Turchia-Israele: la credibilità e la questione dell’antisemitismo

Articolo pubblicato il 14 giugno 2010
Articolo pubblicato il 14 giugno 2010
Dopo le dure critiche da parte della Turchia nei confronti dell’attacco israeliano alla flotta di aiuti umanitari del 31 maggio 2010, le relazioni tra i due paesi sembrano sempre più in crisi. In Europa intanto si moltiplicano le voci di coloro che temono un allontanamento della Turchia dall’Occidente.
Il politologo Ekrem Eddy Güzeldere spiega dov’è il problema rispetto alla reazione della Turchia.

A lungo Turchia e Israele sono stati considerati i paladini della democrazia e della laicità del Medio Oriente. Come degli scogli nel mezzo della risacca, che debbano tenere a bada una serie di vicini poco democratici. Questo nonostante il fatto che le relazioni bilaterali tra i due stati sia siano sviluppate, molto più che attraverso forze pro-democratiche, grazie al contributo dell’esercito, che negli anni novanta intendeva in questo modo agire da contrappeso alla politica estera filo-mussulmana portata avanti da Erbakan (il Partito del Benessere). Il potere militare fu poi imitato dall’economia e dall’economia del turismo. Non bisogna comunque farsi ingannare: i sentimenti della maggioranza della popolazione nei confronti di Israele non sono mai stati particolarmente amichevoli. Fino a poco tempo fa tuttavia l’opinione pubblica non aveva molto peso nella politica turca.

Da Israele all'asse Siria - Iran

Per questo motivo, alcuni interpretano il peggioramento dei rapporti tra Turchia e Israele come una "normalizzazione" della politica estera turca. L’atteggiamento della popolazione viene preso in maggior considerazione e il paese cerca di instaurare buoni rapporti con tutti gli stati del Medio Oriente, invece che solamente con Israele. In questo processo, nemici di vecchia data come Siria e l’Iraq del nord si sono trasformati in alleati, mentre l’Iran è diventato uno stretto collaboratore nella questione dell’energia nucleare. In questo contesto, relazioni particolarmente strette con Israele risulterebbero un impedimento, ragion per cui un raffreddamento dei rapporti turco-israeliani rappresenta quasi una condizione necessaria per l’avvicinamento ai paesi arabi e all’Iran.

Due pesi due misure

Dopo il famoso "one minute" a Davos l’anno scorso, le relazioni tra i due paesi vivono il loro momento peggiore in seguito agli avvenimenti dell’ultimo fine settimana. La Turchia ha pieno diritto di criticare Israele per l’uccisione di nove dei suoi cittadini che volevano portare degli aiuti umanitari nella striscia di Gaza. I toni da parte turca sono molto accesi. Era stato addirittura proposto di inviare navi da guerra di fronte alle coste israeliane. Si parla molto del prezzo che Israele dovrebbe pagare. In fin dei conti si sta parlando di vite umani, di diritti umani, di bambini e civili innocenti.

E proprio qui sta il problema della reazione turca. Se la questione riguarda soltanto i diritti umani, perché allora la protesta è così veemente e marziale nei confronti di Israele, mentre contemporaneamente nel caso del genocidio nel Darfur non solo si tace, ma si arriva anche ad assolvere il presidente del Sudan, Bashir, perché, così si afferma, i mussulmani non possono compiere nessun genocidio? Se si trattasse solamente di un miglioramento delle condizioni di vita dei bambini, perché allora allo stesso tempo in Turchia, centinaia di bambini curdi vengono processati per aver fatto il segno della vittoria con le mani o lanciato un sasso (entrambe le azioni vengono considerate segni di appartenenza ad un’organizzazione terroristica)? E mentre la maggior parte dei governi reclamavano una verifica dei risultati elettorali in Iran, che risultavano chiaramente falsati, la sera stessa delle elezioni la Turchia si complimentava per il risultato. E neppure quando i manifestanti iraniani sono stati picchiati e uccisi si è alzata una parola di condanna per le violazioni dei diritti umani.

Le critiche del governo turco ad Israele non sono antisemite! E non viene neppure messo in discussione il diritto di Israele ad esistere. Però nella popolazione la mobilitazione delle masse si rivolge proprio in quella direzione. La NGO BAK(Coalizione per la Pace e la Giustizia) ha indetto una manifestazione con lo slogan “Israele assassina”: qualcosa di simile non sarebbe mai potuto succedere nei confronti di altri stati. E naturalmente si torna a ricorrere ai boicottaggi. I primo giorno contro i prodotti israeliani, il secondo contro una lunga lista di aziende pubblicata in internet. Al primo posto c’era Profilo, al terzo Vakko, due imprese fondate da cittadini turchi di religione ebraica. Il fondatore di Profilo, Cefi Kamhi, è anche il creatore della Fondazione dei 500 anni, fondata nel 1992 in memoria della cacciata degli ebrei dalla Spagna. Inoltre è stato decorato con l’Ordine al Merito e negli anni novanta è stato membro del Parlamento turco. Profilo e Vakko sono finite nella lista perché lo slogan del boicottaggio è stato cambiato da “prodotti israeliani” a “prodotti a capitale ebreo”.

Verso un'europeanizzazione della Turchia

Queste esagerazioni sono possibili perché la Turchia non ha alle spalle le stesse esperienze storiche della maggioranza degli stati europei. La fondazione dell’Unione Europea infatti è anche il risultato di un “mai più”, che ha condotto prima alla riappacificazione di Germania e Francia, poi all’unificazione di gran parte dell’Europa Occidentale, e infine dopo il 1990 all’espansione nei paesi dell’Europa Orientale. La grande catastrofe della seconda guerra mondiale è stato lo sterminio degli ebrei europei per mano della Germania nazista. Questo enorme crimine è così diventato parte della coscienza collettiva, non solo in Germania ma in tutta Europa.

La Turchia, traendo insegnamento dal disastroso intervento nella prima guerra mondiale, nella seconda guerra mondiale si mantenne neutrale. Fino al 1944 aveva un patto d’amicizia con la Germania, ma venne comunque in gran parte risparmiata dai disordini della guerra e in questo modo anche dallo sterminio degli ebrei. A questo va aggiunto il fatto che l’ideologia ufficiale si autodefinisce non razzista e anti-antisemita e che il superamento del lato oscuro della storia turca è cominciata soltanto negli ultimi sei anni.

Per queste ragioni un’europeizzazione della Turchia dovrebbe passare anche da una nuova comprensione di questa parte della storia europea, dell’Olocausto e delle conseguenze della Seconda Guerra mondiale come una parte del proprio passato e a partire da questo ad un’onesta rielaborazione della propria storia, anche in rapporto alle minoranze. Questo porterebbe a ridurre le derive di odio antisemita nelle critiche ad Israele, che di per sé sono assolutamente giustificate e necessarie. La critica alle violazioni dei diritti umani varrebbe poi non solo per lo “Stato ebraico”, ma anche per i vicini arabo-mussulmani.

Ekrem Eddy Güzeldere è un politologo e lavora come analista politico ad Istanbul.

Foto: plasmastik/flickr