Turchia: la frontiera c’è ma è culturale.

Articolo pubblicato il 10 giugno 2003
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Articolo pubblicato il 10 giugno 2003

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Di fronte all’impossibilità di ridurre le differenze culturali, l’Europa ha bisogno di frontiere. E queste devono tagliare fuori la Turchia. café babel apre il dibattito. Senza prendere posizione.

Il problema posto dall’adesione della Turchia all’Europa ne nasconde uno ancora più importante: quello di sapere se l’Europa vuole realmente definire la sua identità. Il timore che manifestano gli europei nel rifiutare l’ingresso della Turchia non riguarda la Turchia in sé. C’è qui un timore più profondo: quello di dover porre dei limiti all’Europa. E’ dunque da questo problema che bisogna iniziare.

Si sa che in altri tempi la christianitas che precedeva l’Europa non si dava nessun limite, e abbracciava il mondo intero, almeno teoricamente, poiché il cristianesimo, rivelato per tutti gli uomini della terra, era votato a riunirli tutti nella stessa fede (1).

Allo stesso modo l’Europa contemporanea si pensa e si vuole universale, votata a diffondere la sua cultura nel mondo intero. I diritti dell’uomo sono enunciati per tutti gli uomini. Così erigere delle frontiere fra gli altri e noi, sarebbe legittimare altre culture e dunque relativizzare la nostra, indicandola come una cultura fra tante. I nostri valori non sono realizzati ovunque, ma consideriamo che sono in nuce ovunque. In questo, l’Europa di oggi è effettivamente l’ereditiera dell’antica christianitas, anche se il contenuto universale è cambiato, passando dal cristianesimo ai diritti dell’uomo laicizzati. Tuttavia, quello che la christianitas poteva permettersi come unione delle anime, l’Europa in quanto insieme politico non saprebbe imitarlo nello stesso modo: un insieme politico e temporale ha bisogno di frontiere.

Le irriducibili diversità culturali

Colui che giustifica l’esistenza di frontiere fra le culture appare come il discepolo di Huntington, di cui il meno che si possa dire è che non piace ai giornalisti: lo si sospetta di volere lo scontro fra civiltà, o di accontentarsi mollemente della prospettiva dei conflitti, perché pretende che esistono diverse civiltà, e che non abbiamo necessariamente la vocazione ad inglobare l’intero pianeta nel girone dei diritti dell’uomo laicizzati. In realtà, Huntington non ama la guerra più di altri, afferma soltanto che non si possono ridurre le differenze culturali.

Chi dice differenza ammessa, dice tentazione permanente di conflitto. E’ per questo motivo che non abbiamo nessuna voglia di tracciare delle frontiere. Vorremmo che il mondo fosse un vasto insieme indefinito, o piuttosto di cui la sola definizione fosse d’essere plasmato a nostra immagine e somiglianza.

Temiamo di pronunciarci sulla nostra identità allo stesso modo in cui temiamo di delimitare delle frontiere fra gli altri e noi. Le due paure vanno di pari passo: le identità tracciano dei confini, e tracciare dei confini presuppone delle identità diverse. Si deve conoscere la propria identità per distinguersi. E ci si deve distinguere per poter dire chi siamo. Il timore dei confini e dell’identità corrisponde al timore di un mondo plurale, al segreto desiderio di un mondo ridotto ad uno. Insomma frontiere, identità, diversità, sono concetti strettamente collegati, ognuno dei quali non può concretizzarsi senza gli altri due.

Il panico che attanaglia gli europei di fronte alla necessità di tracciare le proprie frontiere – qui, per esempio, quella che li separerebbe dalla Turchia – segna il rifiuto di ratificare questa trilogia, frontiera-identità-diversità, perché pensiamo che l’universalità dei diritti dell’uomo è naturale all’umanità intera, e che di conseguenza è non escludente, e non tollerante. I diritti dell’uomo non ci identificano, poiché definiscono tutti gli uomini. Nessun popolo deve rimanerne al di fuori, almeno teoricamente, e tracciare delle frontiere all’Europa sarebbe ratificare e giustificare delle differenze che renderebbero il nostro “universale”, “particolare”.

L’Europa ha bisogno di frontiere

Credo che ci crogioliamo in un completo irrealismo. Il mondo umano non potrà mai essere completamente ridotto ad uno perché le diverse culture rappresentano di volta in volta risposte diverse alle umane domande, e nessuno sarà mai in grado di scoprire la sola ed unica risposta capace di accontentare tutti i popoli. Il mondo è vario per la condizione stessa della creatura che lo abita. I popoli hanno bisogno di identificarsi in dei valori ogni volta “singolari”, perché le risposte alle domande dell’esistenza non possono passare che attraverso la mediazione delle culture. I limiti traducono questa diversità che condiziona la libertà dei popoli di portare le loro risposte etiche, politiche, educative, alle domande dell’uomo. Le culture hanno bisogno di limiti per esistere come il fiume ha bisogno di argini per rimanere fiume, per non diventare una palude.

L’Europa ha bisogno di frontiere. Deve avere l’audacia di tracciarle. Altrimenti, invece di riempire il mondo come crede, sarà un insieme vuoto, perché privo di determinazione.

