Turchia, non ti capisco più

Articolo pubblicato il 24 marzo 2016
Articolo pubblicato il 24 marzo 2016

Alcuni anni fa la Turchia era liberale e democratica. Oggi l'esercito perseguita i curdi, ai corrispondenti stranieri viene negato il pass stampa e gli oppositori sono ridotti al silenzio. Tutto dietro la scusa della guerra al terrorismo.

Nel febbraio 2014 sono andata per la prima volta in Turchia per un semestre di studi. Ho capito velocemente che mi stavo legando a questo Paese in una maniera molto particolare. Istanbul per me era una città stimolante, affascinante, e soprattutto aperta: la voglia di cambiamento che aveva portato alla protesta di Gezi Park l'anno precedente era ancora percepibile. Ma il movimento contro il governo dell'AKP (il Partito per la giustizia e lo sviluppo, il principale partito turco, n.d.r.) che ho visto in prima persona in realtà è stato l'ultimo tentativo di una resistenza che sarebbe stata soppressa subito dopo. 

Quando oggi guardo alla Turchia vedo un Paese che non riconosco più. Alcuni giorni fa il presidente Erdoğan ha dichiarato che terroristi sono tutti quelli che rendono il terrore possibile: siano essi avvocati, accademici o giornalisti. Chi non è dalla parte del Governo, è con i terroristi: «Non c'è una via di mezzo,» dice il presidente turco riferendosi agli attacchi terroristici di Ankara del 13 marzo in cui 37 persone hanno perso la vita e molte altre sono state ferite. È stato il terzo attentato nella capitale turca in cinque mesi: il Governo di Ankara accusa il Partito lavoratori del Kurdistan (PKK), così come all'Unità di protezione popolare (YPG), una milizia a maggioranza curda attiva nel nord della Siria. Da mesi ormai l'esercito turco conduce una guerra all'interno del Paese: nella Turchia sud-orientale, abitata soprattutto dai curdi, si scatena la battaglia contro il PKK, bandito dal Paese. Intanto i conflitti nelle zone residenziali sono all'ordine del giorno: i civili continuano a morire, i militari continuano ad imporre un coprifuoco che dura intere giornate. 

La guerra al terrorismo di Erdoğan

Combattere il terrore attraverso la sorveglianza statale non è una soluzione. Anche chi si esprime a favore della libertà delle regioni curde in Turchia può essere tacciato di terrorismo: mercoledì ad Istanbul sono stati arrestati per questa ragione tre accademici turchi. A gennaio avevano sottoscritto una petizione per porre fine alla violenza nella Turchia sud-orientale. Quando Erdoğan dice che «tutti quelli che rendono il terrore possibile sono terroristi», in realtà parla di un'ulteriore restrizione della libertà di stampa e di parola all'interno del Paese. Che i giornalisti dell'opposizione in Turchia non stanno passando un bel momento è stato dimostrato dalla partenza del corrispondente di Der Spiegel Hasnain Kazim, che si è visto negare il pass stampa dal governo dopo due anni e mezzo. Senza questo documento il giornalista non ha più permesso di soggiorno e deve lasciare il Paese con la sua famiglia. Anche ad altri corrispondenti son stati negati i presupposti per poter svolgere il loro lavoro. La richiesta di pass stampa di Silje Rønning Kampesæter, corrispondente per il giornale norvegese Aftenposten, è stata rifiutata. Il corrispondente di Welt Deniz Yücel è stato accusato di simpatizzare per il PKK e gli è stato revocato il pass stampa. Come Hasnain Hazim, anche il caporedattore di Welt ha deciso che per il momento non ci saranno servizi sul posto. 

Erdoğan vuole colpire quelli che la pensano diversamente. Gli oppositori del governo dovrebbero secondo lui essere zittiti, dietro la scusa della lotta al terrorismo. Ma quello di cui ha davvero bisogno la Turchia in questo momento una democratizzazione, non di un pugno di ferro autocratico. Perché poi l'oppressione genera odio, e l'odio nutre il terrore: è un circolo vizioso.

Il cinismo verso la Turchia

Proprio in questo momento è importante che i Paesi europei si pronuncino in maniera chiara contro la violazione dei diritti umani in Turchia. Trattare questo Paese con i guanti solamente perché è l'unico modo per affrontare la crisi dell'immigrazione è ipocrita e sbagliato. Al vertice europeo iniziato giovedì scorso, la cancelliera Merkel ha lodato la Turchia per il suo ruolo in questa situazione di crisi. Non si è pronunciata però sugli arresti arbitrari che sono stati condotti ultimamente da parte della giustizia turca. Anche descrivere la Turchia come un «Paese d'origine sicuro» (espressione per indicare che si tratta di un Paese che vive nel rispetto dei principi di libertà e democrazia, dove i diritti dell'uomo e le libertà fondamentali sono rispetatte, n.d.r) è una falsità: ma per gli Stati europei è un passo ulteriore per controllare meglio il flusso dei migranti. Perché i rifugiati che vengono da un Paese sicuro o che vanno in un Paese considerato sicuro non hanno nessun diritto di asilo in Europa. Secondo il Centro Federale per l'educazione politica, un Paese d'origine sicuro non perseguita politicamente i suoi cittadini. Ma questo è esattamente quello che sta succedendo con i curdi in Turchia. Per Erdoğan la classificazione della Turchia come Paese d'origine sicuro è un trionfo, una vittoria del suo governo sui valori europei. E questo non può essere tollerato.

Anche se la Turchia è per me diventata irriconoscibile, non l'ho abbandonata. Tra qualche settimana torno ad Istanbul, ma ho sentimenti contrastanti: da un lato felicità all'idea di poter passeggiare di nuovo per le strade della mia città preferita. Dall'altro, paura: non di possibili attacchi terroristici, ma della rassegnazione. Paura di non poter più sentir battere il cuore ribelle di Istanbul.

Articolo aggiornato il 6 aprile 2016.