Tunisia: il Parkour come stile di vita

Articolo pubblicato il 12 marzo 2014
Articolo pubblicato il 12 marzo 2014

La città di Tu­ni­si è di­ven­ta­ta ter­re­no di gioco per i ra­gaz­zi che pra­ti­ca­no uno sport me­tro­po­li­ta­no e acro­ba­ti­co: il Par­kour. Ca­fé­ba­bel ha se­gui­to per 5 gior­ni Hi­chem Naami, esper­to della di­sci­pli­na e fon­da­to­re del­l'as­so­cia­zio­ne Tu­ni­sian Free­mo­ve. Re­por­ta­ge fo­to­gra­fi­co.   

Hi­chem Naami, lea­der del grup­po, si al­le­na ogni gior­no a due passi da casa. La foto lo ri­trae so­spe­so sul tetto del com­ples­so del "Ca­stel­lo d'ac­qua" (Dar El-Ma, ndr.) nella città nuova di Me­dina. Hi­chem, che si è ar­ram­pi­ca­to in cima al­l'e­di­fi­cio a mani nude e senza im­bra­ca­tu­re, spie­ga in poche pa­ro­le per­ché ama il ri­schio: «L'u­ni­ca cosa che mi in­te­res­sa è sen­tir­mi li­be­ro, nel corpo e nella mente».  

A pochi passi dal cen­tro di Tu­ni­si, al­cu­ni edi­fi­ci fa­ti­scen­ti sono di­ven­ta­ti una pa­le­stra per i pra­ti­can­ti del Par­kour. Shàr­lèz Màr­win, mem­bro della scuo­la na­zio­na­le delle arti e del circo di Tu­ni­si, non ha paura di su­pe­ra­re alcun tipo di osta­co­lo, nem­me­no nei posti più im­pen­sa­ti: «Bi­so­gna ve­de­re l'o­sta­co­lo come un so­ste­gno che aiuta a muo­ver­ci senza farci ca­de­re».

Il Par­kour si­gni­fi­ca «bal­la­re con l'o­sta­co­lo adat­tan­do il pro­prio corpo al­l'am­bien­te cir­co­stan­te senza ro­vi­na­re cià che è in­tor­no né ri­schia­re di farti male». Nel quar­tie­re El Men­zah, a nord di Tu­ni­si, i gio­va­ni si spo­sta­no da un luogo al­l'al­tro ag­grap­pan­do­si ad ogni ap­pi­glio che tro­va­no per le vie cit­ta­di­ne. 

«Per molti ra­gaz­zi che amano il bri­vi­do del ri­schio, il fatto di en­tra­re a far parte di un'or­ga­niz­za­zio­ne è una sod­di­sfa­zio­ne; si sen­to­no im­por­tan­ti. Gli even­ti or­ga­niz­za­ti dal­l'associazione gio­ca­no un ruolo fon­da­men­ta­le per­ché in­fon­do­no nella ge­ne­ra­zio­ne in erba un sen­ti­men­to di ap­par­te­nen­za a un grup­po.»

«Al­cu­ni ra­gaz­zi pra­ti­ca­no il par­kour per puro pia­ce­re, per sca­ri­ca­re la ten­sio­ne. A volte si ve­do­no 'trac­cia­to­ri(i pra­ti­can­ti del par­kour, ndr) fare acrobazie alla fer­ma­ta del­l'au­to­bus o dei 'flo­w' (com­bi­na­zio­ni di mo­vi­men­ti, ndt) su al­cu­ni osta­co­li per pas­sa­re il tempo. Anche i pas­san­ti si fer­ma­no a go­der­si lo spet­ta­co­lo».

A pochi passi dalla piaz­za "14 gen­na­io", lungo il lago di Tunisi, si esten­do­no dei ter­re­ni ab­ban­do­na­ti. 

A volte i trac­cia­to­ri in­con­tri­no dei sen­za­tet­to e pas­sa­no la gior­na­ta in loro com­pa­gnia.  

Me­dina di Tu­ni­si. «Il par­kour ti per­met­te di ot­te­ne­re un certo equi­li­brio tra corpo e mente, di al­le­na­re l'o­rec­chio in­ter­no che è fon­da­men­ta­le per l'e­qui­li­brio di una per­so­na. Ma rag­giun­ger­lo è dif­fi­ci­le e ri­chie­de al­cu­ni anni di espe­rien­za prima di ar­ri­va­re a una com­ple­ta ar­mo­nia».

Edi­fi­cio di­sa­bi­ta­to nei pres­si di Tu­ni­si. 

La nuova Me­di­na, nei pres­si del campo di cal­cio dove i ra­gaz­zi del quar­tie­re si ri­tro­va­no dopo la scuo­la.  

Un sen­za­tet­to guar­da i trac­cia­to­ri men­tre si al­le­na­no. Molti in­di­gen­ti, un tempo igno­ra­ti dal go­ver­no di Ben Ali, vi­vono nel cuore della ca­pi­ta­le tu­ni­si­na, nel de­gra­do più as­so­lu­to. 

Le vi­ci­nan­ze dello Sta­dio olim­pico di Radès, a una de­ci­na di chi­lo­me­tri dal cen­tro di Tu­ni­si, of­fro­no uno spa­zio idea­le per al­le­nar­si. «Il par­kour non è uno sport, ma uno stile di vita», ammette Hi­chem. 

– Questo reportage fa parte della serie di articoli del progetto Euromed-Tunisi, finanziato dalla Fondazione Lindh e realizzato grazie al partenariato con iWatch Tunisia –