Turchi e armeni: la riconciliazione è già iniziata. A Istanbul.

Articolo pubblicato il 03 giugno 2011
Articolo pubblicato il 03 giugno 2011
La morte del soldato Sevak Shahin Balikci, armeno di 25 anni ucciso per sbaglio il 24 aprile scorso da un commilitone turco, è stata la tragica coincidenza che ha rovinato una Pasqua speciale. Per la prima volta coincidevano la festa religiosa e il giorno delle commemorazioni del genocidio armeno, amplificando la delicata questione del rapporto tra turchi e armeni di Turchia.
Istanbul ha ricordato, pianto, ma anche festeggiato una coabitazione che migliora di anno in anno, grazie soprattutto a un giornalista martire e agli armeni di ultima generazione. Diario di una Pasqua serena.

Quello del mancato riconoscimento dei crimini del 1915 da parte della Turchia resta un tema spinoso, spesso additato come fondamentale per l'adesione della Turchia in Europa. Certamente perché rispetto ad altre problematiche come lo scontro con i curdi nell'est del Paese o l'occupazione militare a Cipro, c'è una maggiore pressione internazionale. Fin dall’arrivo a Istanbul, all’aeroporto di Sabiha Gokcen, la questione si presenta ai visitatori. Sabiha, prima donna pilota della storia, era la figlia adottiva di Atatürk, e nel 2004 il giornalista Hrant Dink osò scrivere che quella bambina di 8 anni proveniva da una famiglia armena. Si scatenò il finimondo, Hrant Dink fu condannato in tutti i gradi di giustizia per “denigrazione dell'identità nazionale turca” (art.301 del codice penale), fu additato come “nemico della nazione” e ucciso barbaramente davanti alla redazione del suo giornale, Agos, il 19 gennaio 2007. Da quel momento sopravvive nei discorsi di tutti, turchi e armeni.

Giovedì santo: cristiani in fermento.

I quartieri centrali di Istanbul, sulla sponda europea del Bosforo, restano immersi in un'atmosfera multi-religiosa: alle moschee si alternano chiese armene, ortodosse, protestanti e cattoliche, quasi tutte separate dalle strade da un muro e un cortile. In un antico monastero i frati corrono su e giù per le scale per preparare le celebrazioni, ma hanno poca voglia di uscire dal guscio: “La prossima volta che vai da un prete a fare domande sugli armeni sicuramente ti prende a calci nel sedere”, mi dice candidamente uno di loro. A microfono acceso, mi ha appena fatto un lungo discorso per spiegarmi che tutto va bene per le comunità religiose, ma che tra loro non ci sono molti scambi. “Qui ci sono stati dei morti, stai attento a quello che scrivi perché rischi di non poter tornare in Turchia”.

Il clima è servito, ma sento che quel frate esagera. Per capirlo assisto alla lunghissima serata del Giovedì del pianto, nella basilica armena dei Tre altari, nascosta da un grande portone nero che dà sul Mercato dei pesci. Di una chiesa armena gregoriana colpiscono soprattutto i lumi di sottili candele fissate nella sabbia, la raffinatezza dei lampadari di cristallo, la luce gialla e avvolgente. Tra i banchi non ci sono solo fedeli, ma parecchi curiosi, tra cui lo storico delle religioni Sébastien de Courtois, vero esperto di cristiani d'Oriente. La cerimonia dura dalle 18 alle 23, c'è il tempo di prendere un tè: “La comunità che vediamo qui – mi spiega – ha pensato prima di tutto a integrarsi e non vive la questione del genocidio come un'ossessione intellettuale. Per loro è piuttosto un vuoto affettivo”. E' vero, lo noto in tutti gli incontri con gli armeni, c'è una spaccatura netta tra chi vuole dimenticare e pensare al presente – i giovani – e chi non è riuscito a godersi la Pasqua a causa della ricorrenza.

Una volta annunciata la morte di Cristo, i canti gregoriani sono proseguiti al buio

Al termine degli struggenti canti gregoriani, che accompagnano il pianto per la morte di Cristo nel buio surreale della Chiesa, mi fermo fuori con John Tulgar, armeno di Istanbul e emigrato negli Stati Uniti per parecchi anni, non di certo un moderato, ma piuttosto coraggioso: “Il problema è che quando Hrant Dink ha difeso con forza la nostra causa, i nostri diritti civili e politici, mezza comunità gli andata contro”. E mentre mi parla i membri del coro religioso, ancora coperti dalla tunica viola, si agitano e ci guardano con sospetto, indispettiti nel vedere un fedele davanti a un microfono. “Qui è cambiato ben poco – continua John – sono costretto ad usare un nome straniero perché temo di presentarmi col mio nome armeno. La discriminazione persiste, ed è frutto di un'ignoranza di massa”.

