Torino post-industriale: il caso OSI-Ghia

Articolo pubblicato il 17 ottobre 2016
Articolo pubblicato il 17 ottobre 2016

Negli ultimi anni si è parlato molto della transizione di Torino da città industriale a città della cultura. Ma non tutti i luoghi del "glorioso passato torinese" sembrano stare al passo con i tempi. Viaggio nell'ex OSI-Ghia. 

C’è un cartello azzurro su cui campeggia una scritta bianca: OSI. Appena sotto, un cancello arrugginito. L’apertura centrale offre un varco in cui la fredda luce inizio primavera scompare. Prima di entrare Marco si ferma, e scatta una foto. Ci avviciniamo all’ingresso. Sulla soglia rimane una porta di vetro miracolosamente intatta. Un tappeto di schegge per terra ci dà il benvenuto nella ex Officine Stampaggi Industriali (OSI). Mi guardo attorno: «Dove siamo?» – non conosco bene Torino. Carolina prende la fotocamera e mi mostra una foto. Ci affacciamo all’ingresso ed entriamo. Remo calpesta il pavimento di schegge. Un sensore nero lo scorge dall’altra parte dell’entrata. Scatta un allarme. Ci precipitiamo oltre il sensore e aspettiamo. Il suono continua per alcuni secondi, poi si arresta. Grazia tira un sospiro di sollievo. Siamo dentro.

Una storia di abbandoni

Nel 1960 Luigi Segre e Arrigo Olivetti fondarono la Officine Stampaggi Industriali. Nel 1968 la OSI chiuse il reparto carrozzerie per dedicarsi esclusivamente agli stampaggi industriali, sino al 2001. Ma nel 2016 la OSI cambia attività, diventando azienda leader nel settore dell’abbandono edilizio e del degrado urbano. Lo rivela ciò che vediamo dopo aver percorso il corridoio a destra. Siamo nel cuore dell’edificio. Del tetto rimane solo lo scheletro in metallo. È diventato uno spazio a cielo aperto, decorato da rifiuti ed erbacce bagnate nel nero di vecchi fuochi spenti. Rischiamo di inciampare tra i buchi del pavimento divelto e i cumuli di quella che non è semplice immondizia: sono tracce di passaggi. Ci sono medicinali, bottiglie, vestiti: il luogo è vissuto. Uno specchio appoggiato ad una sedia, un rasoio e della schiuma da barba giacciono lì vicino. C’è ancora qualcuno in questo posto. Una siringa intinta nel sangue. Dopo il degrado, è la vastità dell’OSI a colpirci. Il soffitto, così alto, sembra quello di una cattedrale, e i pilastri scandiscono le sue navate. Le finestre sul fondo sembrano fanali sprofondati in un tunnel troppo buio.  Ci addentriamo in quel tunnel, mentre dalle finestre del piano superiore provengono sguardi e rumori. Inchiodati a muri e pilastri ci sono ancora i vecchi cartelli per gli operai. In fondo, appena prima di una scala laterale, ci sono i resti di un giaciglio. Un sacco a pelo giallo sbiadito, il ricordo di un materasso, bottiglie di birra, sigarette, scarpe. Uno scenario poco diverso dal resto. Nella stessa zona il 7 marzo 2016 un marocchino di 37 anni è stato sequestrato e torturato per ore da 5 suoi connazionali. Poi è intervenuta la polizia stessa, allertata dalla vittima messasi in salvo. Di quel clamore non c’è più traccia, ma forse ce ne sarebbe bisogno per riqualificare l’OSI.

