"Torno in Sicilia se...": vita da laureati e ricercatori all'estero

Articolo pubblicato il 01 marzo 2016
Articolo pubblicato il 01 marzo 2016

Sono sempre più numerosi i ricercatori e i laureati siciliani che, pur avendo conseguito un titolo di studio in Italia, decidono di proseguire la loro carriera all'estero. Abbiamo chiesto a tre di loro a quali condizioni tornerebbero nel proprio Paese, come si svolge la loro vita fuori dall'Italia e come percepiscono Palermo da lontano.

Prima la scoperta delle onde gravitazionali e poi il successo al bando dell’European  Reaserch Council (all’Italia 30 borse di studio su 302 disponibili) hanno dato grande lustro ai ricercatori italiani. Tanto che dal Ministero dell'istruzione è arrivato lo scatto d’orgoglio: «Siamo al terzo posto in Europa insieme alla Francia, primi per numero di ricercatori donne». Ma sono gli stessi ricercatori a parlare di "vittoria di Pirro", perché è all'estero che spesso si formano e all'estero sviluppano le loro idee migliori: se si considera la percentuale di ricercatori residenti nel Belpaese, l’Italia scivola agli ultimi posti nella classifica europea.

"Mi considerano un professionista: inimmaginabile in Italia"

In questo panorama la Sicilia non fa eccezione. Nella sola Palermo tra il 2001 e il 2012 si registrano quasi 30mila abitanti in meno: giovani e laureati cercano di farsi un avvenire all’estero. Tra le mete preferite: Londra, scelta anche dal 30enne Guido. Dopo la laurea nel 2010, con una tesi interdisciplinare sulla Riforma Gelmini, e un impiego come assistente universitario e avvocato, ha deciso di recarsi all’estero: «Lì le prospettive di realizzarmi come accademico prima dell’andropausa abbondavano. Mi ha aiutato esclusivamente la fortunata circostanza che, fra le centinaia di curriculum mandati, una application rispecchiasse perfettamente le mie pubblicazioni scientifiche sul cloud computing».

Guido aveva già trascorso un semestre come visiting scholar al Max Planck Institute for Innovation and Competition, a Monaco di Baviera, e partecipato ad un Erasmus IP presso l’Università di Lucerna. Da una ventina di giorni ha ricevuto un incarico come lettore per un corso sulla Proprietà intellettuale alla Buckinghamshire New University, e non pensa affatto di rientrare in Sicilia. «Per motivi che ancora non comprendo, mi considerano un professionista e mi danno responsabilità di ricerca e insegnamento: cose inimmaginabili per un "fresco" 30enne in Italia,» spiega Guido. «Ah, anche l’essere retribuito dignitosamente non guasta. Che dire della mia Londra? Vivo a Brixton, il quartiere di David Bowie, Skin e Simonetta Agnello Hornby, la zona afro-giamaicana che fricchettoni come me tentano (talvolta con successo) di stravolgere. Di questa città amo i trasporti e il fatto che un giovanotto alto 1 metro e 90 può camminare per strada vestito da Sailor Moon e nessuno pensa lontanamente di guardarlo, tantomeno stigmatizzarlo».

Alla fatidica domanda: torneresti in Sicilia se...?, risponde: «Sì, se in Italia cambiassero le politiche per l’università e la ricerca, compresi i metodi di reclutamento. Ogni volta che torno, la prima cosa che faccio è correre a vedere il mare. E respirare forte, per portare con me il ricordo di salsedine e pani câ meusa». Il caso di Guido non è affatto unico. Una ricerca condotta in Italia dell’associazione Donne e Qualità della Vita mostra che il 57% dei laureati nelle facoltà scientifiche pensa di andare all’estero.

"Tornerei a Palermo solo per vacanza"

Ha fatto le valigie anche Francesca Ylenia, 31 anni, una laurea in Lingua e Traduzioni a Palermo in tasca e una tesi sull’apprendimento della lingua dei segni italiana e sulla conoscenza della cultura sorda per i disabili stranieri. Sorda lei stessa, era motivata a lottare per far capire quanto fosse grande e varia la cultura dei non udenti nel mondo, quanto interesse potesse destare ed essere utile in tantissimi campi. «Succede che in Italia se ne parla, i politici ne fanno una bella chiacchierata ogni tanto, senza nessuna conclusione. Ho preso parte al Progetto Erasmus in Olanda e ho capito quanto l'Università di Palermo fosse incredibilmente distante da quella di Leiden». Francesca non parla di distanza geografica, ma di metodologie di insegnamento e valutazione: «Prove in itinere continue e con possibilità di recupero entro un paio di mesi, disponibilità dei docenti e dei capo dipartimento, piccoli gruppi di studenti ben seguiti».