Venerdì santo, riconciliazione in moschea

Arrivato con la moglie dall'Anatolia, Asim (al centro) ha incontrato per la seconda volta Sonia (alla sua destra) e la sua famigliaGli armeni della diaspora, che a partire dalla persecuzione degli anni 20 hanno lasciato la Turchia, trasferendosi in Europa e Stati Uniti, sono da sempre i più esigenti in termini di rivendicazioni. Anche Hrant Dink, nel suo Agos, scriveva che il riconoscimento del dolore per i crimini del 1915 doveva provenire dal cuore della società turca, e non da risoluzioni firmate all'estero. Ma c'è chi sceglie vie diverse: Sonia vive a Parigi dagli anni 70, è a Istanbul in compagnia delle figlie Mélanie e Zépur, davanti alla Moschea Blu aspetta Asim e sua moglie. Sono arrivati apposta da un lontano villaggio nella provincia di Yozgat, vicino ad Ankara. Asim è cugino di primo grado di Sonia, che lo ha ritrovato dopo lunghe ricerche genealogiche. La loro nonna fu rapita nel 1915, costretta a sposarsi con un turco da cui ebbe un figlio. Quindi scappò, dando vita a una seconda famiglia. “La prima volta che ci siamo visti, due anni fa, fu un'emozione fortissima”, mi spiega Sonia, mentre Asim si allontana per la preghiera del pomeriggio. “Ci siamo ritrovati 96 anni dopo, siamo perfino andati insieme al cimitero per ricordare”. Rivedersi alla vigilia del 24 aprile, è un'occasione per parlare del passato. Ma quando Sonia gli spiega che in questi giorni non riusciva a decorare le uova, per la tristezza dell'anniversario, Asim sembra non ascoltare, e neppure capire, rivolge la testa altrove. L'incontro è invece un continuo scambio di carezze, i due si tengono a lungo la mano, la moglie di Asim offre alle figlie di Sonia pantofole colorate, ricamate a mano, ricevendo in cambio baci affettuosi.

Sabato santo, sulle tracce di Hrant Dink

E' enorme il vuoto lasciato da Hrant Dink nella redazione di Agos, il settimanale bilingue (turco e armeno), che lui stesso fondò nel 1996. La scrittrice Karin Karakasli, il suo ex braccio destro, ha lasciato il giornale e vive a Kadıköy, dove insegna lingua armena in un liceo. Per andare a trovarla attraverso il Bosforo in traghetto, il vento è fortissimo e agita la sua folta chioma riccia e nera, che avvolge un viso corrucciato e triste. Anche le parole sono ancora gonfie di dolore per la morte di Hrant: “Era un modello per tutti noi. Con la sua audacia e la sua sincerità ha cambiato non solo la comunità armena, ma l'intera Turchia. Al suo funerale accorsero 200.000 persone, molti portavano il cartello 'siamo tutti armeni'. Fu indimenticabile”.

In primo piano, la copertina sul 96° anniversario del genocidio, alle sue spalle un ritratto di Hrant DinkLa prima pagina di Agos titola “Quando il 24 aprile e il giorno della resurrezione coincidono”. Rober Koptas, neo-direttore a solo 33 anni, lavora circondato dalle gigantografie di Hrant, “il community leader degli armeni, che nessuno potrà mai rimpiazzare”. Dink ha vinto numerose battaglie, ma non ha potuto godersele: “L'articolo 301 del codice penale (quello sull'offesa all'identità turca, ndr) è cambiato – mi spiega Koptas -, ora è necessaria l'autorizzazione del ministro per procedere. Anche la legge sulle fondazioni è stata modificata, adesso le comunità non musulmane possono acquisire nuovi beni. Ma non basta, continuiamo il suo lavoro”. Riconoscimento del dolore (che viene prima della definizione “genocidio”, sottolineava Dink), cancellazione dell'articolo 301, ma anche giustizia sulla morte del fondatore: sono questi i principali crucci di Agos. Dei giovani estremisti sono stati condannati per l'omicidio (l'assassino all'epoca era minore e potrebbe lasciare il carcere, ndr) “ma nessuna chiarezza è stata fatta sui mandanti, legati ai recenti tentativi di colpo di Stato in Turchia”, precisa Koptas.