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Progettazione eterna 

Eppure di progetti ce ne sono stati: tra il 2009 e il 2011 il Comune di Torino ha dato il via ai lavori per i progetti di riordino (qui il piano di riordino approvato da Comune e Provincia).  Nel 2012 La Stampa annunciava un progetto da 60 milioni: giardini pensili, la sede del nuovo Istituto Europeo del Design, un eco-campus ad emissioni zero e 300 appartamenti. Dopo tre anni, il Sole 24 Ore, in questo articolo, rilanciava il magnifico piano strategico di Torino che puntava, tra altre zone, anche sull’area OSI-Ghia. Già, perché l’OSI non è l’unica area dismessa: da anni si specchia nelle macerie della Ghia, un’altra carrozzeria fondata nel 1916 e chiusa anch’essa nel 2001, che si trova proprio lì accanto. L’area OSI-Ghia è un’area immensa: 52mila metri quadri, e cinquemila di questi sono proprietà della famiglia Milanesio. Sono gli unici che si sono salvati: vi è nato il co-working ToolBox. Eppure sarebbero dovuti fiorire anche altri progetti. Nel suo insieme l'area OSI-Ghia è così grande che, anche nel caso di un avvio senza problemi dei vari progetti, il 50% dello spazio sarebbe rimasto intonso, a testimonianza del passato industriale della città. Ma ad oggi tutta l’area è in stato di degrado e abbandono. Come dichiarato in un video dell’Ordine degli Architetti di Torino: «Solo di recente le mutate condizioni economiche e la crisi del mercato immobiliare non hanno reso possibile dare corso al progetto»Di sicuro però adesso non c’è alcun rischio che il passato industriale venga dimenticato. Nel frattempo ci sono i writers a riscrivere il glorioso passato industriale. I loro murales dipingono la OSI con colori più accesi dello sporco che sovrasta, donano un po’ di vita al luogo. Eppure, la vita che incontriamo nell'OSI non sta solo sui muri, ma dorme sui pavimenti.

Jackson, il Senegal e i ragazzi della Lega Nord

All’inizio Jackson non vuole parlare con noi. Ci fa segno di andare via, di lasciarlo in pace, teme che siamo venuti per mandarlo via da lì: «Ho sentito l’allarme suonare, ho pensato che non potessero essere gli altri, loro non entrano da lì. Allora ho pensato fossero i ragazzini che simpatizzano per la Lega Nord venuti con i cani per rompere le palle, ma non sarebbero mai saliti fin qui, hanno paura». Jackson ci stupisce sin da subito: parla perfettamente italiano, nonostante venga dal Senegal. Jackson ha studiato in Italia, e poi ha lavorato come interprete. Decide di parlare con noi perché siamo dei "pivelli". Lo avrà intuito dalla sicurezza con cui ci siamo affacciati alla sua stanza e abbiamo mormorato: «Scusate?». Lui però è gentile, dice di aver accettato perché siamo ragazzi. Jackson non abita in uno dei 300 appartamenti progettati e mai realizzati nell’OSI-Ghia. Occupa le stanze al primo piano. Ha passato una scopa ed è riuscito a spingere ai margini polvere e detriti. Ha un giaciglio fatto di vestiti appallottolati e quello che dovrebbe essere un sacco a pelo. Jackson ci descrive la situazione dell’Osi dall’interno. Da quel che racconta, c’è un continuo via vai di gente: «Ci sono almeno nove gruppi di persone che dormono nella zona. Entrano nell’edificio da un buco nel muro che dà sui binari ferroviari». Mica come i pivelli che fanno scattare l’allarme all’ingresso. Dallo stesso buco si scorge il palazzo de La Stampa, appena oltre i binari. «Ogni pomeriggio arrivano quelli che utilizzano l'OSI per bucarsi. Comprano l'eroina dagli arabi che controllano l'ex carrozzeria Ghia. La Ghia oggi è una piazza di spaccio. Qualche tempo prima c’erano stati dei problemi con i tossici, la gente che abita nella zona ha chiamato le volanti, ma quelli sono riusciti a togliere l’arma ad un poliziotto», racconta Jackson. Conclude: «Dopo questo episodio hanno sigillato la zona». L’entrata principale è custodita da due portoni chiusi. Evidentemente non è servito a nulla.

La Ghia: officina del nulla

Appena fuori dall’OSI  notiamo un cancello laterale vicino ai binari. Il grosso lucchetto è stato spaccato, e penzola inerte. L’allarme riprende a suonare e ci infiliamo nel cancello semi aperto. Siamo su una strada sterrata. A sinistra vediamo l’edificio a due piani posto all’ingresso. Lo spazio è aperto e soleggiato, eppure trasmette uno strano senso di pericolo. Tutto è circondato da cumuli di macerie. Oltre le macerie si staglia l’edificio de La Stampa, è vicinissimo. Solo i binari lo separano da quella che nel 1916 era la carrozzeria di Giacinto Ghia, mentre oggi è una piazza di spaccio. L’ex Ghia ha avuto tante vite: il vecchio stabilimento era stato bombardato durante la seconda guerra mondiale nel 1943, ma poi è stato ricostruito. Era passato dal gruppo Fiat Ford. Aveva disegnato auto per VolkswagenFiatRenaultChrysler, tutti grandi nomi che portavano il design Ghia. Nello spiazzo centrale c'è un capannone. Raggi di sole filtrano dal soffitto, piccoli arbusti difendono l’entrata. L’interno è spoglio, il soffitto è un arco che sfocia in una fila di pilastri. Da quegli stessi pilastri parte un soffitto gemello, che duplica lo spazio. Sembra la stazione di un treno che non è mai arrivato. 

