Traffico di minori, «L'epicentro in Romania»

Articolo pubblicato il 12 dicembre 2006
Articolo pubblicato il 12 dicembre 2006

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Lorne Walters, ricercatore belga, condanna la situazione dei bambini mendicanti.

«C’è un’ignoranza generalizzata su ciò che rappresenta la sofferenza di un bambino» sostiene Lorne Walters. Da 5 anni il ricercatore belga, specializzato nel campo dei maltrattamenti di bambini, si occupa anche di fornire assistenza a diverse amministrazioni in Belgio. Secondo uno studio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, (Unhcr), nel 2000 ammontano a 50.000 i minori abbandonati in tutta Europa. La metà dei quali sarebbe originaria dell’Europa orientale.

Quali sono i Paesi europei maggiormente colpiti da questo fenomeno?

Sono bambini provenienti quasi tutti da Paesi dell’Europa centro-orientale Albania, Grecia, Slovacchia, Romania e Russia. Molti di questi paesi, prima del crollo dell’Unione Sovietica, disponevano di strutture sociali in grado di fornire alla gente in difficoltà un pasto caldo e un tetto. Ma oggi non è più così. La situazione è terribile: i bambini vengono abbandonati, venduti, e molti finiscono nelle mani di organizzazioni mafiose. L’accattonaggio, la pedofilia, la pornografia, il traffico degli organi e la prostituzione danno vita ad un vero e proprio business. I bambini sono considerati come prodotti a buon mercato. E la Romania (che il 1° gennaio entra nell’Ue ndr) rischia di diventare l’epicentro di queste reti criminali.

Allo sviluppo di queste reti criminose hanno contribuito quindi anche fattori economici e sociali?

La povertà è spesso associata ad un genere di criminalità speciale che va oltre la droga e il traffico d’armi. Non esiste una divisione netta tra questi differenti traffici. I trafficanti sono molto pragmatici: agiscono come veri uomini d’affari. E la violenza domestica facilita di fatto la tratta dei bambini: alcuni genitori sfogano le loro frustrazioni sui figli con percosse e urla, fino ad arrivare, in alcuni casi, alla “vendita” o all’abbandono dei minori.

Come reagiscono i governi di fronte alla situazione di questi giovani mendicanti?

Nella maggior parte dei paesi europei si tratta di un fenomeno clandestino. Siccome le vittime, terrorizzate, non vogliono parlare, si assiste a sentimenti quasi xenofobi. In giro, è facile sentir dire che «sono persone che vengono da posti lontani, e finché restano tra di loro va tutto bene». Ma la legislazione europea, in seguito alla decisione-quadro del 19 luglio 2002 relativa alla lotta contro la tratta degli esseri umani, obbliga gli Stati a non far finta di niente. In Francia Nicolas Sarkozy, con la sua battaglia contro la delinquenza, vuole vietare che i bambini al di sotto dei 6 anni siano costretti a chiedere l’elemosina nelle metropolitane. Ma allora, dai 7 anni in su sarebbe tollerabile? Questa legislazione fa decisamente acqua da tutte le parti.

Come si combatte l’accattonaggio dei bambini?

Anche se si tratta di un fenomeno politico-economico, non disponiamo di nessuna statistica. Le persone che utilizzano i bambini come esche per attirare l’attenzione, per il 90% sono a loro volta vittime, obbligati da terzi. In Belgio incitare un bambino a chiedere l’elemosina costituisce un reato con fattore aggravante, punibile con 10 anni di prigione. Questa è la schiavitù moderna: non si sa nemmeno se le persone che mendicano con i bambini sono i loro genitori.

La soluzione secondo lei è la repressione

Nessuno di noi vorrebbe arrivare alla repressione, ma al momento rimane l’unica soluzione per strappare queste persone dalle mani dei loro sfruttatori. Secondo un rapporto 2006 dell’Unicef, i minori vittime dei traffici in Albania sarebbero tra i 6.000 e i 14.000. Un fenomeno che si sta aggravando un po’ ovunque. In ogni caso, le profonde lacune della giustizia non fanno che facilitare e aumentare la criminalità transnazionale. Si può anche speculare sulla gente al potere e chiedere se siano corrotti. C’è un’ignoranza generalizzata su che cosa sia la sofferenza di un bambino. Perché creare diritti di due tipi, quelli dell’uomo e quelli del bambino? È ora di portare avanti delle inchieste, di informare il pubblico e di sbloccare fondi.

Anche l’Europa ha “bambini invisibili”

Due domande a Zofia Dulska del comitato nazionale polacco dell’Unicef.

Qual è la situazione dell’infanzia in Europa?

Certo la mortalità prima dei cinque anni e lo scarso accesso all’istruzione non rappresentano problemi di massa come nel mondo in via di sviluppo. Ma la situazione dell’infanzia nel Vecchio Continente non è tutta rose e fiori. In tutta Europa ci sono casi di violenza verso i giovani, a volte verso i piccoli, di cui ci si rende conto di colpo perché qualche vicino o amico non ha mai sospettato nulla. Questi bambini hanno bisogno di aiuto.

In alcuni Paesi ci sono gravi problemi con le minoranze etniche. Le comunità rom hanno un difficile accesso all’istruzione, le bambine non vengono mandate a scuola e si sposano prestissimo. E non è solo un problema di minoranze: è un problema europeo perché esistono casi simili tra le minoranze musulmane dell’Europa occidentale. Ma per l’Unicef non rappresenta il principale ambito di attività.

C’è un esempio di lavoro infantile positivo non assimilabile allo sfruttamento?

Far lavorare i bambini non è mai positivo, in nessun modo. L’Unicef stabilisce però alcune differenze nelle sue statistiche: su 246 milioni di bambini che lavorano, 171 milioni effettuano lavori pericolosi per la loro salute e la loro vita. Tutto dipende ovviamente in quale cultura ci si situa: ce ne sono alcuni per cui i bambini partecipano ai compiti familiari, e non c’è nulla di male in questo. Invece quando si va contro i diritti dei bambini, o se a causa di tali attività, non hanno modo di istruirsi, o vengono venduti come nel caso dei bambini asiatici sul Golfo Persico per diventare cavalieri nelle corse dei cammelli, tutto questo è evidentemente contrario alla convenzione dei diritti dei bambini. Se c’è una qualche forma di lavoro non è un bene, anche se bisogna sicuramente studiare ogni caso separatamente.

Natalia Sosin – Warszawa (tradotto da Anna Castellari)

Foto: Antonio Martin / Flick