TTIP: un Cavallo di Troia per l'economia europea? 

Articolo pubblicato il 22 novembre 2014
Articolo pubblicato il 22 novembre 2014

Un mese fa i manifestanti contrari al TTIP hanno portato in piazza ad Amsterdam un Cavallo di Troia. Non era grande quanto quello che ha segnato la caduta di Troia, ma il messaggio era chiaro: il trattato UE-USA in fase di negoziazione è un pericolo. I cittadini dovrebbero poter ispezionare questo “dono” perché non si riveli una vittoria decisiva delle corporazioni sui consumatori. (Opinione).

Parlare del Trattator Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP) è come parlare di massoneria: ci sono segretezza, speculazioni, teorie e un accesso limitato per chi non ne fa parte. Sebbene i sostenitori dell'accordo si vantino della trasparenza dei negoziati, in realtà questi non sono davvero accessibili a chi non vi sia coinvolto direttamente. E non è d'aiuto il fatto che i personaggi coinvolti si contraddicano gli uni con gli altri. Mentre in luglio l'allora Commissario europeo al commercio Karel de Gucht aveva sostenuto che ci sarebbero state delle esenzioni per i servizi pubblici, pochi mesi dopo il Ministro del commercio britannico Lord Livingston ha affermato che l'inclusione dei servizi pubblici come il Servizio sanitario nazionale britannico era una parte consistente delle discussioni.

Cosa si può dire quindi del TTIP? L'accordo mira a ristrutturare gli esistenti accordi di scambio tra UE e USA e dovrebbe dare una considerevole spinta alle loro economie. Tuttavia, anche secondo le stime più ottimistiche, ci si aspetta che il PIL dell'UE cresca solamente dello 0,5%. Per questo l'economista americano Dean Baker ha sottolineato che il TTIP sarà paragonabile a «trovare un quarto di dollaro per strada», più che a vincere alla lotteria.

Ma le preoccupazioni per questo trattato di scambio si estendono ben al di là dei deludenti guadagni economici. Considerando che le convenzionali barriere commerciali tra Europa e America sono già basse, perché l'accordo abbia senso dovrebbe abbassare le barriere non convenzionali. Ciò potrebbe significare un allentamento delle norme sul fracking e delle leggi sanitarie come la ferrea politica europea sui prodotti geneticamente modificati.

L'accordo potrebbe includere inoltre la controversa clausola sull'arbitrato internazionale Stato-imprese (Investor-to-State Dispute Settlement, ISDS) che permetterebbe alle corporazioni di fare causa agli stati in tribunali speciali se le politiche adottate danneggeranno i loro profitti futuri. Perché questi tribunali siano necessari quando le compagnie possono già affrontare gli stati nelle corti esistenti è una domanda che rimane senza risposta. Comunque sia, l'idea che le compagnie influenzino le politiche attraverso l'ISDS è inquietante.

I sostenitori del TTIP fanno presto a segnalare che i negoziati sono ancora nella fase iniziale e che qualsiasi critica in questo momento è “prematura”. Forse è così, ma se davvero non c'è nulla di cui preoccuparsi, la trasparenza dovrebbe essere vista come un amico, non come un nemico. Il fatto che i cittadini siano deliberatamente tagliati fuori dal processo è a dir poco sospetto. A questo proposito il fondatore di WikiLeaks Julian Assange ha affermato che la segretezza selettiva che circonda questi negoziati “rivela un significativo timore di un accurato esame pubblico”.

Il britannico David Martin, europarlamentare laburista, una volta ha affermato che «una legge negoziata in segreto normalmente è una cattiva legge». L'accordo del TTIP non sembra far eccezione. Le affermazioni sulla crescita economica che dovrebbe determinare sembrano esagerate e la fazione dei favorevoli cita soprattutto gli scenari migliori. Si dimentica di menzionare la ricerca americana secondo cui l'accordo costerà all'Europa 600mila posti di lavoro, con il 7% del PIL che passerà dal reddito da lavoro a quello da capitale. Se si aggiungono la possibile introduzione di tribunali speciali e l'apertura dei servizi pubblici ai privati, il TTIP sembra essere pensato con l'unico obiettivo di servire i grandi affari.

Il termine “sembra” non è irrilevante in questo dibattito poiché dovremmo stare attenti a non giungere a conclusioni definitive finché non disponiamo di tutte le informazioni. A differenza dei ciechi sostenitori del trattato, come il sindaco di Londra Boris Johnson, che ha liquidato ogni critica del TTIP come «chiacchiere senza senso di sinistra», i critici non dovrebbero chiudere i loro occhi davanti ai potenziali meriti. L'aumentata cooperazione governativa tra UE e USA, per citarne una, è davvero una buona idea. Ma per poter giudicare correttamente l'accordo abbiamo bisogno di trasparenza e finalmente, questa settimana, il Commissario per il commercio Malmström ha dichiarato la propria volontà di desecretare i negoziati.

Qualsiasi accordo di scambio tra UE e USA sembrerà comunque un'opportunità mancata. Se l'UE vuole davvero dare avvio a una crescita economica a lungo termine, ci sono modi migliori e più responsabili di realizzarla. Investire nella green economy, ad esempio, permetterebbe alle imprese di espandere i loro mercati, creare nuovi posti di lavoro e trasformare quelli esistenti, cosa che contribuirebbe alla crescita del PIL molto più delle più rosee previsioni per il TTIP. Lo stesso vale per il miglioramento delle quote rosa, che potrebbe portare alla crescita del PIL del 12%. Fra l'altro investire nell'ambiente e nelle pari opportunità aiuterebbe al contempo l'Europa a raggiungere i suoi obiettivi strategici per il 2020.

Finora tutte le prove indicano che quel Cavallo di Troia rappresentato dal TTIP dovrebbe essere gettato in mare o bruciato, allo stesso modo in cui avrebbero dovuto fare i troiani con il dono fatto loro dai greci. Quantomeno bisognerebbe garantire ai cittadini la possibilità di guardare nel ventre del cavallo. Ancora più importante, prima di cominciare ad accettare dei “regali” da potenze straniere, dovremmo cominciare a guardare all'interno delle nostre mura perché ci sono moltissimi aspetti da migliorare, nell'uguaglianza di genere e dell'ambiente, che porterebbero ad una crescita più responsabile per il continente.