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I nostri passi sui gradini di ferro fanno un rumore infernale, ed al primo piede poggiato sul piano superiore riparte l’allarme. Jackson ci aveva avvisato: tutti gli abitanti della zona si conoscono. Quella sirena annuncia a tutti la presenza di ospiti inattesi. Ci muoviamo attraverso le stanze interne, tra rifiuti e murales. Poi, dalle finestre che si affacciano su via Egeo, notiamo che un uomo, sguardo torvo e braccia incrociate, ci guarda dalla strada. Sembra abbastanza arrabbiato, ma sembra anche conoscere il luogo dove siamo andati a ficcare il naso. Prendiamo di nuovo le scale, percorriamo la strada sterrata velocemente e ci infiliamo nello spazio lasciato dal cancello socchiuso. L’allarme continua a suonare. Dalla strada vediamo l’uomo allontanarsi a grandi passi, percorre la strada a ritroso. Decidiamo di seguirlo.

L'uomo entra in un edificio moderno. È un luogo diverso, stona con il degrado circostante. Fuori alcune biciclette a scatto fisso occupano una rastrelliera. Osserviamo gli interni eleganti attraverso la vetrata. Entriamo e chiediamo di parlare con qualcuno che sappia dirci qualcosa sull'area OSI-Ghia. L'uomo che ci scrutava dalla strada ricompare. Ci indicano proprio lui, «è il capo». A tenderci la mano è Giulio Milanese. È il proprietario di Toolbox Co-working, un progetto fiorito negli unici 5 mila metri quadri dell'OSI-Ghia sottratti al degrado. 

Mai sentito parlare della crisi?

Milanese accetta di buon grado di rispondere alle nostre domande, è contento di vedere che non siamo delinquenti. «Ecco chi diamine era a far suonare l'allarme tutta la mattina!», afferma, prima di continuare. «La Ghia era una carrozzeria, una delle storiche con Bertone e Pininfarina. Comprata dalla Ford una quindicina di anni fa, ha continuato la produzione qui per qualche anno, poi è stata trasferita a Francofortein Germania, dove c'è la sede della GM Europa»Gli chiediamo dei cartelli di lavori in corso. Dovevano terminare nel 2014, ma a due anni di distanza pare non siano nemmeno iniziati. Infatti i cartelli si riferiscono a lavori di bonifiche e demolizioni, ma poi «è andato tutto a ramengo»Milanese spiega: «Una società aveva acquistato l'area verso Corso Dante e aveva un grande progetto di sviluppo residenziale. In cambio dei diritti edificatori, gli standard relativi alle costruzioni prevedevano che quest'area fosse data al comune una volta bonificata e demolita»Tutto si è paralizzato. Il motivo è il solito: «Mai sentito parlare della crisi?» afferma sarcastico Milanesi. I fondi c'erano, ma i guadagni ipotizzati non erano sufficienti: gli appartamenti sarebbero rimasti invenduti. E oggi a chi appartengono tutti quei metri quadri di nulla? «Oggi il proprietario è il fondo NICHER, uno dei fondi della Serenissima SGR di Venezia», spiega MilanesiAdesso non ci sono più prospettive, né progetti. Ora la speranza è quella del "grande investitore straniero", perché Torino costa meno di Milano, perché si può comprare e abbandonare senza perder troppi quattrini. Nell'attesa della sua venuta, la Ghia ha ritrovato nello spaccio una nuova ragion d’essere.

