Tutto liscio il post-Brexit britannico? Non proprio

Articolo pubblicato il 28 novembre 2016
Articolo pubblicato il 28 novembre 2016

I 4 milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito, insieme al milione di britannici che vivono in Europa hanno un incerto futuro davanti a loro. Non si è ancora capito che forma assumerà alla fine la Brexit, e questo non fa altro che soffiare sul fuoco della paura e dell'incertezza di chi non sa cosa aspettarsi dal proprio immediato futuro.

«Nessuno sa quale forma assumerà la Brexit» afferma Claire De Than, professore di legge alla City University London. «Le persone stanno fuggendo per paura. Se il governo non vuole perdere dei lavoratori qualificati, è nel suo interesse fornire qualche garanzia con delle date definite».

Per come stanno le cose non si sa se l'invocazione articolo 50 sarà vincolante o meno. In altre parole la Brexit, nonostante tutto, potrebbe anche non avvenire. Gina Miller ha sottolineato che l'assenza di precedenti uscite dall'Unione europea rende la faccenda  sicuramente suscettibile di discussioni presso la corte, cosa che attualmente sta succedendo. L'udienza del caso giudiziario è prevista per i primi di dicembre presso la Corte Suprema di Westminster, e metterà in dubbio la facoltà del governo di dare il via libera all'articolo 50. 

Alan Dashwood, professore di Diritto europeo presso l'Università di Cambridge, vede un barlume di speranza nell'intera vicenda:«Una svolta nel caleidoscopio politico potrebbe offrire un'opportunità per un ripensamento, sancito da un secondo referendum o un'elezione, una volta che le conseguenze della Brexit saranno ben chiare a tutti».

Intrappolati nel mezzo delle dichiarazioni conflittuali e delle inversioni ad U ecologiche ci sono tuttavia gli expat europei e inglesi. Per i cittadini europei «l'opzione più sicura è quella di fare domanda per la cittadinanza britannica, o sposare un inglese» afferma De Than. Ma per molti di loro ciò non è semplicemente possibile. 

Il punto di vista dall'isola

Molti expat europei che vivono nel Regno Unito sono senza dubbio seccati per i costi e le tribolazioni ai quali si va incontro nel far domanda per il permesso di soggiorno permanente, per il passaporto britannico e l'assicurazione sanitaria omnicomprensiva. Sabine, un'amministratrice tedesca di 40 anni che vive nel Regno Unito dal 1999, spiega: «Ad oggi la mia richiesta e il mio passaporto si trovano al Ministero degli Affari Interni da più di 3 mesi, e sto ancora aspettando una risposta. È estremamente stressante».

Altri dicono di non poterselo permettere, o semplicemente di non essere idonei e dover "aspettare e sperare", nonostante abbiano vissuto, lavorato e pagato le tasse nel Regno Unito per anni, avendo spesso anche figli britannici. A marzo di quest'anno il costo per l'insediamento, la residenza e la nazionalità è aumentato del 25%. Al momento, per diventare un cittadino britannico naturalizzato, bisogna pagare 231 sterline in più rispetto a gennaio. «Una tassa di 80 sterline per la cerimonia di cittadinanza è stata aggiunta al costo della domanda», informa una nota a pié di pagina sul sito del governo.

Non molti cittadini dell'Unione europea sono in vena di festeggiare. Molti di loro hanno parlato di un aumento della preoccupazione, della depressione e della sensazione di essere mal accetti, a partire dal referendum. Alcuni hanno perfino denunciato una maggiore xenofobia.  JN, un insegnante olandese di 42 anni, afferma: «Le battute dei britannici sono qualcosa del tipo: "Avete già preparato le valigie?"».

Dove si concentra la maggiore percentuale di persone nate all'estero nel Regno Unito, secondo Telegraph.co.uk 

Andrew, un IT manager scozzese, ha affermato di essere stato insultato su un autobus mentre parlava in finlandese con sua moglie, la lingua madre di quest'ultima: «Trovo intollerabile il recente scenario razzista e xenofobo», ha detto. Per paura di essere etichettate come straniere, le persone scelgono di non parlare nella loro lingua nativa in pubblico.

