Torino post-industriale: il caso OSI-Ghia, parte prima

Articolo pubblicato il 02 settembre 2016
Articolo pubblicato il 02 settembre 2016

Negli ultimi anni si è parlato molto della transizione di Torino da città industriale a città della cultura. Ma non tutti i luoghi del "glorioso passato torinese" sembrano stare al passo con i tempi. Viaggio nell'ex OSI-Ghia. Parte prima.

C’è un cartello azzurro su cui campeggia una scritta bianca: OSI. Appena sotto, un cancello arrugginito. L’apertura centrale offre un varco in cui la fredda luce inizio primavera scompare. Prima di entrare Marco si ferma, e scatta una foto. Ci avviciniamo all’ingresso. Sulla soglia rimane una porta di vetro miracolosamente intatta. Un tappeto di schegge per terra ci dà il benvenuto nella ex Officine Stampaggi Industriali (OSI). Mi guardo attorno: “Dove siamo?” – non conosco bene Torino. Carolina prende la fotocamera e mi mostra una foto. Ci affacciamo all’ingresso ed entriamo. Remo calpesta il pavimento di schegge. Un sensore nero lo scorge dall’altra parte dell’entrata. Scatta un allarme. Ci precipitiamo oltre il sensore e aspettiamo. Il suono continua per alcuni secondi, poi si arresta. Grazia tira un sospiro di sollievo. Siamo dentro.

Una storia di abbandoni

Nel 1960 Luigi Segre e Arrigo Olivetti fondarono la Officine Stampaggi Industriali. Nel 1968 la OSI chiuse il reparto carrozzerie per dedicarsi esclusivamente agli stampaggi industriali, sino al 2001. Ma nel 2016 la OSI cambia attività, diventando azienda leader nel settore dell’abbandono edilizio e del degrado urbano. Lo rivela ciò che vediamo dopo aver percorso il corridoio a destra. Siamo nel cuore dell’edificio. Del tetto rimane solo lo scheletro in metallo. È diventato uno spazio a cielo aperto, decorato da rifiuti ed erbacce bagnate nel nero di vecchi fuochi spenti. Rischiamo di inciampare tra i buchi del pavimento divelto e i cumuli di quella che non è semplice immondizia: sono tracce di passaggi. Ci sono medicinali, bottiglie, vestiti: il luogo è vissuto. Uno specchio appoggiato ad una sedia, un rasoio e della schiuma da barba giacciono lì vicino. C’è ancora qualcuno in questo posto. Una siringa intinta nel sangue. Dopo il degrado, è la vastità dell’OSI a colpirci. Il soffitto, così alto, sembra quello di una cattedrale e i pilastri scandiscono le sue navate. Le finestre sul fondo sembrano fanali sprofondati in un tunnel troppo buio.  Ci addentriamo in quel tunnel mentre dalle finestre del piano superiore provengono sguardi e rumori. Inchiodati a muri e pilastri ci sono ancora i vecchi cartelli per gli operai. In fondo, appena prima di una scala laterale, ci sono i resti di un giaciglio. Un sacco a pelo giallo sbiadito, il ricordo di un materasso, bottiglie di birra, sigarette, scarpe. Uno scenario poco diverso dal resto. Nella stessa zona il 7 marzo 2016 un marocchino di 37 anni è stato sequestrato e torturato per ore da 5 suoi connazionali. Poi è intervenuta la polizia stessa, allertata dalla vittima messasi in salvo. Di quel clamore non c’è più traccia, ma forse ce ne sarebbe bisogno per riqualificare l’OSI.

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Progettazione eterna 

Eppure di progetti ce ne sono stati: tra il 2009 e il 2011 il Comune di Torino ha dato il via ai lavori per i progetti di riordino (qui il piano di riordino approvato da Comune e Provincia).  Nel 2012 La Stampa annunciava un progetto da 60 milioni: giardini pensili, la sede del nuovo Istituto Europeo del Design, un eco-campus ad emissioni zero e 300 appartamenti. Dopo tre anni, il Sole 24 Ore, in questo articolo, rilanciava il magnifico piano strategico di Torino che puntava, tra altre zone, anche sull’area OSI-Ghia. Già, perché l’OSI non è l’unica area dismessa: da anni si specchia nelle macerie della Ghia, un’altra carrozzeria fondata nel 1916 e chiusa anch’essa nel 2001, che si trova proprio lì accanto. L’area OSI-Ghia è un’area immensa: 52mila metri quadri. Cinquemila di questi sono proprietà della famiglia Milanesio. Sono gli unici che si sono salvati: vi è nato il co-working ToolBox. Eppure sarebbero dovuti fiorire anche altri progetti. Nel suo insieme l'area OSI-Ghia è così grande che, anche nel caso di un avvio senza problemi dei vari progetti, il 50% dello spazio sarebbe rimasto intonso, a testimonianza del passato industriale della città. Ma ad oggi tutta l’area è in stato di degrado e abbandono. Come dichiarato in un video dell’Ordine degli Architetti di Torino, “solo di recente le mutate condizioni economiche e la crisi del mercato immobiliare non hanno reso possibile dare corso al progetto”Di sicuro adesso non c’è alcun rischio che il passato industriale venga dimenticato. Nel frattempo ci sono i writers a riscrivere il glorioso passato industriale. I loro murales dipingono la OSI con colori più accesi dello sporco che sovrasta. Donano un po’ di vita al luogo. Eppure, la vita che incontriamo nell'OSI non sta solo sui muri, dorme sui pavimenti.