Una storia di co-working 

Il luogo dove è sorto il Toolbox Co-working invece si è salvato. Qui nel 1920 c'erano le Fonderie Garrone. Nel 1934 sono acquisite dalla Fiat per poi divenire, negli anni '50, una trafilatura meccanica e, negli anni '70, il magazzino della IDS, un marchio d'abbigliamento. Quando nel 2010 l'azienda si è trasferita si è posto il problema di cosa fare di questo edificio che il contesto rendeva difficile da piazzare. «Si iniziava a parlare in giro del mondo del co-working. Così nell'aprile del 2010 abbiamo messo a posto il piano terra» racconta Milanesi. La struttura architettonica del Toolbox Co-Working è quasi gerarchica. È possibile affittare un posto ad un grande tavolo di lavoro condiviso, o una scrivania singola al pian terreno dove i clienti sono giovani freelance, startup o chiunque non abbia voglia di lavorare nella solitudine casalinga o non si possa permettere uno studio in proprio. Al primo piano troviamo invece gli uffici privati di aziende già avviate. Da qualche anno lo stabile ospita anche il FabLab, il primo laboratorio di fabbricazione digitale in Italia. Spegniamo il registratore, è il momento di una visita guidata.

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Tour creativo

È tutto molto colorato, creativo, ma anche preciso, senza sbavature. Non riusciamo ad immaginare nulla di più diverso dai relitti metallici dell'OSI, dalle macerie della Ghia. Il padrone di casa ci illustra ogni spazio, ci prega di non disturbare. Sono tutti molto giovani, alle pareti sono appese le loro foto. Al piano inferiore, gli spazi sono ampi e richiamano edifici industriali anni '80, ma l'aria che si respira non è da catena di montaggio. 

Milanese ci fa entrare in una stanza enorme, vuota. Le pareti sono imbrattate di colori e disegni: «Non sappiamo ancora cosa ospiteranno questi locali, ma nel frattempo abbiamo concesso le pareti alla creatività di bambini e ragazzi delle scuole, e questo è il risultato». Ci tornano in mente le domande sui muri della OSI, non così diverse da quelle dei ragazzi che hanno colorato queste pareti bianche. Anche in questi muri c'è una crepa profonda da cui filtra un'amara disillusione. Sbirciamo i lavori di Printclub. Anche loro stampano, anche loro usano le vernici, come fu per l'OSI, ma qui vince il design, la tecnologia: non sono gli operai a sudare, ma i giovani designer. Saliamo al primo piano, spiamo alcuni ragazzi al lavoro. I corridoi sono vuoti, silenziosi. Ci sono solo volti proiettati nei monitor oltre le vetrate degli uffici. Scendiamo e Milanese ci mostra lo spazio mensa. Una cucina autogestita in legno, una vetrata occupa tutta la parete che dà sull’edificio dell’OSI, per l’esattezza sulla stanza di Jackson. «Oggi questi posti sono frequentati da poveretti, disperati. Ci sono problemi tutte le settimane, dovuti a droghe e ubriachezza che li portano a gettare oggetti sulle macchine in disuso. A volte lanciano in aria i mobili che sono ancora dentro, spaccando tutto» afferma Milanese. È tutto un po’ surreale: nell’arco di qualche centinaio di metri, da una vetrata  si possono scrutare giovani imprenditori e disperati senza dimora, designer e tossici in cerca della roba. Queste realtà si ignorano, si sopportano. O meglio, l’una non riesce a vedere l’altra. Forse perché gli invisibili non fanno rumore, forse perché sanno come non far suonare l’allarme. 

Torino ce la deve ancora fare

Col tempo le "industrie torinesi" sono divenute il "glorioso passato della città", con un'eredità in metri quadri difficile da dimenticare. Tra il 1988 e il 1991 le aree dismesse hanno superato i 3 milioni e mezzo di metri quadri: circa tre volte la grandezza dell'Expo Milano 2015. Tra il 1995 e il 2001 sono stati approvati 11 programmi di riqualificazione urbana, 6 programmi integrati, 3 programmi di recupero urbano, 8 piani particolareggiati. Interventi mirati a recuperare le aree dismesse e a trasformarle, donandogli una nuova vita. Il Lingotto, uno dei principali stabilimenti di produzione della Fiat, oggi è diventato un centro commerciale. Certamente esempi come quello di Toolbox dimostrano che oltre ai supermercati si può fare altro, ma la situazione dell'OSI-Ghia parla chiaro: ciò che è stato fatto non basta. Non è abbastanza progettare 300 appartamenti o centri commerciali. C'è bisogno di progetti che siano capaci di alleviare la povertà, invece di spingerla ai margini, di creare ghetti dove il degrado prolifica. L'ex-sindaco Piero Fassino parlava di Torino come di una Detroit che ce l'ha fatta, ma questa sembra una città che ancora ce la deve fare.

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Testo di Luca Magrone Grazia Tomassetti. Foto di Marco Bonadonna e Carolina Orlandi. Con la collaborazione di Remo Gilli.