Tra Sicilia e Giappone: la musica degli Utveggi

Articolo pubblicato il 14 giugno 2015
Articolo pubblicato il 14 giugno 2015

La nostra terza intervista musicale è dedicata agli Utveggi, poliedrico quintetto palermitano difficilmente etichettabile. Un genere del tutto non convenzionale, che mescola rock, jazz, punk e disco. Con un leitmotiv: l'amore per il Sol Levante. 

Hanno un nome che li lega inestricabilmente alla loro città d'origine: Utveggi, dal castello che vigila su Palermo dall'alto della cima di Monte Pellegrino e che è anche meta dei pellegrinaggi religiosi alla “santuzza”, come i palermitani chiamano la loro amata protettrice, Santa Rosalia.

Per il genere musicale del poliedrico quintetto nato nel settembre del 2012 non è altrettanto facile trovare un preciso riferimento. «Capita che qualcuno, ascoltando il nostro album, poi ci chieda: “Che roba è? Che genere è?”. Secondo noi la cosa interessante è superare questa distinzione, arrivare a un linguaggio plurale che trascenda le etichette».

Gli Utveggi sono: Valerio Mirone, voce, Bruno Pitruzzella, chitarre e voci, Simone Giuffrida, chitarre e voci, Luca La Russa, basso e voci, e Giuseppe Montalbano, batteria e voci.

A distanza di quasi due anni dal primo ep – Boshi (“cappello” in giapponese) è uscito lo scorso gennaio in autoproduzione (powered by Almendra music) l'album d'esordio: si chiama Utveggi – proprio come loro – ed è stato registrato presso lo Zeit studio di Palermo grazie al lavoro di Luca Rinaudo – che è anche co-produttore – Gianluca Cangemi e Marco Nascia.

Tredici brani eclettici, di ispirazione e natura diversa, che contribuiscono a formulare una visione musicale del tutto non convenzionale: si passa dalla rivisitazione di una frottola di Bartolomeo Trombocino, poeta e trombettista del XVI sec., al punk di Freak Antoni, dalle atmosfere corsare di Mangiacarta e Vampe e coltelli, al canto a cappella di Millepiedi.

«Un filo conduttore comunque c'è – spiegano gli Utveggi – ed è il divertissement che lega i vari pezzi: generalmente il testo è asservito alla struttura della canzone e all'eterogeneità di stile musicale corrisponde anche la varietà di liriche».

Una poliedricità che è anche segno distintivo e strutturale della band: i cinque musicisti provengono da esperienze musicali e generi diversi, che spaziano dal jazz al math rock. Il collante? «L'amicizia che ci lega fin da quando eravamo molto piccoli e che fa acquisire all'amore per la musica un valore aggiunto».

Il disco racconta un mondo visionario e surreale, pieno di associazioni linguistiche insolite e dominato da una logica fuori dal comune. «I riferimenti sono tanti, o meglio, ciascuno di noi ha coltivato una propria formazione e ascolti diversi gli uni dagli altri».

Concludono il disco due brani strumentali, intitolati #1 e #2 in ricordo dell'hashtag che campeggia in copertina: «Già nel nostro primo ep compariva un “meme” che indossava una sciarpa con raffigurato, appunto, un cancelletto. Abbiamo scoperto questo simbolo ben prima di Balotelli» scherzano gli Utveggi che, nel caso di questi due brani, si sono serviti di una strumentazione a dir poco originale: arpa cinese, tamorra, ukulele e mandolin banjo.

   Tokyo mon amour

Se proprio si dovesse dare una definizione del genere dell'album, potrebbe essere – secondo quanto loro stessi suggeriscono – quella di alternative rock siculo-giapponese.

Sì, perché il paese del Sol Levante rappresenta uno dei protagonisti indiscussi della musica degli Utveggi. Anche linguisticamente, visto che tre brani – To', Hakama e Pulizie a Tokyo – sono scritti nell'affascinante lingua di Hayao Miyazaki.

«Conosciamo la lingua giapponese – spiegano – e ci è parso interessante giocarci anche musicalmente, To' e Pulizie a Tokyo andrebbero bene per una lezione di giapponese per principianti, mentre Hakama riunisce alcuni dei più grandi poeti del Giappone del diciassettesimo secolo».

Da Monte Pellegrino al Monte Fuji la strada è lunga – due poli da una parte all'altra del continente – eppure, l'amore degli Utveggi per l'estremo Oriente non poteva che avere come epilogo un tour across the Japan che li vedrà coinvolti il prossimo novembre. Valerio Mirone, vulcanico front man 29enne, è il principale “colpevole” di questa passione, una passione che è riuscito a trasmettere a tutti gli altri componenti della band. «Il tour lo stiamo programmando da più di un anno - racconta - e in questo senso l'estate sarà un periodo cruciale: a giugno verrà pubblicato il sito internet in giapponese e comincerà la promozione della band in Giappone ad opera della nostra agenzia, ovvero la E-TalentBank».

La Sicilia resta però punto di riferimento imprescindibile oltre che nel nome, Utveggi, anche in alcuni brani: Ieccalo a mare, ad esempio, è scritta in siciliano, e Fiore mangia fiore in anglo-siciliano. «La Sicilia è una terra contraddittoria, sarebbe bello ci fossero più luoghi adatti a ospitare concerti e che ci fosse più cultura dell'ascolto, intesa come desiderio di andare ad ascoltare qualcosa che non conosci. Dall'altra parte però c'è la grande voglia e competitività delle band siciliane, che non perdono l'entusiasmo». Difficoltà che si uniscono a quelle, più generali, del mestiere del musicista. «Provare a vivere di musica vuol dire investire tanto, in termini economici, nervosi, di tempo e di sforzi. Inoltre, parte dei guadagni è investita nuovamente nel gruppo stesso. Le ansie sono tante, gli ostacoli pure, soprattutto dal punto di vista geografico (avere base in Sicilia è molto difficile per gli spostamenti nel resto della penisola). Ma più alta è la montagna e più soddisfa guadagnarne la cima, certo poi se cadi e ti schianti bello proprio non è, ma vedremo!».