bui­re a tali grup­pi una di­men­sio­ne po­li­ti­ca. Se chie­do loro che cosa pen­si­no delle pro­te­ste po­li­ti­che della pri­ma­ve­ra del 2011, si pa­le­sa chia­ra­men­te una certa in­dif­fe­ren­za. “Ciò che fa il go­ver­no non mi ri­guar­da”, dice Hi­cham. Seb­be­ne si la­men­ti­no per es­se­re di­scri­mi­na­ti come ul­tras, una gran parte di loro è sod­di­sfat­ta della si­tua­zio­ne po­li­ti­ca ma­roc­chi­na. Quel­lo degli ul­tras non è un fe­no­me­no che viene dal basso e i mem­bri pro­ven­go­no da quasi ogni stra­to della so­cie­tà. Said è senza la­vo­ro, Hi­cham segue un corso a di­stan­za per pre­pa­ra­rsi agli e­sa­mi di ma­tu­ri­tà, men­tre Ismail è un lo­ca­tion scout per una casa di pro­du­zio­ne ci­ne­ma­to­gra­fi­ca. Molti altri stu­dia­no al­l’u­ni­ver­si­tà o hanno un la­vo­ro sta­bi­le.

Tut­ta­via, per quan­to siano di­ver­si l’uno dal­l’al­tro e per quan­to odio pos­sa­no co­va­re den­tro, sono tutti fieri della loro vita da ultrà. Tra stadi e risse si sono crea­ti il loro pic­co­lo ri­fu­gio, al­l’in­ter­no del quale hanno modo di espri­mer­si e di iden­ti­fi­car­si al di là di ogni con­ven­zio­ne so­cia­le. Forse non tutti mo­ri­reb­be­ro per la pro­pria squa­dra, ma cia­scu­no di loro sa­reb­be­ pron­ti a farlo in nome di que­sto pic­co­lo ri­fu­gio per­so­na­le. “Siamo ul­tras a tempo pieno”, af­fer­ma Said. E per la prima volta du­ran­te la se­ra­ta un sor­ri­so sci­vo­la tra le ombre cupe nel suo volto.  

*Tutti i nomi sono stati mo­di­fi­ca­ti per que­stio­ni di pri­va­cy.

-Que­sto re­por­ta­ge fa parte della serie di ar­ti­co­li del pro­get­to Eu­ro­med-Ca­sa­blan­ca, fi­nan­zia­to dalla Fon­da­zio­ne Lindh e rea­liz­za­to gra­zie al par­te­na­ria­to con Sear­ch For Com­mon Ground.