Treno fantasma per Lisbona

Articolo pubblicato il 26 agosto 2008
Articolo pubblicato il 26 agosto 2008
La (mancata) adesione dell’Irlanda al Trattato di Lisbona non significa che il percorso di integrazione europea è bloccato. La forma referendaria è utilizzata in modo inadeguato e su argomenti non idonei.

Treno di notte per Lisbona, di Pascal Mercier (Mondadori 2007), è uno dei più bei romanzi europei contemporanei. Un professore di latino intraprende un viaggio in Portogallo sulle tracce di un poeta vittima della dittatura di Salazar e, nello stesso tempo, intraprende un viaggio nella storia della Seconda Guerra Mondiale. In maniera diversa, invece, il Trattato di Lisbona ha come obiettivo di avanzare. Non rende certo l’Ue più semplice, ma più trasparente e più tangibile. Ogni cittadino ha il diritto di «partecipare alla vita democratica dell’Unione» che, a sua volta, prende le sue decisioni «il più apertamente e il più vicino possibile ai cittadini»

In ogni caso, queste prospettive lasciano gli europei piuttosto freddi. Dopo il «no», rispettivamente con il 62% nei Paesi Bassi e con il 55 % in Francia – durante il referendum per la Costituzione europea – ora sono gli irlandesi a respigere il Trattato con il 52 % dei voti. Se questo progetto fosse messo al voto anche in Paesi tradizionalmente euroscettici, come l’Austria e la Gran Bretagna, si assisterebbe senza dubbio a un altro scacco. Il treno per Lisbona sembra sempre più un treno fantasma, senza nessuno a bordo. 

Il malessere degli irlandesi?

E allora? La partecipazione alle organizzazioni internazionali e la negoziazione degli accordi multilaterali non hanno mai suscitato molto entusiasmo. Per questo non bisogna confondere l’Ue con gli Europei di calcio. Il punto di vista secondo il quale molti cittadini vorrebbero rinegozionare il Trattato ha a che fare con il contesto europeo attuale ed è stato montato artificialmente. Ricordiamoci che un’Europa strettamente integrata è possibile sono se si cerca di coinvolgere le popolazioni nelle decisioni. La situazione attuale manca di coerenza: alcuni stati membri sottopongono questioni europee al voto popolare mentre le popolazioni non hanno l’abitudine di deliberare regolarmente su soggetti importanti. Le prime analisi del voto irlandese ci portano a temere per il futuro: quasi un quarto di quelli che hanno votato «no» ammettono di non conoscere abbastanza il Trattato di Lisbona. Un altro 2% riconosce di aver voluto “proteggere” l’identità irlandese. Gli irlandesi non hanno voluto discutere della struttura ma, piuttosto, esprimere un malessere diffuso di fronte a un’Europa istituzionale sentita lontana.

Dopo la sconfitta del referendum, un’alternativa

Le reazioni nel resto d’Europa sono un po’ più nette: un primo gruppo, di cui la Francia e la Germania costituiscono il nocciolo duro, cercano di spingere il Governo irlandese a proporre alla popolazione una nuova versione del Trattato, semplificata e più chiara. Un secondo gruppo, composto dalla Repubblca ceca e dall’Italia, vuole sotterrare una volta per tutte il Trattato, con il pretesto che la sovranità si è espressa (anche se l’Italia ha ratificato lo scorso luglio, ndr). Si dimentica spesso che il concetto di sovranità è stato oltrepassato da molto tempo. Oggi nessuno Stato e nessun popolo è veramente sovrano. La reazione irlandese del 12 giugno scorso non è una manifestazione di ordine religioso, ma l’espressione di un’opinione. Anche se gli irlandesi dovessero restare sulla loro posizione di rifiuto, questo non avrebbe, sul lungo periodo, alcun effetto sulla volontà d’integrazione degli altri Paesi: l’eventualità di una scissione collettiva non è plausibile. Ma la questione s’inscrive in filigrana, nonostante tutto, nella situazione attuale dei rapporti di forza. 

Se il No irlandese è definitivo

È possibile uno schema in due tempi. Una prima tappa durante la quale gli adattamenti istituzionali più importanti verrebbero ratificati quasi in maniera unanime nel quadro dell’allargamento alla Croazia. Non dimentichiamo che l’articolo 49 del Trattato europeo autorizza in caso di un’adesione il ricorso alle modifiche che «quest’adesione richiede». Gli altri punti del Trattato di Lisbona potrebbero essere messi in standby per qualche tempo. Una modifica potrebbe prevedere che ogni adattamento ulteriore sia sottomesso a un referendum a livello europeo. Il fatto che il treno si sia fermato in modo brusco alla stazione di Dublino non significa che una democrazia diretta su scala europea sia impossibile; prova piuttosto che la forma referendaria applicata in maniera sporadica e in un contesto emozionalmente pesante non è il miglior mezzo per decidere in maniera efficace su un soggetto concreto.

È essenziale capire che una democrazia diretta ha come fondamento un dibattito regolare condotto in accordo con il popolo. Il disinteresse contro il quale si scontrano le elezioni del Parlamento europeo ne è la prova. Il tasso di partecipazione del 2004, sulla media europea, è arrivato ad un pietoso 45,6%. Se cinque anni di discussioni su un soggetto tanto pesante quanto quello costituzionale avessero come conseguenza una partecipazione superiore al 50% nel 2009, sarebbe già un buon risultato. Il professore di latino del treno di notte per Lisbona impara molto durante il suo viaggio, uscendone rinnovato. Possa l’Europa conoscere un destino simile.