Torino post-industriale: il caso OSI-Ghia, parte seconda

Articolo pubblicato il 19 settembre 2016
Articolo pubblicato il 19 settembre 2016

Negli ultimi anni si è parlato molto della transizione di Torino da città industriale a città della cultura. Ma non tutti i luoghi del "glorioso passato torinese" sembrano stare al passo con i tempi. Viaggio nell'ex OSI-Ghia. Parte seconda.

- Leggi la prima parte del reportage "Torino post-industriale: il caso OSI-Ghia" -

L'uomo entra in un edificio moderno. E' un luogo diverso, stona con il degrado circostante. Fuori alcune biciclette a scatto fisso occupano una rastrelliera. Osserviamo gli interni eleganti attraverso la vetrata. Entriamo e chiediamo di parlare con qualcuno che sappia dirci qualcosa sull'area OSI-Ghia. L'uomo che ci scrutava dalla strada ricompare. Ci indicano proprio lui, “è il capo”. A tenderci la mano è Giulio Milanese. E' il proprietario di Toolbox Co-working, un progetto fiorito negli unici 5 mila metri quadri dell'OSI-Ghia sottratti al degrado. 

Mai sentito parlare della crisi?

Milanese accetta di buon grado di rispondere alle nostre domande. É contento che non siamo delinquenti. “Ecco chi diamine era a far suonare l'allarme tutta la mattina!”, afferma, prima di continuare: “La Ghia era una carrozzeria, una delle storiche con Bertone e Pininfarina. Comprata dalla Ford una quindicina di anni fa, ha continuato la produzione qui per qualche anno, poi è stata trasferita a Francoforte, in Germania, dove c'è la sede della GM EuropaGli chiediamo dei cartelli di lavori in corso. Dovevano terminare nel 2014, ma due anni dopo pare non siano nemmeno iniziati. Infatti i cartelli si riferiscono a lavori di bonifiche e demolizioni, poi “è andato tutto a ramengo”Milanese spiega: “Una società aveva acquistato l'area verso Corso Dante e aveva un grande progetto di sviluppo residenziale. In cambio dei diritti edificatori, gli standard relativi alle costruzioni prevedevano che quest'area fosse data al comune una volta bonificata e demolita”Tutto si è paralizzato. Il motivo è il solito: “Mai sentito parlare della crisi?”, afferma sarcastico Milanesi. I fondi c'erano, ma i guadagni ipotizzati non erano sufficienti: gli appartamenti sarebbero rimasti invenduti. E oggi a chi appartengono tutti quei metri quadri di nulla? “Oggi il proprietario è il fondo NICHER, uno dei fondi della Serenissima SGR di Venezia”, spiega Milanesi. Adesso non ci sono più prospettive, né progetti. Ora la speranza è quella del “grande investitore straniero” perché Torino costa meno di Milano, perché si può comprare e abbandonare senza perder troppi quattrini. Nell'attesa della sua venuta, la Ghia ha ritrovato nello spaccio una nuova ragion d’essere.

Una storia di co-working 

Il luogo dove è sorto il Toolbox Co-working invece si è salvato. Qui nel 1920 c'erano le Fonderie Garrone. Nel 1934 sono acquisite dalla Fiat per poi divenire, negli anni ‘50, una trafilatura meccanica e, negli anni ‘70, il magazzino della IDS, un marchio d'abbigliamento. Quando nel 2010 l'azienda si è trasferita si è posto il problema di cosa fare di questo edificio che il contesto rendeva difficile da piazzare. “Si iniziava a parlare in giro del mondo del co-working. Così nell'aprile del 2010 abbiamo messo a posto il piano terra”, racconta Milanesi. La struttura architettonica del Toolbox Co-Working è quasi gerarchica. E’ possibile affittare un posto a un grande tavolo di lavoro condiviso o una scrivania singola al pian terreno dove i clienti sono giovani freelance, startup o chiunque non abbia voglia di lavorare nella solitudine casalinga o non si possa permettere uno studio in proprio. Al primo piano troviamo invece gli uffici privati di aziende già avviate. Da qualche anno lo stabile ospita anche il FabLab, il primo laboratorio di fabbricazione digitale in Italia. Spegniamo il registratore, è il momento di una visita guidata.

