Turchia: basta aspettare!

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2004
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Articolo pubblicato il 27 febbraio 2004

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Sono quarant’anni che Ankara pazienta nell’anticamera dell’UE. E’ assurdo che l’opposizione tedesca preferisca ancora una “partnership privilegiata” alla piena adesione.

Non c’è alcun dubbio. Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder è proprio uno che sa come farsi gli amici. Non ci aveva messo molto, durante la sua visita del 23 e 24 febbraio ad Ankara, a diventare molto popolare. La sua posizione sul tanto sentito problema della piena adesione della Turchia all’UE ha corrisposto pienamente e completamente alle aspettative dei suoi ospiti: secondo il cancelliere, infatti, se in autunno la Commissione UE dovesse ritenere rispettati i criteri di Copenaghen da parte della Turchia, “le trattative per la sua adesione dovranno iniziare subito”.

Tanto più volentieri sono state percepite queste parole dal premier turco Tayyip Erdogan, poiché questi, non più di dieci giorni prima, in occasione della visita del leader dell’opposizione tedesca Angela Merkel, aveva ascoltato un’opinione esattamente opposta. Rifiutando categoricamente la possibilità di accettare delle trattative di adesione, Angela Merkel aveva ricordato che “l’attuale situazione dell’UE” rendeva impensabile l’adesione turca.

Religione e diritti umani

Raramente si è potuto assistere a opinioni opposte come su questo tema, con messaggi diversi da parte delle due visite di stato tedesche. Le posizioni sono ormai cristallizzate da anni.

Coloro che avversano l’adesione turca temono il pericolo, in caso di partnership con l’UE, di un’invasione d’immigrati nel loro mercato del lavoro. E non nascondono che, con l’adesione di dieci nuovi membri nel maggio 2004, l’UE avrà soddisfatto le sue esigenze occupazionali almeno per i prossimi dodici anni. Non si è poi ancora dissolto, nonostante ampi pacchetti di riforme e sforzi costituzionali senza precedenti, anche quello scetticismo generale verso un paese islamico che Edmund Stoiber, il capo della CSU, il partito alleato della CDU, ha voluto brillantemente riassumere con l’espressione “un background culturale profondamente diverso”. Vengon inoltre a galla la questione ancora irrisolta di Cipro ed una comprensibile diffidenza circa il rispetto dei diritti umani.

Sul versante opposto, la posizione geopolitica della Turchia ha acquistato di recente un’enorme importanza per i suoi confini con Siria, Irak e Iran. L’importanza di un partner fidato in una delle regioni al momento più calde del globo è indiscutibile, tanto più se questo partner dispone del secondo esercito più grande della Nato. Inoltre per i sostenitori dell’adesione, una Turchia integrata potrebbe rappresentare un bell’esempio di come uno stato musulmano possa ben convivere con i valori occidentali, fungendo da modello per tutto il Medio Oriente.

“Una vera alternativa”

Questi fatti, così come la sensibilità degli elettori tedeschi riguardo alla questione turca, hanno portato la CDU ad assumere posizioni piuttosto originali. Già da tempo risuona una possibilità di soluzione che la Merkel si è trovata adesso a pubblicizzare persino ad Ankara: “offriamo alla Turchia una partnership privilegiata”.

Ma questa specie di “terza via” taglia fuori la Turchia avvicinandola, anziché a una piena adesione, ad uno statuto speciale che andrebbe al di là dell’unione doganale già vigente, senza però prevedere alcun tipo di partecipazione turca alle politiche comuni in termini di sicurezza e di difesa. In particolare, la CDU ha in mente la creazione di una zona di libero scambio in cui si dovrà ricomprendere ogni genere di merce e in cui dovrà esser concesso persino il libero transito dei capitali nel medio periodo. Ma il mercato del lavoro UE resterà una saracinesca per i lavoratori turchi. In previsione, inoltre, viene messo in cantiere un innalzamento dei programmi di aiuti, attraverso cui puntare chiaramente a quelle misure mirate al rinvigorimento della società civile.

Il programma dei cristiano-democratici si arrischia poi – ma ciò sorprende poco – a prospettare una collaborazione nel quadro della politica estera e di sicurezza comune. Degli incontri regolari dovrebbero consentire lo sviluppo di “strategie comuni”. La Turchia potrebbe poi essere invitata a prender parte “alla pianificazione e alla costruzione” di una forza militare d’intervento rapido indipendente dalla NATO, con un posto all’interno del Comitatio politico e di sicurezza dell’UE e dello Stato Maggiore dell’UE.

Europei di seconda classe

Le reazioni turche alla proposta della Merkel furono abbastanza moderate per non apparire scortesi. Una partnership privilegiata non “rientra nella nostra agenda”, ebbe a limare Erdogan, mentre il suo ministro degli esteri, Eyyüp Sanay, non proprio soddisfatto, si augurava “che la posizione della CDU potesse cambiare”.

Questo chiaro rifiuto in realtà non meraviglia nessuno. L’Accordo di associazione con la CEE risale al 1964 e venne concluso in previsione dell’adesione: dal vertice di Nizza del 2000, essa ha poi compiuto un passo avanti in fatto di aiuti, conformemente al suo status ufficiale di candidato all’adesione. Nel marzo 2001, il governo turco ha approvato un ampio pacchetto di riforme che mira concretamente a raggiungere i parametri di Copenaghen. Presto l'Europa si convincerà che la Turchia si è incamminata nella giusta direzione. Ma chi può aspettarsi gratitudine verso una proposta certo seria, ma che non prevede alcuna piena adesione?

Inoltre l’idea di una partnership privilegiata apre facilmente il campo al sospetto che dietro quest’ultima si celi un’utilità a senso unico a favore dell’UE: ogni desiderio essenziale dei paesi UE verrebbe esaudito, specialmente quello di guadagnare la Turchia come partner strategico in Medio Oriente e la possibilità di ottenere un notevole impulso economico attraverso la zona di libero scambio. Senza pagarne il prezzo pieno.

Per la Turchia, questa “vera alternativa” non è un’opzione. E la CDU/CSU, che si pone come il più probabile partito di governo tedesco per le elezioni del 2006, avrebbe dovuto capirlo, anzichè chiudere adesso le porte ad Ankara. Secondo la visione di Stoiber, il modello della partnership privilegiata dovrebbe quindi esser applicato anche per altri stati come Russia o Ucraina. Il che può funzionare se non implica alcun regresso evidente nel processo di avvicinamento all’Europa. Ma per la Turchia sarebbe solo un passo indietro segno di una grave miopia politica.