Trivelle nel Mediterraneo: vogliamo l'oro nero o il mare blu?

Articolo pubblicato il 22 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 22 gennaio 2016

Mentre in Europa e nel mondo ci si compiace ancora per il risultato ottenuto a Parigi con la COP21, l'Italia e la Regione Sicilia hanno dato il via libera a nuove trivellazioni ed esplorazioni sottomarine per estrarre combustibile fossile. Quale sostenibilità stiamo perseguendo: ambientale o finanziaria? Quella del nostro stile di vita, o quella delle generazioni future?

I giorni della COP21 non sono lontani, e forse ricordiamo ancora l’attesa per i titoli delle principali testate giorno dopo giorno: cosa faranno gli Stati Uniti sotto la spinta di Obama? E la Cina? Già, cosa farà la Cina?.

Forse avremmo dovuto interrogarci maggiormente su cosa avrebbe fatto l’Italia, e non semplicemente dal punto di vista diplomatico, ma nei fatti. Dopo meno di un mese dalla sigla dell’accordo, infatti, il Governo italiano ha autorizzato nuove esplorazioni nel mare al largo delle Tremiti, ri-definto l’area di ricerca a Pantelleria e sospeso le trivellazioni entro le 12 miglia ma senza vietarle, come avevano invece richiesto molte Regioni italiane. Anche a livello locale la situazione è complessa. Da un lato Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise portano avanti la loro azione contro le trivellazioni; dall’altro c'è chi si dimostra a favore delle stesse, come la Sicilia che ha da poco autorizzato nuove estrazioni a Gela, nonostante le false promesse di riconversione dell’ENI

La questione delle trivellazioni è di difficile interpretazione, sia dal punto di vista ambientale, sia da quello sociale. Abbiamo voluto chiedere un parere ad Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia.

cafébabel: Potrebbe fare chiarezza sul significato del termine "esplorazione", in riferimento alle nuove autorizzazioni concesse?

Andrea Boarschi: Ci sono tre fasi che caratterizzano la produzione di combustibile fossile: la prospezione, ovvero un’analisi geosismica volta a mappare i giacimenti liquidi e gassosi nei fondali; i pozzi esplorativi, trivellazioni finalizzate all’estrazione di campioni per valutarne qualità, pressione ed altre caratteristiche; e la coltivazione che consiste nell’estrazione vera e propria per la produzione.

cafébabel: Quanto incidono effettivamente le operazioni di ricerca sull’ecosistema marino?

Andrea Boraschi: Laddove si cerca, è evidente che ci sarà la possibilità di estrarre in futuro quanto scoperto. Inoltre, la prospezione, nonostante possa sembrare poco invasiva, non è priva d’impatto sull’ecosistema: l’air-gun, ovvero la tecnica che permette la mappatura dei fondali, consiste in una batteria di camere d’aria che genera enormi esplosioni: si parla di svariati multipli di decibel rispetto al suono provocato da un aereo di linea al decollo. Questo produce un impatto, verificati dalla letteratura scientifica, sulla catena ittica, in particolar modo sui cetacei, ma anche su tartarughe e sul comportamento di altre specie.

cafébabel: Che effetti può avere tutto ciò sull’attività umana in senso stretto?

Andrea Boraschi: Sono state verificate riduzioni del 50-70% del pescato nelle zone in cui è stata applicata questa tecnica.

cafébabel: Tuttavia, un paio d’anni fa l’Italia ha disposto delle misure per mitigare l’impatto di queste esplorazioni sull’ecosistema marino.

Andrea Boraschi: Sicuramente meglio di niente. Nonostante ciò, anche evitando l’impatto diretto – vedi la perdita di udito dei cetacei ed il conseguente spiaggiamento – queste misure non risolvono l’evidente alterazione comportamentale delle specie coinvolte, come la migrazione verso altre aree marine.

Le conseguenze

La conclusione che possiamo trarre è che, nella migliore delle ipotesi, si rischia di perdere un patrimonio di diversità con evidenti impatti sulla pescosità delle zone oggetto di esplorazione. E, se pensiamo a luoghi come Pantelleria, dove la pesca rappresenta un settore centrale per l’economia isolana e dell’intera provincia trapanese, il problema si fa più serio.

Mettendo un attimo da parte il potenziale danno provocato da queste decisioni sul piano ambientale, sembrerebbe anche emergere un problema di coerenza nella linea programmatica del Belpaese. Infatti, se da un lato l’Italia ha orgogliosamente partecipato alla COP21, stanziando ingenti somme per lo sviluppo delle energie alternative nei paesi più svantaggiati, nei fatti non sembra seguire i suoi proclami.

Andrea Boraschi: Noi di Greenpeace abbiamo una visione molto critica a riguardo. Il Governo infatti rivendica un impegno che non si riscontra nelle politiche di "casa nostra". A livello domestico riscontriamo una sola strategia energetica: fermare la crescita delle rinnovabili puntando tutto sulle scarsissime fonti di petrolio.

cafébabel: Tuttavia non bisogna esser ingenui, il settore petrolifero in Italia è economicamente molto rilevante, no?

Andrea Boraschi: In verità, il petrolio porta pochissimi posti di lavoro. Inoltre non è poi così conveniente, se gli stessi capitali fossero investiti sulla produzione di rinnovabili il rendimento sarebbe sicuramente maggiore. Il petrolio off-shore in Italia è pochissimo e le royalties – ovvero le concessioni che le compagnie pagano a Stato e Regioni – sono tra le più basse al mondo.

cafébabel: Recentemente Greenpeace ha lanciato un’interessante campagna di sensibilizzazione chiamata "Triv-Advisor", in cui si mostravano immagini di celebri località turistiche deturpate dalla presenza di piattaforme di estrazione. Avete in programma di lanciare nuove campagne di sensibilizzazione sul tema trivelle?

Andrea Boraschi: Sì, soprattutto qualora l’idea di fare un referendum contro le perforazioni entro le 12 miglia dovesse andare a buon fine.