Toscani: «Quando a Castro regalai una bici»

Articolo pubblicato il 06 aprile 2007
Articolo pubblicato il 06 aprile 2007

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Il líder maximo raccontato dal celebre fotografo milanese: «Magico ma l'esperimento è finito».

Una carrellata di gigantografie coi volti degli oltre settanta prigionieri politici arrestati a Cuba nel 2003 e condannati a pesanti pene detentive con accuse quali “tradimento della patria” o “cospirazione politica”. Questo e tanto altro promette la mostra Proibito pensare: il volto della repressione a Cuba, realizzata dal maestro Oliviero Toscani, che il 10 aprile alle 18 approderà a Bruxelles, nella sede dell'Europarlamento. Un pretesto in più per discutere col fotografo e pubblicitario milanese del regime de L'Avana. E dell'insolita settimana trascorsa da Toscani a casa del presidente cubano nel lontano 1993: «Partii con Luciano Benetton: l'avevo convinto ad aprire un punto vendita nell’isola e Castro ci stava pensando...»

Che effetto fa Castro da vicino?

Castro è un po’ magico, nel senso letterario del termine. Ha qualcosa che lo contraddistingue nettamente dalla massa di mediocri che popola questa terra. Ha un carisma che è superiore. È per questo motivo che ha retto così a lungo una dittatura come quella cubana. Mi ricordo che come regalo di ringraziamento per la sua ospitalità gli regalai una mountain bike.

E come mai un simile dono?

Con una bicicletta si sarebbe concentrato meno a fare la rivoluzione. La bicicletta richiede attenzione, dedizione. Avrebbe speso più tempo in montagna e meno ai Caraibi a fare la rivoluzione. E poi gli consigliai anche di aprire un bel negozio di oggetti per la montagna. Lo invitai anche a Venezia, ma Castro, si sa, è un po’ refrattario ai viaggi. L’avrei accompagnato io e Luciano Benetton in aereo, e magari l’avrei portato in montagna... L’incontro fu intenso. Gli stavano simpatici gli italiani, anche se non spiccicava una parola nella nostra lingua.

Dott. Toscani, come vede il futuro di Cuba, e il successore di Fidel, Raul Castro, il fratello, nonchè Ministro della Difesa e “temporaneamente”, dal 31 Luglio scorso, vicario del líder maximo?

Arriveranno gli americani e faranno i Mc Donalds, e sputtaneranno l’isola, come hanno già fatto in Florida. Niente di più. E le caratteristiche di Cuba e della cultura cubana verranno rase al suolo dai trattori delle multinazionali Usa. L’esperimento Cuba è stato interessante, ma è finito.

A lei che è un provocatore: crede che anche Fidel Castro lo sia stato nel corso della sua reggenza?

Un provocatore? Macché, Castro era un generoso. Chi fa arte è un provocatore.

E chi fa politica cos’è?

Castro non ha fatto politica. Castro ha fatto la rivoluzione. Ma, come ripeto, è un esperimento finito.

Ci parla della mostra fotografica che ha realizzato per l'ong Nessuno tocchi Caino? Con questa esposizione ha toccato un sacco di capitali europee. Cosa ha raccolto?

Un sacco di insulti. Addirittura a Roma qualche sedicente comunista ha detto che io mi ero venduto alla Cia. Magari, mi sarebbe piaciuto. Questa mostra la faccio perché a Cuba è perseguitato il diritto di opinione e di fare informazione. Che c’entra, ci sono un sacco di giornalisti che si meriterebbero anche di essere perseguitati, per come travisano la realtà, e come fanno informazione, ma il diritto di parola deve comunque essere concesso a tutti.

Dopo Castro, cosa si augura per Cuba?

Cuba è un paese di cultura. Sarebbe bello se si creasse nell’isola una università mondiale della Rivoluzione. Una sorta di Scienze Politiche della rivoluzione, nel cui ateneo fare convergere tutte le più illustri università del mondo: Harvard, la Sorbonne, la Bocconi, Yale, etc...