Jackson, il Senegal e i ragazzi della Lega Nord

All’inizio Jackson non vuole parlare con noi, ci fa segno di andare via, di lasciarlo in pace. Teme che siamo venuti per mandarlo via da lì: “Ho sentito l’allarme suonare, ho pensato che non potessero essere gli altri, loro non entrano da lì. Allora ho pensato fossero i ragazzini che simpatizzano per la Lega Nord venuti con i cani per rompere le palle, ma non sarebbero mai saliti fin qui, hanno paura”. Jackson ci stupisce sin da subito: parla perfettamente italiano sebbene venga dal Senegal. Jackson ha studiato in Italia e poi ha lavorato come interprete. Decide di parlare con noi perché siamo dei “pivelli”. Lo avrà intuito dalla sicurezza con cui ci siamo affacciati alla sua stanza e abbiamo mormorato: Scusate?”. Lui però è gentile e dice di aver accettato perché siamo ragazzi. Jackson non abita in uno dei 300 appartamenti progettati e mai realizzati nell’OSI-Ghia. Occupa le stanze al primo piano. Ha passato una scopa ed è riuscito a spingere ai margini polvere e detriti. Ha un giaciglio fatto di vestiti appallottolati e quello che dovrebbe essere un sacco a pelo. Jackson ci descrive la situazione dell’Osi dall’interno. Da quel che racconta, c’è un continuo via vai di gente: "Ci sono almeno nove gruppi di persone che dormono nella zona. Entrano nell’edificio da un buco nel muro che dà sui binari ferroviari". Mica come i pivelli che fanno scattare l’allarme all’ingresso. Dallo stesso buco si scorge il palazzo de La Stampa, appena oltre i binari. "Ogni pomeriggio arrivano quelli che utilizzano l'OSI per bucarsi. Comprano l'eroina dagli arabi che controllano l'ex carrozzeria Ghia. La Ghia oggi è una piazza di spaccio. Qualche tempo prima c’erano stati dei problemi con i tossici, la gente che abita nella zona ha chiamato le volanti, ma quelli sono riusciti a togliere l’arma ad un poliziotto", racconta Jackson, prima di concludere: "Dopo questo episodio hanno sigillato la zona". L’entrata principale è custodita da due portoni chiusi. Evidentemente non è servito a nulla.

La Ghia: officina del nulla

Appena fuori dall’OSI  notiamo un cancello laterale vicino ai binari. Il grosso lucchetto è stato spaccato e penzola inerte. L’allarme riprende a suonare e ci infiliamo nel cancello semi aperto. Siamo su una strada sterrata. A sinistra vediamo l’edificio a due piani posto all’ingresso. Lo spazio è aperto e soleggiato, eppure trasmette uno strano senso di pericolo. Tutto è circondato da cumuli di macerie. Oltre le macerie si staglia l’edificio de La Stampa, è vicinissimo. Solo i binari lo separano da quella che nel 1916 era la carrozzeria di Giacinto Ghia e oggi è una piazza di spaccio. L’ex Ghia ha avuto tante vite. Il vecchio stabilimento era stato bombardato durante la seconda guerra mondiale nel 1943, ma era stato ricostruito. Era passato dal gruppo Fiat Ford. Aveva disegnato auto per VoslkwagenFiatRenaultChrysler. Tutti grandi nomi che portavano il design Ghia.  Nello spiazzo centrale c'è un capannone. Raggi di sole filtrano dal soffitto, piccoli arbusti difendono l’entrata. L’interno è spoglio, il soffitto è un arco che sfocia in una fila di pilastri. Da quegli stessi pilastri parte un soffitto gemello che duplica lo spazio. Sembra la stazione di un treno che non è mai arrivato. 

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I nostri passi sui gradini di ferro fanno un rumore infernale e al primo piede poggiato sul piano superiore, riparte l’allarme. Jackson ci aveva avvisato: tutti gli abitanti della zona si conoscono. Quella sirena annuncia a tutti la presenza di ospiti inattesi. Ci muoviamo attraverso le stanze interne, tra rifiuti e murales. Proprio non vuole smettere di suonare questo allarme. Poi, dalle finestre che si affacciano su via Egeo, notiamo che un uomo, sguardo torvo e braccia incrociate, ci guarda dalla strada. Sembra abbastanza arrabbiato, ma sembra anche conoscere il luogo dove siamo andati a ficcare il naso. Prendiamo di nuovo le scale, percorriamo la strada sterrata velocemente e ci infiliamo nello spazio lasciato dal cancello socchiuso. L’allarme continua a suonare. Dalla strada vediamo l’uomo allontanarsi a grandi passi, percorre la strada a ritroso. Lo seguiamo.

- Leggi la seconda parte del reportage "Torino post-industriale: il caso OSI-Ghia" -

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Testo di Luca Magrone, Grazia Tomassetti. Foto di Marco Bonadonna, Carolina Orlandi. Con la collaborazione di Remo Gilli.