Turchia: il fallimento del golpe divide l'opinione pubblica

Articolo pubblicato il 19 luglio 2016
Articolo pubblicato il 19 luglio 2016

Dopo il fallimento del colpo di Stato, il governo turco ha ordinato l’arresto di circa 6000 uomini e la rimozione dai propri incarichi di più di 2700 giudici. Secondo molti, il mancato sostegno ai golpisti da parte della maggioranza della popolazione rappresenterebbe una sconfitta della democrazia. Per altri invece, il fallimento del golpe ha scongiurato l’instaurazione di una dittatura militare.

Gli squadristi di Erdoğan

I turchi schierati contro i carri armati dei golpisti non stavano affatto difendendo i propri principi democratici. Quella che potrebbe apparentemente sembrare una coraggiosa resistenza democratica, non è in realtà altro che una banda di squadristi pronti a morire o, se necessario, addirittura a uccidere in nome del proprio leader Erdoğan. Hanno ucciso dei soldati e profanato i loro cadaveri, urinandoci sopra di fronte alle telecamere. Hanno decapitato un golpista con una barbarie che richiama alla mente i metodi utilizzati dai militanti del sedicente Stato Islamico. I sostenitori di Erdoğan si sono riversati per le strade urlando a squarciagola «Allahu Akbar», esibendosi nel saluto islamofascista.  Hanno invaso i quartieri aleviti di Istanbul, dove i giovani nei locali bevono alcol e caffè. Chiunque abbia organizzato questo tentativo di colpo di stato, qualunque siano state le sue motivazioni, ha prodotto delle conseguenze tanto chiare quanto inaspettate, aiutando Erdoğan a consolidare il proprio potere e rafforzando la fiducia dei suoi sostenitori.

Deutschlandfunk, Germania, 17/07/2016

Erdoğan è il male minore

Un governo democraticamente eletto, per quanto discutibile, è comunque da preferire a un governo post-golpe. […] Il governo in carica è stato eletto dai cittadini, e può essere sostituito solo in seguito ad elezioni democratiche. Questo deve essere il prossimo obiettivo della Turchia […] Per quanto possa sembrare paradossale, il governo Erdoğan è stato salvato dagli stessi media contro i quali sta lottando da oltre 14 anni. Alcune emittenti, come la CNN turca, NTV e altri canali nazionali, grazie alla loro programmazione continua, hanno non solo aggiornato la popolazione sugli sviluppi della vicenda, ma hanno anche fornito a Erdoğan e ai suoi ministri i mezzi per poter parlare ai cittadini e chiedere loro di scendere in piazza. Se non fosse stato per il loro sostegno il colpo di stato avrebbe probabilmente avuto successo, e in questo momento, al posto dei golpisti, ad essere rinchiusi in galera sarebbero stati proprio gli esponenti del governo.

Hürriyet Daily News, Turchia, 18/07/2016

L'opposizione è ancora attiva

Il movimento di opposizione al presidente Erdoğan non è ancora sparito completamente. Il potere di Erdoğan è stato ribadito sia alle urne che per le strade. Il presidente non esiterà ad accelerare il processo di trasformazione della Turchia in un vero e proprio sultanato, smantellando tutto ciò che resta delle istituzioni laiche della nazione. Nelle città turche è ancora presente una classe media che continua a credere nell’importanza della libertà religiosa. Nonostante i media siano costretti a sottostare alle limitazioni imposte dal governo, i cittadini turchi continuano a utilizzare i social network per restare in contatto con l’estero, scanbiandosi informazioni e confrontando le proprie idee. La reazione di una parte dell’esercito contro il "regime democratico-dittatoriale" di Erdoğan dimostra che, sebbene fortemente indebolita dopo fallimento del colpo di stato, l’opposizione non è ancora stata completamente eradicata.

Médiapart, Francia, 16/07/2016

"I golpisti sono stati troppo impazienti"

I golpisti turchi hanno seguito un esempio sbagliato. Gli uomini alla guida del golpe hanno compiuto gli stessi errori dell’esercito nazionale egiziano, il quale nel 2013 tentò di rovesciare il governo del presidente Mohamed Morsi. Il popolo egiziano infatti aveva sì un presidente che odiava e temeva, ma allo stesso tempo disponeva dei mezzi democratici per poterlo estromettere. La popolarità di Erdoğan era destinata a diminuire col tempo: l’economia turca è stagnante, i rapporti con la Siria sono disastrosi e la dilagante e manifesta corruzione degli uomini del presidente è ormai impossibile da ignorare. Prima o poi delle elezioni democratiche avrebbero decretato la sua sconfitta.  Invece, proprio come avvenne con la rivolta liberale egiziana del 2013, i leader golpisti non hanno avuto né la pazienza né la fiducia necessarie per attendere che la democrazia facesse il proprio corso. 

Cyprus Mail, Cipro,17/07/2016

L'autoritarismo va fermato

Le priorità di Erdoğan, in questo momento, dovrebbero essere il rafforzamento della democrazia e l’unificazione del suo paese. Proprio ora che le tensioni sembrano essersi leggermente allentate, dopo le scene del barbaro linciaggio dei confronti dei soldati ribelli a cui abbiamo assistito, è fondamentale che la giustizia faccia il suo corso, gestendo in maniera seria e indipendente le indagini relative al golpe e ai suoi fautori. In queste ore la notizia della rimozione dai propri incarichi di migliaia di giudici e dell’arresto di ben dieci giudici della Suprema Corte amministrativa desta non poche preoccupazioni. Tutto questo potrebbe indebolire ulteriormente la già labile separazione dei poteri, rendendo inarrestabile la svolta verso un vero e proprio autoritarismo da parte di Erdoğan. Il colpo di stato fallito dovrebbe essere uno stimolo al rafforzamento della democrazia, al consolidamento dello stato di diritto e all’unificazione di un paese che, nell'immediato futuro, dovrà affrontare delle sfide ancora più importanti, e non può permettersi di frammentare ulteriormente la propria società.

El País, Spagna, 18/07/2016

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