Tsunami: quando il delirio va in onda

Articolo pubblicato il 13 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 13 gennaio 2005

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Non conoscete il significato della parola “tsunami”? Se siete sfuggiti all’ipermediatizzazione della “catastrofe naturale del secolo”, avete trascorso le feste sulla Luna...

La notizia è appena approdata nelle redazioni: secondo l’Associated Press “questa settimana il cantante Ricky Martin si recherà in Thailandia per visitare le regioni devastate dallo tsunami del 26 dicembre scorso”. Dilemma tra i giornalisti: merita la prima pagina? Alla fine, si preferirà forse un titolone sul salvataggio dei due delfini (di cui uno è già morto) che l’onda ha scaraventato in un lago dell’entroterra, e che i soccorritori stanno cercando in ogni modo di rimettere in libertà, perché “ci sono stati talmente tanti morti che salvare una vita, anche se quella di un delfino, vuol sempre dire salvare una vita”, secondo il valoroso pescatore indonesiano intervistato al telegiornale francese del 4 gennaio.

Se 303 articoli vi sembran pochi...

Queste informazioni vi paiono grottesche, irreali? Ebbene no. L’unica cosa fittizia è l’ordine col quale le riportiamo, certo, ma illustrano perfettamente il flusso ininterrotto di informazioni sul maremoto che si sono infrante sul mondo e sull’Europa nel corso degli ultimi quindici giorni: c’è un alternarsi di sacro e profano, dal pudico reportage sul legittimo dolore delle famiglie al filmato tragico che porta al disgusto, dalle immagini impressionanti dell’onda che travolge ogni cosa alla sua versione fritta e rifritta riproposta giorno dopo giorno; dalle analisi politiche ed economiche (ahimé!, troppo poche e troppo tardi) agli aneddoti a puntate…

La macchina mediatica si è inceppata

No, non vogliamo dire che i media hanno parlato troppo di questa catastrofe (per quanto 303 articoli in dodici numeri e nove prime pagine consecutive su questo argomento per il solo quotidiano Le Monde, vale a dire una media di 25 articoli per numero, possano legittimamente indurre a porsi la domanda), ma soprattutto che ne hanno parlato malissimo. I nostri media si sono concentrati sul numero di vittime europee, sulla devastazione del paradiso perduto di Phuket, celebre Mecca del turismo europeo, del dolore delle vittime e dei loro familiari, delle privazioni della popolazione locale… La domanda è: lo hanno fatto di proposito? Osiamo due risposte estreme: di fronte alla “vastità della tragedia” (per riprendere la logorrea catodica) le redazioni, colpite da empatia, vogliono far condividere al mondo il dolore che attanaglia le vittime e i sopravvissuti. Oppure, ben più cinicamente: il periodo tra Natale e Capodanno coincide con una stagione morta dell’informazione ma, questa volta, le redazioni stanno al passo, hanno un’attualità che, dopo la grande abbuffata dei Veglioni, ci fanno commuovere. Fanno eco i politici che evocano quella che il cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha definito “la più grande catastrofe dell’era contemporanea”. Al pubblico, quindi, viene servito ciò che accade in tempo reale, viene ripetuto e, alla fine, si mete insieme uno “speciale tsunami” pronto all’uso, alla messa in onda e al trionfo in termini di audience. La verità è a metà strada: la macchina mediatica si è inceppata, nutrendosi del legittimo moto di compassione delle prime ore per poi restare arenata in un’epica performance pathos collettivo quantomeno eccessiva.

L’ipermediatizzazione dello tsunami non avrà, comunque, conseguenze del tutto negative, viste le somme raccolte, l’attenzione del pianeta rivolta interamente a questa situazione, una conoscenza migliore della regione, il rafforzamento di un sentimento di solidarietà globale. Tutte conseguenze positive di una grande disgrazia.

Ma ciò non toglie che possiamo rimpiangere, tuttavia, il fatto che l’informazione-spettacolo abbia ancora una volta trionfato sul pensiero critico. Privilegiando, quindi, la tragedia fino all’eccesso, i media hanno sicuramente commosso l’intero pianeta ma, probabilmente, hanno trattato marginalmente altre informazioni essenziali, sul posto o altrove nel mondo; ai numerosi reportages sul paradiso perduto di Phuket, o sulle fosse comuni, si sarebbe preferito parlare della protezione divina di cui sembra usufruire la Birmania, , dittatura sanguinaria, miracolosamente risparmiata dalle onde distruttive, sia acquatiche che mediatiche.