Ucraina: la piazza chiede l’ingerenza dell’Occidente

Articolo pubblicato il 17 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 17 gennaio 2005

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No, la corruzione e l’autoritarismo del vecchio regime spazzato via dall'opposizione di Yushenko non sono una “diversità culturale” slava da rispettare.

Rovesciare un regime? Roba da ragazzi. L’Ucraina del Presidente uscente Kuchma per 14 anni è stato un Paese “indipendente” e corrotto. E quando un regime è corrotto non c’è bisogno di un esercito o di un complotto internazionale per abbatterlo, basta l’entusiasmo della gente ed un minimo di sponde internazionali.

Quell’esercito occidentale che ha marciato su Kiev

Eppure un esercito a Kiev c’era. Erano i 12.000 osservatori, coordinati dall’Osce e da un network di ong internazionali: una specie di forza di interposizione tra un popolo in piazza alla ricerca di democrazia ed una classe politica che aveva fatto della violazione della legalità uno strumento di lotta politica. E’ stata una ingerenza esterna bella e buona per aiutare chi lotta per la difesa di un diritto umano storicamente acquisito, quello alla democrazia nella legalità. Perchè la corruzione e l’autoritarismo non sono una “diversità culturale” slava da rispettare e preservare come sostenuto da William Dufourcq in questo dossier.

Anche l’Unione europea, così lenta e restia a queste “ingerenze”, ne ha preso atto. E, per la prima volta dalla guerra in Iraq, ha lavorato con gli Stati Uniti, dimostrando al mondo che quando il campo occidentale è compatto nel promuovere la democrazia non c’è bisogno né di ricorrere alle armi, né di usare la diplomazia per prendere tempo. Potrà non piacere al presidente francese Chirac ed agli amici europei del Presidente russo Putin, come il premier italiano Silvio Berlusconi, ma quando il Segretario di Stato Usa, Colin Powell, e il rappresentante della politica estera Ue, Javier Solana, lavorano insieme, lavorano meglio. E l’Ucraina ne è un esempio mirabile.

In Ucraina non c’è stato bisogno di un intervento armato

La “rivoluzione arancione” ha fatto scuola. Mentre gli elettori ucraini incoronavano il leader dell’opposizione democratica, Viktor Yushenko, il 26 dicembre scorso, nella vicina Bielorussia il movimento giovanile ZUBR iniziava a pianificare, per il 2005, una serie di azioni nonviolente contro la dittatura del tiranno Lukashenko. Non solo. Nella sede del movimento ucraino PORA, vero e proprio motore della rivoluzione guidata da Yushenko, a due passi dal ministero degli esteri ucraino, sono affluiti decine di ragazzi dall’Azerbaijan, dal Kazakhstan e dalle altre repubbliche dell’Asia centrale. Anche il movimento democratico degli studenti iraniani, che lottano contro la dittatura teocratica dei mollah, ha osservato gli eventi di Kiev e potrebbe essere interessato al trasferimento del know-how ucraino in materia di lotta nonviolenta. Sono questi i “complotti transnazionali” che scorrono sotto la pelle delle rivoluzioni nonviolente. In casi come quello ucraino, per esportare la democrazia basta una “rivoluzione dolce” come la “rivoluzione arancione”: fatta di gente, di qualche slogan, di una manciata di badge “da giornalista” fatti in casa per gli osservatori occidentali, di siti internet e comunicazione, di manifesti ed adesivi, di carovane in giro sulle strade ghiacciate del paese più grande d’Europa e di tanta, tantissima festa. Alla sede di PORA non ci si stanca mai di ripetere: “Quando arriva il momento delle idee, nulla può fermarle”.

Ed il momento era giunto in Ucraina. Gli ucraini hanno vissuto il 26 dicembre come un momento di scelta tra le sfide intraprese nella vicina Polonia con l’adesione all’Unione Europea del 1° maggio scorso e la “stabilità” del nuovo paternalismo autoritario messo in piedi da Putin. Il mondo dell’impresa e delle nuove partite IVA ha autofinanziato i movimenti di opposizione al regime. I media hanno cavalcato, appena slegati dai lacciuoli del regime, l’onda lunga della novità. Un paese intero si è mobilitato. Autonomamente.

Ma la partita non si è conclusa il 26 dicembre. Se la sfida della nuova Ucraina è quella di mantenere le promesse fatte ad un paese cui è stata venduta una rivoluzione e che si attende autentiche svolte, per l’Europa si tratta di sostenere questo processo e premiare l’eccezionalità ucraina con un eccezionale status che punti, quanto prima, all’apertura di negoziati per l’adesione di Kiev all’Unione europea. Sarebbe il segnale giusto per rilanciare la spinta democratizzatrice dell’Europa ad Est: per l’Europa di oggi è il miraggio dell’adesione alla Ue, il vero motore del cambiamento. E se Kiev ha scelto l’Europa, perché Bruxelles dovrebbe rinnegare Kiev?