Molti temono per il loro futuro professionale, o di perdere i sussidi sanitari. Helene, una giovane francese, racconta: «I miei datori di lavoro vogliono ridefinirsi come "un'impresa britannica veramente locale", per usare le loro stesse parole. Sono stata oggetto di una valutazione la scorsa settimana, nella quale tutti loro hanno avuto modo di esprimersi sul se io dovessi tornare a casa o meno».

Dzintra, una lettone di 33 anni, è arrivata nel Regno Unito nel 2005. Suo figlio è nato con una paralisi cerebrale. Ha paura di perdere il diritto al sussidio sanitario e all'invalidità, e di non essere in grado di trovare lavoro: «Qualsiasi tentativo di trovare un impiego sarebbe doppiamente difficile, stimando che le possibilità che l'intervistatore sia a favore o contro l'immigrazione siano grossomodo del 50%».

Anche le perdite economiche interessano direttamente gli expat. Monika, un'avvocatessa polacca, spiega: «Ho perso il 20% dei miei risparmi a causa del crollo della sterlina, se convertita in zloty (la valuta polacca), che equivale a due anni del mio lavoro qui. È un periodo davvero deprimente, e rimpiango di non aver fatto una scelta differente quando decisi di emigrare 10 anni fa».

Il professor De Than suggerisce che: «Le persone che si trovano qui sono relativamente al sicuro. Non è possibile liberarsi interamente della libertà di movimento, gli organismi europea si aspetteranno qualche garanzia. Ma i britannici che vivono all'estero potrebbero al contrario rendersi conto che la loro condizione è a rischio».

Un punto di vista dall'altra parte del Canale

Nicola, cinquantunenne esperto di marketing e comunicazione, è una cittadina britannica che vive e lavora a Bruxelles. Riguardo alla possibilità di presentare domanda per la nazionalità belga, dice: «Dal 24 giugno mi sono recata già 6 volte presso il Consiglio, e ancora non mi sento particolarmente vicina all'ottenere un dossier completo. Mi hanno chiesto di cambiare il mio cognome, e ho dovuto far certificare e tradurre molti documenti, ovviamente a mie spesee, impegnando il mio tempo».

Dove sono gli espatriati britannici in Europa, secondo Telegraph.co.uk

Per alcuni expat britannici questa però non è neppure un'opzione. Roxanne, una cittadina britannica di 25 anni nata da genitori tedeschi, ha vissuto in Germania fino ai suoi 13 anni. Si è poi trasferita a Aberdeen, in Scozia, prima di spostarsi recentemente in Austria per continuare i suoi studi. Non ha richiesto una doppia cittadinanza alla nascita, e non possiede i requisiti per la cittadinanza tedesca in quanto di recente non ha vissuto in Germania per un periodo di tempo abbastanza lungo.  

Ha già patito la xenofobia in Germania, lavorando presso una panetteria, dopo essere stata insultata da un cliente del luogo che le ha augurato "una felice deportazione", l'ha definita una "traditrice", "feccia" e ha detto che le dovrebbe "essere permesso di stare soltanto a casa propria fino alla deportazione". In seguito l'ha seguita per strada finché lei non ha minacciato di chiamare la polizia per incitamento all'odio. 

«In Austria le elezioni presidenziali di dicembre potrebbero essere vinte da un presidente di estrema destra. Questa è una preoccupazione che hanno molti britannici in Europa. Ci sentiamo veramente invisibili e davvero abbandonati dal Regno Unito e dall'Unione europea, anche se principalmente dal Regno Unito» dice. 

Alla ricerca di informazioni chiare e di una guida, gli espatriati dell'Unione europea nel Regno Unito e i britannici nell'Europa continentale stanno attraversando mesi stressanti e spendendo considerevoli somme di denaro, sforzandosi di assicurare i loro diritti per restare nei Paesi dove risiedono. C'è di più: le loro vite potrebbero essere stravolte da una decisione che non hanno avuto modo di influenzare. È ancora poco chiaro che forma alla fine dei giochi assumerà la Brexit, ma per coloro che in qualche modo ne sono già coinvolti somiglia sempre di più ad un incubo ad occhi aperti.