Turchia-Ue: partner o gladiatori?

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005

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Mentre si aprono i negoziati ufficiali per l'adesione della Turchia all'Unione Europea, l'Europa si trova nella confusione più totale riguardo all'atteggiamento da adottare di fronte al governo turco. Il nocciolo della questione è l'isola di Cipro.

Per decenni il conflitto greco-turco sulla questione di Cipro ha impedito qualsiasi accordo tra l’Ue e la Turchia. Quando nel luglio del 1990 Cipro si è candidata all'adesione all'Europa, quest’ultima ha afferrato l'occasione al volo, considerando che la Repubblica del Sud si era espressa a nome di tutta l'isola. I negoziati del 1998 si sono dunque aperti con la speranza di favorire un processo di riunificazione politica. Purtroppo le cose non sono andate per il verso giusto, ed è un'isola separata quella che è entrata a far parte dell'Ue il primo maggio 2004.

Le cause di questo flop politico sono principalmente due: il rigetto del piano Annan da parte della parte greca, e la persistenza di un violento nazionalismo turco. Bisognava comunque provarci.

La storia riporta esempi di finzioni giuridiche portate avanti nonostante delle circostanze sfavorevoli, e tuttavia conclusesi favorevolmente. Nel 1945, ad esempio, gli Alleati hanno mantenuto, malgrado la Guerra Fredda, il concetto di “Germania Unita”, che è stato poi riutilizzato nel 1990 durante la riunificazione. La stessa cosa vale per i Paesi Baltici, la cui annessione all'Urss non è mai stata riconosciuta ufficialmente da quest'ultima, facilitando così la riconoscenza dell'indipendenza di questi paesi nel 1990. Le vie che portano alla riconciliazione e alla pace non sono sempre semplici. E spesso ci si ritrova al punto di partenza.

Sotterfugi diplomatici

Durante il Consiglio Europeo del 17 Dicembre 2004, i Capi di Stato dei venticinque Paesi membri non hanno chiesto apertamente alla Turchia di riconoscere la Repubblica di Cipro, nonostante quest’ultima facesse già parte dell'Europa. E qui l'arte della diplomazia ha creato, per permettere alla Turchia di salvare le apparenze di fronte ai propri connazionali, una elegantissima formula che citiamo per esteso (paragrafo 19): «Il governo turco conferma che è pronto a firmare l’accordo relativo all’adattemento dell’accordo di Ankara per tenere conto dell'adesione dei dieci nuovi Paesi membri. In tale contesto, [il Consiglio Europeo] ha accolto favorevolmente la dichiarazione della Turchia secondo cui “il governo turco conferma di essere disposto a firmare il protocollo relativo all'adattamento dell'accordo di Ankara prima dell'effettivo avvio dei negoziati di adesione e dopo aver concordato e finalizzato gli adattamenti necessari in considerazione dell'attuale composizione dell'Unione Europea”».

Ciò significa, in lingua corrente, che i turchi accettano di estendere a Cipro – non citata ma evocata due volte – le disposizioni che accettava con i Quindici, con tutte le conseguenze che ciò implica, e cioè: libera circolazione delle navi, degli aerei e dei beni. È un riconoscimento di fatto, anche se non ancora di diritto.

Nel luglio del 2005 la Turchia accetta la formula, aggiungendo però una clausola secondo la quale si rifiuta espressamente di riconoscere Cipro. In un contesto di fragili equilibri diplomatici, dove ogni parola era stata attentamente soppesata, il tutto suona come una provocazione.

Le autorità francesi reagiscono rapidamente: secondo il Primo Ministro Dominique de Villepin, sarebbe «inconcepibile» cercare di negoziare con un paese che nega apertamente l'esistenza di uno dei paesi membri dell'Ue. Ma già a fine agosto il Presidente Chirac smorza i toni alla conferenza degli ambasciatori. Quanto alla Presidenza britannica, lungi dal mostrarsi inflessibile, non reagisce alla provocazione, arrivando addirittura a difendere i turchi. Dopo due mesi la Presidenza è ancora alla ricerca di una formula appropriata per aprire il dialogo senza urtare Cipro e altri paesi “piccoli”. Sembra però difficile trovare una formula di compromesso che punisca la Turchia senza compromettere i negoziati per l'adesione. Nessun Paese membro ha il coraggio di proporre la soluzione adeguata: e cioè porre le condizioni essenziali ed intoccabili, nel caso in cui la Turchia cambi idea.

L’Europa cambia rotta

Ancora una volta l'Ue si dimostra debole, e questo comportamento deve essere condannato.

Sebbene sia concepibile che l'Europa faccia degli sforzi diplomatici per aiutare la Turchia a sormontare le questioni più difficili, è senza dubbio pericoloso transigere su un punto così fondamentale, soprattutto adesso che la Turchia, eccessivamente intransigente, sta diventando sempre più nazionalista.

Il fatto stesso che la Turchia esprima pubblicamente, proprio adesso che vorrebbe entrare a far parte dell'Unione Europea, il suo rifiuto nel riconoscere un Paese membro della “famiglia europea” dimostra fino a che punto possa avere una visione completamente falsa dell'Ue. L'Europa non è, infatti, un'arena dove i gladiatori si affrontano spietatamente, ma una zona di cooperazione dove ogni membro rispetta e ascolta gli altri.

La crescita delle tensioni nazionaliste nella primavera del 2005, la persecuzione dello scrittore Ohran Pamuk, il cui unico crimine è stato quello di chiedere di far luce sul genocidio armeno, la ripresa degli scontri in Kurdistan gettano ombre sull'immagine positiva del Paese data dalla Comissione nel suo rapporto dell'ottobre 2004. E questo senza contare sul fatto che, dopo la decisione del Consiglio Europeo del dicembre 2004, due dei Paesi fondatori hanno rifiutato la Costituzione europea, sottolineando le debolezze dell'Unione. Le nuove negoziazioni sono riprese il 3 ottobre, ma la passione tra Turchia e Ue è già sfumata.