Tilda Swinton: «il cinema è il luogo al quale apparteniamo»

Articolo pubblicato il 14 agosto 2009
Articolo pubblicato il 14 agosto 2009
Ha recitato nell’ultimo film di David Fincher, Jim Jarmusch o dei fratelli Coen, ma la sua passione per il cinema la trascina di nuovo verso la Scozia, la sua terra natale, dove co-organizza un festival di cinema itinerante fuori dal comune. Intervista.

Da un lato, un’attrice “oscarizzata” nel 2008 per il suo ruolo in Michael Clayton. Dall’altro, uno scrittore e giornalista, senior director del festival del film di Edimburgo. Tilda Swinton e Mark Cousin hanno immaginato un omaggio al cinema unico nel suo genere: la traversata della Scozia da est ad ovest, con un camion magico, che a notte fonda si trasforma in una sala di proiezione. Durante la prima settimana di agosto, questo «Pilgrimage» (pellegrinaggio) si è fermato in dei piccoli villaggi scozzesi, sulla sponda del lago Loch Ness, sul parcheggio di una scuola, per presentare al pubblico qualche capolavoro della settima arte. Incontro, nel bel mezzo di un campo, con due fanatici del cinema.

Dietro questo festival ambulante che voi avete dedicato al cinema, non si può evitare di pensare che ci sia una buona dose di attivismo. Il termine è appropriato, o è troppo politico?

Tilda Swinton: No. È esattamente questo. Dell’attivismo.

Mark Cousins: Da giovani, noi abbiamo manifestato contro la politica di Margaret Thatcher, scandendo «Maggie vattene!» per le strada. Manifestavamo “contro” qualcosa. Oggi, manifestiamo “per” qualcosa: il cinema.

(eugene/flickr)T. S: Qui, siamo tutti degli attivisti. Tutti pellegrini. Osservate questi cartelli sui quali si possono leggere i nomi di Kurosawa o di Cyd Charise, le citazioni di Robert Bresson sul cinema. Ci sono i balli e la musica prima di ogni seduta, e poi questa bandiera, «Stato del cinema». È un modo iperattivo di vivere quest’arte.

M. C: Il modo di guardare un film è completamente cambiato. Io ho visto La notte del cacciatore una dozzina di volte. Eppure, quando l’abbiamo proiettato a Dores (una delle tappe del cinema itinerante), non avevo mai visto né sentito una tale reazione da parte del pubblico. Quando Lilian Gish ha puntato il suo fucile su Robert Mitchum, gli spettatori hanno applaudito e gridato!

Ogni sera, lungo il tragitto del convoglio, si risentiva un’eccitazione infantile ad intrufolarsi all’interno del camion. Vi siete resi conto di questa innocenza che hanno provato gli spettatori, come se ritornassero a dei sentimenti autentici?

T. S: Nel primo festival, a Nairn (una piccola città della Scozia, situata sulla costa est, di dove l’attrice è originaria) l’anno scorso, è quello che ci hanno detto gli spettatori, in particolare i più anziani: «Non mi sono mai più sentito così dopo l’infanzia». Il rapporto che noi abbiamo voluto creare, Mark ed io, tra il festival e gli spettatori, è quello della fiducia. Le persone non vogliono vedere questo o quel film perché è l’ultima realizzazione di un tale, perché c’è un tizio nel cast o perché le critiche sono buone. Non c’è un grammo di marketing sui film. Io penso che il nostro rapporto con il cinema è un modo di ridare incanto, che si è perduto con la pressione che la vita esercita su noi individui.

Dopo l’attivismo, c’è la comunità. Una quarantina di pellegrini vi ha seguito tutti i giorni in questa avventura.

T. S: L’idea della comunità è alla base di tutto quello che intraprendiamo, Mark ed io. Mi spingerei anche più lontano nel dire che c’è qualcosa di spirituale in tutto questo. Il cinema è un business, ma è un business spirituale! Vero? Vi è anche un aspetto rituale, nel fatto stesso di andare al cinema, di sedersi, di attendere che il film inizi. D’altronde noi abbiamo scelto dei film che risuonano così.

M.C: Tutte le inchieste sociologiche sul tema dicono più o meno la stessa cosa: le persone sono sempre più isolate. Abbiamo progressivamente perduto l’abitudine di condividere, sia quello che possediamo, sia quello che sentiamo.

Come avete concepito la programmazione che propone sia La notte del cacciatore di Charles Laughton che Per caso, Balthazar di Robert Bresson?

T. S: Senza dubbio è la cosa che è stata più facile da fare. Questo ci ha preso 4 minuti, dietro una cartolina. Abbiamo la testa piena di film. D’altronde ne abbiamo talmente tanti che ne abbiamo dovuti lasciare da parte alcuni. Se avessi potuto mostrarli tutti…

Tilda, il suo Oscar ha cambiato le carte in tavola? Ha facilitato l’organizzazione del «Pellegrinaggio»?

T. S: Francamente, noi faremmo questo festival con o senza il mio Oscar. Ma averlo ottenuto, senza dubbio, non è inutile oggi! I grandi media nazionali ed internazionali hanno prestato attenzione a quello che abbiamo creato qui. Amo l’idea che una persona prenda l’aereo per Chicago, legga il Times, e senta parlare del «Pellegrinaggio», del cinema e di Nairn!

M. C: Certamente, noi abbiamo sempre desiderato fare qualcosa di visibile. Ma abbiamo detto a tutti i giornalisti che ci sollecitavano che non avremmo risposto alle loro domande se non fossero venuti sul luogo, per vedere con i loro occhi quello che accadeva.

T. S: In particolare loro pensavano che noi tiravamo il camion-cinema solo per la foto…Ma quando hanno visto la mia testa, rossa e sudante, dopo aver tirato il camio-cinema per un quarto d’ora, si sono resi conto che era lontano dall’essere cosmetica!

Lo Stato del cinema, esiste veramente?

T. S: Esiste, è tangibile. Il cinema è il luogo al quale apparteniamo.

M. C: Per delle persone che, in un modo o nell’altro, si sono sentite un po’ diverse, un po’ al margine durante la loro infanzia, come me, il cinema è diventato un focolare. È il luogo dove io sono nato.

T. S: Un gesto umanista. Questo è il cinema. Quando ripenso a tutti i film che abbiamo visto durante questa settimana incredibile, alle differenti tradizioni cinematografiche alle quali ci siamo avvicinati – che siano indiane, cinesi o britanniche- io penso alla parola “incontro”. Il cinema ha qualcosa d’incredibile che ci permette di proiettare la nostra vita e le nostre emozioni sullo schermo, tutto in noi ci rinvia a delle storie. È un duplice movimento: un’uscita da sé, un ritorno a sé. D’altronde è per questa ragione che abbiamo scelto dei film che respirano, dei film che hanno questi silenzi, questo spazio necessario alla proiezione. In un’epoca dove si favorisce l’azione, questo cambia! Se questa settimana è stata totalmente spossante, non è tanto a causa dell’organizzazione, ma perché abbiamo visto tre capolavori al giorno. Negli altri festival, si possono guardare quattro o cinque film al giorno, ma senza dubbio non c’è che un capolavoro alla settimana. Il “Pellegrinaggio” è una dieta molto ricca.