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Tour creativo

E' tutto molto colorato, creativo, ma anche preciso, senza sbavature. Non riusciamo ad immaginare nulla di più diverso dai relitti metallici dell'OSI, dalle macerie della Ghia. Il padrone di casa ci illustra ogni spazio, ci prega di non disturbare. Sono tutti molto giovani, alle pareti sono appese le loro foto. Al piano inferiore, gli spazi sono ampi e richiamano edifici industriali anni '80, ma l'aria che si respira non è da catena di montaggio. 

Milanese ci fa entrare in una stanza enorme, vuota. Le pareti sono imbrattate di colori e disegni: "Non sappiamo ancora cosa ospiteranno questi locali, nel frattempo abbiamo concesso le pareti alla creatività di bambini e ragazzi delle scuole e questo è il risultato". Ci tornano in mente le domande sui muri della OSI, non così diverse da quelle dei ragazzi che hanno colorato queste pareti bianche. Anche in questi muri c'è una crepa profonda da cui filtra un'amara disillusione. Sbirciamo i lavori di Printclub. Anche loro stampano, anche loro usano le vernici, come fu per l'OSI, ma qui vince il design, la tecnologia: non sono gli operai a sudare, ma i giovani designer. Saliamo al primo piano, spiamo alcuni ragazzi al lavoro. I corridoi sono vuoti, silenziosi. Ci sono solo volti proiettati nei monitor oltre le vetrate degli uffici. Scendiamo e Milanese ci mostra lo spazio mensa. Una cucina autogestita in legno, una vetrata occupa tutta la parete che dà sull’edificio dell’OSI, per l’esattezza sulla stanza di Jackson. “Oggi questi posti sono frequentati da poveretti, disperati. Ci sono problemi tutte le settimane, dovuti a droghe e ubriachezza che li portano a gettare oggetti sulle macchine in disuso. A volte lanciano in aria i mobili che sono ancora dentro spaccando tutto”, afferma Milanese. E’ tutto un po’ surreale: nell’arco di qualche centinaio di metri, da una vetrata  si possono scrutare giovani imprenditori e disperati senza dimora, designer e tossici in cerca della roba. Queste realtà si ignorano, si sopportano. O meglio, l’una non riesce a vedere l’altra. Forse perché gli invisibili non fanno rumore, forse perché sanno come non far suonare l’allarme. 

Torino ce la deve ancora fare

Col tempo le "industrie torinesi" sono divenute il "glorioso passato della città", con un'eredità in metri quadri difficile da dimenticare. Tra il 1988 e il 1991 le aree dismesse hanno superato i 3 milioni e mezzo di metri quadri: circa tre volte la grandezza dell'Expo Milano 2015. Tra il 1995 e il 2001 sono stati approvati 11 programmi di riqualificazione urbana, 6 programmi integrati, 3 programmi di recupero urbano, 8 piani particolareggiati. Interventi mirati a recuperare le aree dismesse e a trasformarle, donandogli una nuova vita. Il Lingotto, uno dei principali stabilimenti di produzione della Fiat, oggi è diventato un centro commerciale. Certamente esempi come quello di Toolbox dimostrano che oltre ai supermercati si può fare altro, ma la situazione dell'OSI-Ghia parla chiaro: ciò che è stato fatto non basta. Non è abbastanza progettare 300 appartamenti o centri commerciali. C'è bisogno di progetti che siano capaci di alleviare la povertà, invece di spingerla ai margini, di creare ghetti dove il degrado prolifica. L'ex-sindaco Piero Fassino parlava di Torino come di una Detroit che ce l'ha fatta, ma questa sembra una città che ancora ce la deve fare.

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Testo di Luca Magrone, Grazia Tomassetti. Foto di Marco Bonadonna, Carolina Orlandi. Con la collaborazione di Remo Gilli.