24 aprile: Pasqua di Risurrezione e ricordo del dolore

Maral è ricercatrice all'università, ha 29 anni e non è praticante, ma per Pasqua va in due chiese. La prima è a Bakırköy, nella periferia ovest del paese, dove è cresciuta prima di andare a vivere da sola. Un comune a forte densità di popolazione, con ben sette chiese cattoliche, e una piccola chiesa armena ottocentesca, quella di Surp Astvazazin, che non riesce a contenere tutti i fedeli. All'entrata i suoi genitori mi abbracciano e mi offrono la torta di Pasqua, una brioche intrecciata alle spezie, poi è una sfilata di autorità, compreso il sindaco, che ha lasciato una corona di fiori in nome dell'AKP, il partito di governo. Ci sono tanti giovani armeni, come Sarkis, studente in matematica, e Lora, che studia per lavorare alla scuola materna: “La Pasqua per noi è più importante delle commemorazioni del 24 aprile – spiegano – è il presente, mentre il passato non torna”.

"Mia zia mi organizza spesso degli appuntamenti al buio con dei ragazzi armeni, non ne posso più!"

La seconda messa pasquale di Maral è nel quartiere di Kurtuluş, per arrivarci attraversa la città una seconda volta passando per piazza Taksim. Deve portarci il suo ragazzo, che è musulmano, e non ha mai assistito a una celebrazione armena: “Viene anche sua madre. I miei non sanno che ho un ragazzo turco, non sarà facile dirglielo. Soprattutto perché mia zia mi organizza spesso degli appuntamenti al buio con dei ragazzi armeni, non ne posso più!”. Lo dice con un sorriso contagioso, ma non nasconde le sue preoccupazioni: “Noi facciamo tutte le scuole in armeno, non abbiamo alternativa. Poi all'università la vita cambia in meglio, finalmente incontriamo anche gli altri. Penso che anche la comunità armena debba aprirsi di più, il comportamento di mia zia lo dimostra!”.

Piazza Taksim, il silenzio e il baccano

Decine di nazionalisti di un partito i comunisti hanno disturbato per tutta la sua durata la manifestazione silenziosa

“E’ normale che gli armeni abbiano paura di manifestare in pubblico”, mi spiega il politologo Ahmet Insel. Ha appena deposto un garofano rosso in ricordo degli intellettuali radunati il 24 aprile del 1915 davanti alla Moschea Blu, nella prigione che ora è il Museo delle arti islamiche. Non erano pochi però gli armeni di Piazza Taksim, che per la seconda volta si sono uniti ai turchi nell’“Appello al perdono”, promosso dai principali intellettuali liberali del Paese. Centinaia di persone inginocchiate per terra, con in mano un fiore o una candela, si sono raccolte in silenzio, con in sottofondo struggenti melodie armene. A pochi metri di distanza, separati da un imponente cordone di poliziotti, poche decine di nazionalisti rompono il silenzio, urlano cori razzisti, protestano contro un genocidio “subito dai Turchi non dagli armeni!”. Non si fanno intervistare, nessuno di loro parla inglese o francese. “Hanno fatto un baccano tremendo”, si sfoga Natalie, tra le lacrime, arrabbiata ma commossa:  "Ho visto levarsi la scritta ‘Kristos Haryav i merelotz’, (Cristo è nato di nuovo, ndr) e ho pensato che purtroppo nessuno potrà ridarci indietro i nostri familiari!". Dafné, amica turca e attivista per i diritti umani cerca di consolarla: “Eravamo con la cognata di Hrant Dink, ci ha detto che la sua morte è servita a qualcosa, perché dieci anni fa tutto questo non sarebbe stato possibile…”.

Grazie a Bulent Kilic e Nicolas De Cheviron per l'aiuto prezioso e la magnifica accoglienza.

Questo articolo fa parte della serie Orient Express 2010-2011, la serie di reportage realizzati da cafebabel.com nei Balcani e in Turchia. Più informazioni su Orient Express Reporter.

Foto: Chiesa dei Tre Altari e manifestazioni © Nemanja Knezevic; Sultanhament, Agos e Maral © Nicola Accardo