Turchia, il Parlamento (e le donne) coi baffi

Articolo pubblicato il 03 maggio 2007
Articolo pubblicato il 03 maggio 2007

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Mentre impazza la crisi politica, zoom sull’associazione Kader che milita per la rappresentanza femminile in politica.

«Sono anni che le donne debbono occuparsi di faccende domestiche, educazione dei figli, cura degli anziani e dei malati», afferma chiaramente Seyhan Eksioglu, presidentessa dell’associazione Kader. E aggiunge un dato sconfortante: in Turchia solo il 4,4% dei deputati sono donne e neanche l’1% ottiene la carica di sindaco. A confronto in Germania le donne occupano il 32% dei seggi in Parlamento, contro il 12% della Francia. Neanche la breve apparizione di Tansu Ciller come primo ministro, dieci anni fa, o di Leyla Zana, prima donna deputata curda hanno cambiato minimamente le cose: in Turchia le donne non sono le benvenute in politica.

Di fronte a queste cifre deludenti, le donne turche hanno deciso di attivarsi sotto la bandiera di Kader. Questa associazione locale conta attualmente più di 3000 membri ripartiti nelle 11 province del Paese e milita da 10 anni, con il sostegno della Lobby europea delle donne, per far aumentare la presenza femminile negli organi politici. Per propugnare la loro campagna, le attiviste non esitano a fare irruzione nei luoghi della politica, indossando baffi e scandendo lo slogan “Bisogna essere uomini per entrare in parlamento?”. Sperano, dopo aver fatto proprio il simbolo della virilità turca, di riuscire a coinvolgere gli organi dirigenti dei partiti politici turchi e di risvegliare le coscienze delle loro compatriote.

«Vogliamo un terzo di candidati donne»

Secondo Hülya Ugur Tanriover, professoressa all’Università di Galatasaray, che si occupa della rappresentanza femminile nei media turchi, il divario tra i sessi resta ampio. Anche se nulla vieta giuridicamente la partecipazione politica delle donne, la realtà è ben diversa.

La visione tradizionale della donna presuppone che «prima di tutto sia moglie e madre, indipendentemente dal fatto che lavori nelle grandi città». Le sue stesse necessità sono messe in secondo piano. «Si pensi all’esiguo numero di asili nido e di scuole materne o alle differenze di retribuzione che, ovviamente, vanno a discapito delle donne», sottolinea Tanriover.

In Turchia, la campagna delle “donne coi baffi” di Kader sembra aver fatto centro e richiamato l’attenzione sulla questione della parità all’interno delle istituzioni turche. I giornali hanno dato molto risalto alle personalità dell’associazione e i politici, dal canto loro, non si sono potuti mostrare indifferenti a questo appello. La maggior parte delle coalizioni ha infatti deciso di reagire ma i provvedimenti presi non consentono, per ora, che «la presenza femminile nelle liste dei candidati raggiunga il 33%» come richiesto dalla Kader. Prossimo banco di prova: le elezioni legislative del 4 novembre.

Quote rosa

Lo scrittore Nükmet Kardam sostiene che le quote rosa, applicate da numerosi paesi europei, rappresentino l’unico mezzo per la Turchia di «emergere da quel vergognoso 162° posto attualmente occupato dalla classifica mondiale della rappresentanza femminile in politica e diventare una vera e propria democrazia». Tuttavia tale principio viene denigrato dalle stesse donne. «Le donne d’affari, per esempio, insolitamente numerose in Turchia, non si preoccupano poi tanto della questione femminista», afferma amareggiata la Tanriover.

E i loro colleghi uomini? «hanno detto “sì” ai diritti dell’uomo, ai diritti delle donne, all’istruzione, alla salute, all’economia e perfino alla parità di trattamento tra uomo e donna nel Codice Civile e nel Codice Penale. Ma al tempo stesso si augurano che la politica resti una loro prerogativa» analizza Seyhan Eksioglu. «È l’ultimo baluardo per l’affermazione della loro forza e della loro visione gerarchica».

Tuttavia, non si può sottovalutare l’impatto che avrà l’ampliamento della rappresentanza femminile negli organi politici. «Far sì che il 52% della popolazione turca sia finalmente rappresentato in politica, farebbe parlare di più delle donne» dice la presidentessa di Kader. Temi fondamentali quali la violenza domestica, l’istruzione femminile, i delitti d’onore verrebbero finalmente denunciati, accanto a questioni più leggere quali il numero degli asili nido, la parità salariale, il cambiamento della visione della donna. Certo un maggior numero di donne in Parlamento «non cambierebbe la società», riconosce la Tanriover, «ma almeno si velocizzerebbero i processi decisionali» dato il proverbiale pragmatismo del gentil sesso. «E se si aggiungessero – continua la Tanriover – una manciata di deputati uomini sensibili ai problemi femminili sarebbe una festa per il Paese!»