UE: uniti ma non troppo

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2015

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Nella rubrica del giornale francese Libération, l’economista nonché Direttore degli studi alla Scuola Superiore di Scienze Sociali, Thomas Piketty, ha affrontato il delicato tema del futuro economico dell’Unione Europea.

Nella rubrica di Thomas Piketty, pubblicata lo scorso 29 dicembre sul quotidiano francese Libération, il problema pare sia legato alle strategie conservatrici dei dirigenti europei, che sembrano non aver imparato nulla dalla Storia. È giunto il momento di curare la malattia e non più i sintomi. 

Come già dimostrato da LuxLeaks, l’Europa è unita, sì, ma fino a un certo punto. I Paesi Europei hanno deciso di unirsi per proteggersi dal resto del mondo, ma è ancora da stabilire chi li proteggerà dagli altri Paesi membri. Ci troviamo dinanzi al paradosso UE: gli Stati sono stati incastrati gli uni sugli altri al fine di preservare la concorrenza, senza, però, dotarli di organi governativi sufficientemente flessibili; in più, vi è l’obbligo dell’unanimità in ambito fiscale per permettere di prendere le decisioni in nome di una maggioranza favorevole. L’opacità fiscale e l’effetto sifone dell’ inter-sovranità rischiano di andare presto in declino, denunciati dalla maggior parte dei Paesi Europei che, sempre più frustrati, vogliono porvi fine. 

Incartati in questo status quo, i Paesi membri – come la Francia o la Germania all’indomani della seconda guerra mondiale, entrambe indebitate al 200% del loro PIL nel 1945 e al 35% nel 1950- non possono che manovrare inflazione e reputazione per liberare buona parte del loro budget e investire nella crescita economica. I Paesi economicamente più solidi, rifiutandosi di prendere dei provvedimenti sugli sgravi fiscali andando incontro ai più fragili (i cosiddetti Paesi del Sud), li mettono a tacere pian pianino.

Una moneta unica per 18 debiti pubblici a 18 tassi d’interesse diversi – su cui i mercati finanziari possono liberamente speculare- ritorna per esporsi nuovamente alle critiche e attendere che si riparta. E mentre tutto il resto del mondo si rialza, l’UE, invece, è ancora in piena recessione. Si può ringraziare l’austerity dettata dalla Germania e dalla Francia, coi suoi ritmi intransigenti arricchiti da sanzioni di facciata. Oggi l’Italia consacra circa il 6% del PIL per pagare gli interessi del debito e ne investe appena l’1% per le università. Terribile. 

L’Europa più che essere il parafulmine dei governi europei dovrebbe rappresentare l’uscita dalla crisi. Piccolo particolare: i trattati sbarrano la strada; sì, proprio quegli stessi trattati che certi Paesi hanno concepito per difendere i loro interessi giacché ad economie diverse corrispondono bisogni diversi. L’idea iniziale dell’UE era quella di creare un vaso comune, far investire gli Stati più prosperi e più invecchiati nei Paesi limitrofi e farne il motore di rilancio. Poi, da qualche parte, le cose sono cambiate. Le soluzioni si sono fatte più radicali.

Bisognerebbe piuttosto fluidificare il processo decisionale instaurando un voto di maggioranza in seno alle istituzioni. Così, i Paesi membri non offrirebbero alle lobbies speculatrici pane per i loro denti, ma lo darebbero a un altro Paese membro con cui è comunque obbligato a condividere gli interessi. Bisogna pur imparare qualcosa dal “contratto sociale”: è necessario sacrificare parte della propria libertà in nome della sicurezza. Allo stesso modo, bisognerebbe investire maggiormente sulle economie più svantaggiate, come ha fatto la Germania dopo la sua unificazione, per armonizzare i bilanci e le aspettative dei Paesi. Solo così, gli Stati membri potranno parlare la stessa lingua e procedere, insieme, di pari passo.  

I soli partiti che sembrano aprirsi a un’ integrazione comunitaria sono quelli emergenti di estrema sinistra (Syriza e Podémos che sono- lo ricordiamo- filoeuropei). Anziché metterli al bando si dovrebbe tentare di ricostruire l’Unione con il loro aiuto. L’alternativa è l’estrema destra, pronta ad aspettare il suo turno, a meno che una nuova crisi non decida per noi.