Ucraina: Europa, I Lviv you

Articolo pubblicato il 15 settembre 2014
Articolo pubblicato il 15 settembre 2014

L'est dell'Ucraina è attraversato da una violenza che sfugge al controllo dell'Unione Europea. A Kiev, la decentralizzazione del paese è in fase di discussione per poter rafforzare il ruolo delle autorità locali ed evitare lo sgretolamento del paese. In questo contesto, tuttavia, un'altra città continua a rappresentare lo spirito del cambiamento. Reportage.

A 1800 chilometri da Parigi, Lviv (Leopoli) è diventata un simbolo del movimento di protesta dell'Euromaidan e del desiderio del popolo ucraino di chiudere con l'oligarchia e la corruzione. L'influenza polacca e austro-ungarica permette agli abitanti di identificarsi nella storia e della cultura dell'Europa centrale, se non altro attraverso l'architettura della città. Ma è soprattutto la partecipazione attiva dei suoi abitanti e dei suoi rappresentanti a fare di questa città l'avanguardia di un'Ucraina europea.

Il movimento dell'Euromaidan del novembre 2013 era cominciato in seguito al rifiuto delle autorità ucraine dell'epoca di firmare un accordo di partenariato con l'Unione Europea. Dopo mesi di violente contestazioni, la caduta del presidente Yanoukovitch e le elezioni presidenziali anticipate, l'Ucraina ha finalmente firmato questo accordo a discapito della sua integrità territoriale.

Per amore della bandiera stellata

In effetti Lviv ha giocato un ruolo maggiore in seno al movimento Euromaidan soprattutto grazie alla partecipazione del suo sindaco, Andriy Sadovyi. Dall'inizio della contestazione, quest'ultimo ha dichiarato che non si sarebbe fatto uso della forza contro i manifestanti. E così gli abitanti sono potuti andare fino a Kiev per far cadere il regime. Le foto di quelli che non sono tornati sono esposte nella città e le loro tombe sono piene di fiori. Oggi il sindaco si affianca alle famiglie dei soldati per discutere del ritorno dei loro figli con il governo: alcuni di loro non hanno lasciato il fronte dal mese di marzo.

Andriy Sadovyi e i suoi amministratori non esitano ad esprimere le proprie convinzioni: le bandiere europee sono onnipresenti nella città. Davanti ai palazzi ufficiali, ai negozi, sui balconi, fino ai finestrini delle macchine e dei pullman. Ricordano che è per i valori europei che gli ucraini si sono battuti e continuano a battersi. Un simbolo forte, che fa riflettere, nel momento in cui ad esempio, nella Francia delle città amministrate dal Front National, si tolgono le bandiere europee dalle facciate dei municipi.

Terrazze e danzatrici di tango

Quando c'é bel tempo come quest'estate, gli abitanti di Lviv approfittano del calore estivo per guardare le danzatrici di tango sulle terrazze. I turisti che vengono dalla Polonia, dalla Germania e persino dalla Corea, sono accolti calorosamente in un'atmosfera da città dell'Europa Centrale. Ma le tv, come Rossiya RT, ricordano loro che questo paese è in guerra semplicemente sventolando una bandiera ucraina, simbolo di autenticità che li separa dalle catene russe. Le immagini, diffuse durante l'anno dei soldati dai bracciali gialli e blu che sparano sugli sbarramenti separatisti, sono in contrasto con quelle in cui dei soldati ucraini si fanno disarmare dai civili filorussi. Gli spot pubblicitari del ministero della Difesa spingono alla mobilitazione.

Da Lviv sono molti i volontari che si aggregano ai battaglioni sul fronte. Sono giovani, mal equipaggiati e mal addestrati. All'ordine: «A sinistra!» metà del battaglione gira a destra, secondo quanto dice Michal Kacewicz. Un giovane soldato si sarebbe fatto esplodere sulla sua stessa granata, mentre ci giocava per noia, stando invece ai racconti di Michal Kacewicz, un giornalista polacco. Ma sono tutti motivati e certuni non aspettano altro che la capitolazione dei separatisti dell'est per marciare verso la Crimea.

«Prima liberiamo l'est, poi vedremo»

In città, alcuni membri dell'associazione Varta1 si occupano della raccolta fondi per sostenere le truppe che si trovano a est. Un attivista, seduto davanti alla tenda militare che funge da magazzino dell'associazione, spiega che i volontari non hanno abbastanza viveri e acqua. Quando gli si chiede se la liberazione della Crimea sia possibile, risponde «Ogni cosa a suo tempo. Prima liberiamo l'est, poi vedremo». La sua voce tradisce la sua mancanza di ottimismo.

Per protesta contro l'intervento russo nell'est del paese, due grandi bandiere ucraine sono state appese ai cancelli del consolato della Federazione di Russia. Simbolo delle relazioni diplomatiche tra la Mosca e l'Unione Europea, il consolato sembra deserto, a eccezione di due portinai in pantaloncini che parlano con il poliziotto di guardia.

L'Unione Europea non paga

Oggi Lviv paga il suo maore per l'Ue a caro prezzo. Nonostante la sua distanza dal fronte, la casa del sindaco è stata il bersaglio di un missile anticarro. Fortunatamente ci sono stati solo danni materiali. Dei falsi allarme anti-bomba vengono regolarmente lanciati (41 da gennaio) mobilitando le forze dell'ordine e paralizzando la zona minacciata, spesso la stazione ferroviaria. Infine, l'arrivo di molti rifugiati dalle zone insorte fa temere alle autorità l'infiltrazione di sabotatori che potrebbero tentare di destabilizzare le regioni che sfuggono alla violenza.

Come altre città e regioni ucraine, Lviv ha scelto la via dell'Unione Europea e la rivendica. I separatisti filorussi hanno ottenuto il sostegno della Russia per impegnarsi in un conflitto contro il governo ucraino. È per questo che le città e le regioni eurofile che intendano svilupparsi democraticamente ed economicamente devono disporre di certi meccanismi necessari all'integrazione europea per poterlo fare. La cooperazione decentralizzata, l'abbassamento delle tasse frontaliere sui prodotti d'importazione e l'accesso ai programmi europei per le società e le autorità locali saranno risposte costruttive contro l'arrivo di armi dalla Russia. L'Unione Europea deve sostenere l'Ucraina in questa fase di ricostruzione e di riforme per rispondere alla volontà di cambiamento degli Ucraini. La città di Lviv si pone dunque come una via d'accesso per portare l'integrazione europea all'interno del paese.

All'articolo ha collaborato anche Charles Gomi.