Ucraina dell’Est: l'emergenza umanitaria dei rifugiati

Articolo pubblicato il 03 settembre 2014
Articolo pubblicato il 03 settembre 2014

La rivoluzione ucraina o "rivoluzione di Maidan" non solo ha fatto cadere il governo, ma ha anche mescolato le carte dell'Ucraina, un Paese che si pensava fosse unito. Cosa succede alle migliaia di rifugiati che lasciano le regioni dell'Est del paese a causa della guerra? Panoramica su un'emergenza umanitaria senza fine.   

Città isolate, strade deserte, edifici in rovina, vite spezzate. Questo è il panorama che 800mila cittadini ucraini si sono lasciati alle spalle fuggendo dal loro Paese dopo l’inizio del conflitto, secondo quanto dichiarato dall’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il quale conferma che, nell’Ucraina dell’Est, ogni giorno più di 70 persone muoiono o rimangono ferite, superando i 2.200 civili deceduti e non contando i passeggeri e l’equipaggio del MH17 e i 6mila feriti. Come in tutte le guerre, la popolazione rimane in una terra di nessuno, in balìa delle sparatorie e delle violenze, dando il via a un esodo che non ha nulla a che vedere con patrie, bandiere o frontiere. «Non sono turisti ma rifugiati» che fuggono dall’orrore, ricorda Vicent Cochetel, responsabile dell’UNHCR per l’Europa, il quale conferma che sono gli sfollati interni – la maggior parte donne e bambini- a correre i rischi più gravi. Sono quasi 190mila le anime che vagano in un Paese avvolto dal caos, anche se le cifre potrebbero essere più alte, dato che gli uomini non vogliono registrarsi per paura che l’esercito li recluti o, ancora peggio, per non essere disprezzati o attaccati dalla loro stessa gente.

Punizioni collettive contro la popolazione

Le regioni insorte di Donbass assistono a un flusso continuo di rifugiati che fuggono dalle ritorsioni di Kiev nei confronti di Donetsk e Lugansk. Ma anche la Crimea non è immune. Gli scontri accrescono lo stato d’assedio giornaliero in cui si trovano gli abitanti, privi di corrente elettrica, acqua potabile, cibo e beni di prima necessità; per non parlare del denaro, non più in circolazione da mesi. Le prime offensive hanno interrotto la distribuzione di viveri per la popolazione.  Quartieri interi tra i detriti; ospedali, scuole e residenze ridotti in cenere dall’artiglieria pesante. Un paesaggio desolato dove la morte accerchia le popolazioni limitrofe e le spinge a scappare dagli orrori di questo conflitto, nonostante i timidi tentavi dell’OSCE di riportare il buon senso in questo scempio. Si combatte a un passo dalla regione limitrofa, a circa mille metri di distanza. «Non è un film, ma la vita reale», dice Irina di Izvarino, assistendo inerme alla distruzione che ha subito il suo paese mentre aspetta di oltrepassare la frontiera per andare in Russia. Altri come Oleg si rifiutano di lasciare la propria casa o le rovine che resistono ai bombardamenti. «Ho vissuto qui 37 anni, da quando mi sono sposato» – dice piangendo, mentre seppellisce oggi nel cortile di casa la moglie morta con un colpo di mortaio.

Lasciarsi tutto alle spalle per salvare la propria vita

Arrivano solo coi vestiti, la maggior parte di loro non ha neanche i documenti, consapevoli del fatto che non sanno cosa li aspetterà. Trascorrono ore, se non giorni a fare la fila per oltrepassare la frontiera dopo aver compilato una domanda di sovvenzione. Le espressioni dei loro visi cambiano nel momento in cui firmano il documento e il sollievo si riflette nei loro occhi; lasciano l’Ucraina e una guerra che ha tolto tutto a molti di loro. 

Chilometri di veicoli e persone a piedi dimostrano la portata della crisi umanitaria che colpisce il sud-est del Paese. L’avanzare delle truppe regolari affretta i passi dei rifugiati,  mentre affiora la paura; all’entrata si dà la priorità a malati e bambini poiché i posti di controllo frontalieri non garantiscono la sicurezza perché sono degli obiettivi frequenti dei mortai, mentre i membri dell’OSCE, si comportano da “convitati di pietra” (fantasmi incombenti ma muti, NdT.) che non vedono, non sentono, non parlano. Più di 207mila persone trovano rifugio in Russia, molte sono accolte da amici o familiari in diverse città del Paese, ma altri non hanno un posto dove andare. Per questi ultimi sono stati messi a disposizione circa 900 centri d’accoglienza temporanei che ospitano 60mila ucraini, ma esistono anche altre alternative come i circoli culturali, alberghi, ostelli, centri sportivi e persino, in certi casi, vagoni ferroviari, secondo quanto rivelato da Centro Operativo di Coordinamento Ministeriale. L’Ufficio russo dell’Immigrazione conferma che 170mila persone hanno richiesto protezione internazionale, mentre 48mila hanno presentato i documenti per ricevere asilo provvisorio. Tra tutti questi dati, le cifre che destano maggiore preoccupazione sono i 17mila bambini sfollati il cui futuro e la cui sopravvivenza dipende dagli aiuti che ricevono da medici e psicologi.

Allarme umanitario

La situazione allarmante che si vive da entrambi i lati della frontiera Russia-Ucraina ha determinato l’attivazione della Croce Rossa Internazionale che con l'appoggio di Mosca ha inviato un convoglio di 280 camion e 1.800 tonnellate di aiuti umanitari. Inoltre, oltre 1.096 tonnellate di acqua, viveri e vestiti sono state destinate ai campi profughi. Un leggero alleviamento, servito, però, solo a prendere tempo, mentre il numero di persone a rischio aumenta. Il logoramento di questo conflitto colpisce persino i soldati che, sfiniti, senza più risorse e dinnanzi ad una tale situazione precaria, gettano le armi al suolo.  Nessuno era preparato a ciò e le autorità non vogliono e non possono far fronte alle loro necessità, lasciando al proprio destino civili, militari, territori. A prescidere dai meeting con cui si cerca di porre fine a questo conflitto che si sta congelando nel tempo e diramando nel territorio, la Russia e la Croce Rossa hanno annunciato l’arrivo di un nuovo convoglio per la popolazione del sud-est ucraino. Tuttavia per le 800mila persone rimane difficile ritornare a una situazione di normalità: costrette a lasciarsi tutto alle spalle, a guardare avanti, ogni loro passo in più è stato un passo di speranza per fuggire da una guerra che, dall’oggi al domani, li ha lasciati senza nulla.