Thomas Piketty, la rockstar dell’economia

Articolo pubblicato il 08 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 08 dicembre 2014

Dopo la pubblicazione nel 2013 del suo bestseller Le capital au XXIe siècle, il nome di Thomas Piketty, economista francese, è noto in tutto il mondo. Prima negli Stati Uniti, ora in Germania, la stampa e il pubblico stanno tessendo le sue lodi. Secondo lo studioso, una crescita economica è possibile. Utopia o buon proposito?

Berlino. 7 novembre. Ore 18.45. Arrivati davanti alla Haus der Kulturen der Welt (centro culturale tedesco, ndr), sembra impossibile credere che una folla così esaltata sia arrivata fin qua per assistere a una conferenza sull'economia. E invece è proprio così: centinaia di persone si accalcano all'ingresso dell'edificio. Purtroppo, con gran dispiacere della maggior parte degli interessati, in pochi istanti tutti i posti a disposizione sono esauriti. «Non accadeva dalla conferenza tenuta dalla filosofa statunitense Judith Butler alla Freie Universität» rivela una professoressa che si affretta a raggiungere l'ingresso dell'aula.

Un'idea «lontana dai discorsi anti-capitalisti convenzionali»

Thomas Piketty è ricercatore di economia e direttore dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales. Classe 1971, a 18 anni assiste alla caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti. Non prova alcuna simpatia per il sovietismo. Al contrario, si dichiara «vaccinato a vita contro i discorsi anti-capitalisti convenzionali e oziosi», come si legge nel suo ultimo libro. Nel 1990, allo scoppio della Guerra del Golfo, gli stati occidentali inviano truppe per assicurarsi l'approvvigionamento di petrolio. Un altro choc per l'economista francese, che si rende conto dell'incongruenza nell'azione dei governi: si dichiarano impotenti di fronte alle problematiche sociali ma riescono a mobilitare migliaia di soldati per l'oro nero.

Il lavoro monumentale di Thomas Piketty, racchiuso nel suo libro Le capital au XXIe siècle, è il risultato di un'analisi storico-economica che ingloba una ventina di paesi e abbraccia più di tre secoli. Vestito sobriamente con jeans e camicia bianca sbottonata sul collo, l'economista inizia il discorso scusandosi con il pubblico: «Il mio tedesco lascia a desiderare e il mio inglese non è di certo migliore». In un discorso di trenta minuti, lo studioso svela un  condensato incredibile della sua opera che conta quasi 1000 pagine.

Capitalismo non regolarizzato = aumento delle disuguaglianze

Il messaggio principale che Thomas Piketty vuole far passare può essere riassunto in tre simboli: r > g. Questa relazione esprime una costante. Il tasso di rendimento del capitale (r) è sempre superiore al tasso di crescita della produttività (g). La terribile conseguenza che si nasconde dietro questa relazione è la seguente: la ricchezza tende ad accumularsi nelle mani di coloro che detengono il capitale poichè il rendimento di quest'ultimo è più importante della crescita della produttività. 

Piketty ci mette in guardia contro l'inesorabile ascesa delle disuguaglianze. Nel periodo di crisi economica che stiamo attraversando, la crescita è di gran lunga inferiore rispetto al rendimento del capitale. E gli effetti sono ben visibili ai giorni nostri: l’economista fa notare agli Stati Uniti disuguaglianze simili a quelle che si registravano in Francia all'inizio del XX° secolo. All'epoca, l'1% della popolazione possedeva il 70% del patrimonio nazionale.

«La crescita non raggiungerà mai i livelli toccati nei 'Trenta Gloriosi' (1945 - 1973: trentennio di forte sviluppo economico in Francia, ndr, continua il ricercatore. Siamo entrati in un'era di crescita debole. Dovendo far fronte alle problematiche ambientali, sarebbe inconcepibile avere una produttività in crescita. Piketty propone allora la creazione di una tassa progressiva sul capitale per limitare l'aumento delle disuguaglianze. Un'aspettativa quasi utopica dato che la concorrenza fiscale infuria tra gli Stati e all'interno dell'Unione Europea e che la trasparenza fiscale rimane ancora una nota dolente.

Buoni propositi. Applicarli è un'utopia?

Il "dibattito" intavolato prende la forma di un elogio piuttosto che di un'analisi critica del libro dell'economista. Si parla della "fine di un mercato da favola", di un'opera "sincera" che definisce l'economia di mercato una "macchina che crea disuguaglianze". Piketty si rivolge al pubblico sorridendo timidamente.

"La fine del capitalismo nel XXI° secolo?" è il titolo provocante che è stato scelto per la conferenza presieduta da Thomas Piketty. La stampa, il pubblico e anche molti economisti e politici hanno mostrato il loro consenso per i propositi del ricercatore francese. 

Dietro gli applausi e gli elogi a questa critica sferzante al capitalismo, non resta che scorgere una costante riproposta all'infinito dai leader del sistema attuale. L'economia di mercato, ammettendo i suoi problemi strutturali e denunciandoli ad alta voce, può restare immutata. Un po' come alcuni leader durante una conferenza sul cambiamento climatico: hanno un aspetto serio, ma si mostrano entusiasti quando la crescita è positiva o quando si presentano nuovi progetti per l'estrazione del gas di scisto.