Per il suo futuro Francesca ha scelto Lubecca, città nel nord della Germania, cara a Thomas Mann che vi ha ambientato I Buddenbroock. «A Lubecca faccio il lavoro per cui mi sono laureata: insegno italiano agli stranieri. Ci sono scuole che ci formano continuamente a seconda delle necessità degli studenti. L’italiano è una lingua nobile,» spiega Francesca, «di alto livello. Qui è studiata non solo per poter andare in vacanza in Italia, ma anche per capire meglio la cucina, l’arte o la musica. Lubecca ha un centro storico molto particolare: circondato da due fiumi, ha la forma di un’isola all’interno della terra ferma. È ricca di scorci storici bellissimi, palazzine, cortili interni, monumenti, ponti. La bicicletta è il principale mezzo di trasporto con qualsiasi temperatura».

Francesca vede Palermo ancora come una città a lei cara per il caos, le strade fatiscenti dei mercati Ballaró o la Vucciria, gli odori dei cibi di strada. Il gesticolare, il saluto che dura almeno mezz’ora, il sole e l’odore del mare. Le manca meno – anzi per niente – la viabilità inesistente, il sistema corrotto che ancora oggi regna sovrano, l’omertà, le liti per motivi futili. Alla fatidica domanda, risponde che tornerà in Sicilia solo in vacanza: tre o quattro giorni sono sufficienti per ricaricarsi, magari con una passeggiata al mare e un bel pezzo di rosticceria.

"Il mio primo contratto di lavoro l'ho firmato dopo un mese"

Simona ha invece 34 anni, è nata ad Enna e si è laureata nel 2013 in Giurisprudenza. Aveva già deciso di dare un taglio netto con Palermo subito dopo la laurea, e ha preparato 9 esami più la tesi in un solo anno. «Sono arrivata molto stanca a quel momento, anche perché nel frattempo lavoravo. Ho sempre lavorato sodo,» racconta, «il mio primo impiego è stato come donna delle pulizie in un albergo per pagarmi il concerto di Ligabue. Poi ho lavato i completini della squadra primavera del Palermo, in un albergo in montagna». In seguito, ha lavorato perlopiù come cameriera o promoter nei supermarket.

Simona era piuttosto stanca di questa vita: «Non ero trattata bene, lavoravo 12 ore, e quando l’ennesimo titolare ha trovato una scusa per licenziarmi, gridandomi: tinni puoi acchianari a’casa (puoi tornartene a casa), mi sono chiesta cosa volessi veramente fare della mia vita». La risposta? Due anni fa Simona ha scelto Strasburgo, Capitale d’Europa in termini di diritti umani, per proseguire i suoi studi. «In 10 giorni sono partita, solo con i biglietti aerei e una stanza prenotata su Airbnb per una settimana. Il mio primo contratto di lavoro l’ho firmato dopo un mese che ero arrivata. Ho fatto un anno di specializzazione in Diritto delle organizzazioni non governative, diritti umani e dell’uomo».

Per Simona, Strasburgo ha luci ed ombre: «Ti senti in piena Europa, puoi attraversare il Reno a piedi ed eccoti in Germania. Il centro storico è piccolo, con intorno quartieri e paesini: una città che sa essere a misura d’uomo. Ma anche comprensiva di molte realtà, dal quartiere ebraico a quello dei nord africani. L’università è ben conosciuta, frequentata da molti stranieri. La scuola di teatro è la seconda in Francia, come quella d’arte. Incontri molti giovani e tantissime sono le attività culturali. Hai davvero l’impressione di conoscere e incontrare tante persone, come in un piccolo Paese». Ma questi pregi possono rivelarsi anche punti deboli: Simona ha l’impressione di essere sempre di passaggio, le persone che conosce dopo qualche mese se ne vanno e qui, in Alsazia, l’approccio alle persone richiede più tempo.

«Da qui la Sicilia la vedo splendente nel sole, nel mare, nei profumi. Le urla, le battute mentre cammini nei mercati, il ciavuru. Però, quando ogni tanto torno a casa, vedo i difetti che mi davano fastidio, che vuoi migliorare senza mai riuscirci: la sporcizia salta all’occhio, ma mi da più da pensare il fattore culturale, l’inattività, il lamentarsi senza risolvere niente». Arrivati alla nostra ultima domanda, Simona risponde convinta: «Voglio stare ancora all’estero a fare esperienze più concrete. Tornerò in Sicilia se potrò condividere questo bagaglio di competenze con altri, ma in maniera onesta, senza dover chiedere niente a nessuno».