Turchia: c’era una volta l’Alevismo

Articolo pubblicato il 14 novembre 2013
Articolo pubblicato il 14 novembre 2013

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Due milioni di aleviti vivono ormai in Europa all’interno di una comunità che ha voluto dire la sua nelle sollevazioni popolari che hanno scosso la Turchia lo scorso maggio. In particolare, secondo Ozan Keceli, portavoce della FUAF (Federazione Unione degli Aleviti in Francia), il movimento religioso potrebbe costruire un ponte verso l’Europa. 

È tra la Mesopotamia e l’Anatolia, intorno all’anno 1000, che nacque l’Alevismo. Questa regione situata all’incrocio di varie culture ha probabilmente contribuito a sviluppare il carattere sincretico dell’Alevismo. Tuttavia, è nel XIV, XV e XVI secolo, in Anatolia, che questo movimento religioso si affermò. Nello stesso periodo, i Turchi s’insediarono nella regione e fondarono l’Impero Ottomano. La coabitazione tra gli Ottomani sunniti desiderosi di espandere e stabilizzare il loro nuovo impero e le minoranze religiose è difficile, soprattutto con gli aleviti.

Una religione sobria

Vero è che gli aleviti praticano una spiritualità che può urtare la sensibilità di più di un monoteista. Proibiti i dogmi. La libertà di coscienza che coltivano li invita, per esempio, a considerare il Corano un libro sacro come gli altri, da leggere con occhio critico. Il suo autore è visto come una « guida della modernità » piuttosto che come un profeta. Secondo Ozan Keceli della FUAF, l’Alevismo ha persino promosso l’umanesimo ben prima dell’Europa moderna  : « l'Alevismo assomiglia a un cammino di realizzazione personale e sostiene valori come l’universalismo e il libero arbitrio. Gli aleviti non credono nell’intervento di una forza terza nelle nostre vite ». Oltre a una spiritualità che promuove la responsabilità individuale, agli aleviti piace sottolineare la loro passione per le arti. Ne sono testimoni un ricco corpus di poesie esoteriche e il loro amore smisurato per il saz, strumento musicale che chiamano « Corano a corde ».

Con la caduta dell’Impero Ottomano nel 1923, molti aleviti sostengono la nuova repubblica e il suo leader, Mustapha Kemal. Molti vedono nel carattere laico del nuovo regime una speranza di apertura alla modernità. Ma questa speranza è presto delusa. A differenza di Greci, ebrei o Armeni, agli aleviti non viene accordato nessuno statuto. Soprattutto, negli anni 20 e 30 hanno luogo vari pogrom anti-aleviti seguiti da spostamenti forzati di popolazione. Nel giugno 1993 trentatré artisti e intellettuali aleviti o persone a loro vicine muoiono nell’incendio doloso di un hotel. Alcuni vi vedono l’impronta di gruppi islamici, altri di gruppuscoli nazionalisti protetti dallo stato turco.

Sostenere un dialogo costruttivo tra la Turchia e l’Europa

Negli anni 2000, la salita al potere dell’AKP e l’abbandono di parte dell’eredità kemalista non migliorano la situazione. Per Ozan Keceli, « questo partito vuole mantenere il potere dividendo il paese ». Dopo aver fustigato a lungo la minoranza alevita, l’AKP starebbe utilizzando, secondo Keceli, una nuova strategia: ridurre la cultura alevita a un folklore connesso al sunnismo. Alcuni liberali turchi opposti all’AKP, invece, vedono negli aleviti dei « protestanti dell’Islam » in grado di modernizzare la Turchia. Gli aleviti, tuttavia, rifiutano tale definizione, dal momento che non si sentono in grado, da soli, di far evolvere la società turca.

Questa situazione scomoda ha spinto molti aleviti a immigrare in Europa negli ultimi decenni. Molti vi si sono integrati piuttosto bene. Secondo Ozan Keceli, « in Turchia manca questo saper vivere insieme che caratterizza la Francia e che potrebbe essere, per la Turchia, una fonte d’ispirazione. » Questa volontà di difendere il bene comune ha principalmente incitato numerosi aleviti a prendere parte alla vita politica del paese che li ha accolti.

La comunità alevita resta tuttavia legata al paese d’origine. Ozan Keceli sottolinea che  « tra il 50 e l’80% delle nostre famiglie vive ancora là. » Per questo motivo alcuni vedono negli aleviti un possibile aiuto nel dialogo tra l’Unione Europea e la Turchia. Durante le manifestazioni dello scorso maggio, alcuni eurodeputati hanno quindi consultato i rappresentanti della comunità alevita in merito agli avvenimenti in corso. « Se ormai vogliamo organizzarci politicamente, non è per difendere i nostri interessi personali. La cultura alevita non è favorevole al lobbying. Vogliamo però sviluppare una "diplomazia associativa" con lo scopo di far sentire la nostra voce nell’arena pubblica e sostenere un dialogo costruttivo tra Europa e Turchia. »

Contro l’Islam dogmatico

In Francia, alcuni comuni hanno persino proposto agli Aleviti di svolgere un ruolo di intermediazione tra le autorità e alcune comunità la cui integrazione può essere vista come più difficile, come quella dei Curdi originari dell’est della Turchia. Per Ozan Keceli, una tale responsabilità è difficile da assumere : gli aleviti si sentono lontani da quello che chiamano l’ « Islam campagnolo » di alcune comunità, quest’Islam dogmatico impoverito, nel quale « una buona azione assomiglia a un investimento meccanico destinato ad avvicinarci al paradiso. »

Mentre in Turchia gli aleviti sono oggetto di discriminazioni, in Europa provocano aspettative che, anch’esse, possono avverarsi infondate. Grazie alla loro storia e ai loro valori, sono tuttavia i potenziali vettori di un dialogo tra la Turchia e l’Unione Europea. Soprattutto l’esposizione mediatica della loro comunità permette di demolire l’immagine di un Islam monolitico. Gli aleviti, attraverso la loro presenza e le loro lotte, ricordano che il mondo musulmano, lungi dall’immagine impoverita veicolata dai media occidentali, è stato in effetti il primo a svolgere il ruolo di matrice di culture e spiritualità ricche e diverse, culture di cui, forse, iniziamo appena a percepire la modernità.