Se ammettiamo che c’è bisogno di un limite per garantire al contempo l’identità e la diversità, quali sono i limiti dell’Europa? Quanto mi sembra irrealista e pericoloso ricusare i limiti, altrettanto mi sembra che la loro determinazione rimanga discutibile. E’ normale che un dibattito si organizzi intorno alla questione dell’appartenenza della Turchia. Voglio solo proporre qui una semplice opinione che va ad aggiungersi al dibattito.

La storia della Turchia è stata in passato strettamente collegata alla nostra. Ed è un paese rivolto da entrambe le parti, al contempo verso oriente e verso occidente, come lo è la Russia (altro problema dello stesso ordine). Ma l’incontro di queste storie da solo, non basta a forgiare un’identità comune. Segna semmai ulteriormente l’esistenza di numerose relazioni fra due diverse culture. E’ vero anche che accettando nel suo girone dei paesi musulmani moderati, l’Europa potrebbe far indietreggiare il fondamentalismo musulmano, mentre un rifiuto provocherebbe l’effetto contrario.

Quest’ultimo argomento non è privo di forza. Ma resta puramente strategico e geopolitico. E l’Europa che vogliamo costruire non è una semplice alleanza strategica che mira ad assicurare la pace passando per ogni sorta di compromesso. Si definirebbe piuttosto come un crogiolo in cui una certa visione dell’uomo si elabora e assicura la sua perennità.

L’Islam, una cultura che istituisce due specie al posto di una

E’ per questo che bisogna evocare, riguardo ai nostri limiti, più l’antropologia che non la religione. Propria dell’Europa non è la cristianità. Ospita popoli e gruppi non-cristiani, che riconoscono le nostre leggi ispirate all’“antropologia dei diritti dell’uomo”, inizialmente cristiana, poi secolarizzata. Prendiamo l’esempio della rappresentazione degli uomini e delle donne. L’Islam rispetta le donne, ma in quanto esseri inferiori: chiede agli uomini di proteggere e comandare le donne come se si trattasse di bambini. Citiamo, per far capire meglio, la Dichiarazione islamica universale dei diritti dell’uomo (Seconda Dichiarazione del Consiglio Islamico del 1981, Appendice 5B). In questo testo fondamentale e fondatore, ispirato al Corano (2), viene chiaramente stabilito che gli uomini e le donne costituiscono due specie diverse. Per esempio: “le donne hanno diritti equivalenti ai loro obblighi, e conformemente all’usanza. Gli uomini hanno tuttavia una preminenza su di esse”(articolo 19), o ancora: “gli uomini hanno autorità sulle donne, in virtù della preferenza che Dio ha loro accordato su di esse” (articolo 20). Abbiamo qui la descrizione di due umanità diverse, e differenziate dallo sguardo che Dio getta su di esse – cosa che basta per dire quanto questa separazione sia radicale ed ontologica. All’inverso la cultura europea vive da venti secoli sulle parole di S.Paolo, che fondano alla radice i diritti dell’uomo: “non c’è né uomo né donna, né schiavo né uomo libero, né ebreo né non ebreo, tutti sono uguali agli occhi di Dio”.

Quindi, non credo che si possa addurre la capacità della Turchia di democratizzare le sue istituzioni, o di risanare le sue carceri, per legittimare il suo ingresso in Europa. Cosa sarebbe una democrazia moderna munita di una dichiarazione dei diritti islamici? Potrà chiamarsi democrazia, ma in tutt’altro senso, poiché gli individui non vi potranno pretendere allo stesso valore ontologico a seconda del gruppo al quale appartengono (d’altra parte è assai buffo vedere gli stessi europei entusiasti davanti alle “democrazie” dell’islam riformista e negare nello stesso tempo l’etichetta di democrazia all’antica Grecia, perché tutti gli individui non godevano dello stesso statuto). Naturalmente si argomenterà a ragione che l’Europa cristiana ha spesso disprezzato le donne: ma questo comportamento era in disaccordo con i suoi princìpi, ed è il motivo per cui ha potuto evolvere.

Nell’Islam invece i comportamenti indotti dalla separazione dell’umanità in due specie sono iscritti fra i dogmi fondamentali, e dunque giustificati per sempre.

La questione dell’ingresso della Turchia ha meno a che vedere con la questione religiosa propriamente detta, che non con la questione dell’antropologia soggiacente. E non vedo come i popoli d’Europa, che hanno istituito il razzismo come flagello principale potrebbero vivere quotidianamente con una cultura che istituisce due specie umane al posto di una.

(1) Vedi ad esempio il bel testo di Federico Chabot in Europes di Yves Hersant e Robert Laffont, 2000

(2) NB. I riferimenti dati da Chatal Delsol sono estratti dalla traduzione non ufficiale di Maurice Borrmans pubblicata nel 1983 nella rivista Islamochristiana. La traduzione ufficiale in francese del testo arabo, invece, non menziona questi passaggi. La citazione dell’articolo 19 corrisponde al versetto 2, 228 del Corano, quella dell’articolo 20 corrisponde al versetto 4,34.

Sul tema delle traduzioni ufficiali in francese ed inglese – definite da molti come « sommarie » - è poi scoppiata una polemica (vedi link).