The True Cost: che prezzo ha la moda? (2/2)

Articolo pubblicato il 19 aprile 2016
Articolo pubblicato il 19 aprile 2016

Mentre Primark sta per aprire il suo quinto negozio belga a Charleroi e H&M possiede oltre 3900 insegne in 61 Paesi, il 2 marzo scorso su iniziativa dei Verdi veniva organizzata al Parlamento Europeo una proiezione del documentario The True Cost, seguita da un dibattito.

Con il fast-fashion si assiste ad un aumento senza precedenti della quantità di vestiti gettati via: 37 chilogrammi all'anno per un americano. Donare i propri vestiti in beneficienza non è neanche la soluzione giusta. Solo 10% vengono venduti sul posto, il resto viene mandato nei Paesi del sud. Eppure la maggior parte dei vestiti non vengono riutilizzati e tonnellate di tessuto non biodegradabile si ammassano in gigantesche discariche a cielo aperto, liberando così gas nocivi per decenni.

Il prezzo giusto: utopia in un sistema capitalista ?

L'anno successivo al crollo a Rana Plaza fu l'anno dell'industria della moda. Gli immensi profitti di questi grandi marchi riposano sul lavoro di millioni di operai, ma questi non ne traggono alcun vantaggio.

Per l'economista Richard Wolf, il problema viene dal sistema capitalista, fondato sulla l'aumento permanente del profitto. Tutto il resto è ignorato e deriso dal produttore. Le violazioni dei diritti umani, la miseria, il degrado della natura e della salute: ecco cosa paga davvero il costo dei nostri vestiti.

Ma le alternative esistono. Safia Minney ha creato People Tree 25 anni fa, dimostrando così che un'altra via è possibile. Ad oggi, il marchio è presente in 1.000 negozi e dà lavoro a oltre 7.000 persone. People Tree lavora con un'organizzazione di 4.500 artigiani in Paesi come le Filippine, il Nepal o il Bangladesh. I partner considerano fondamentale la formazione delle donne, lo sviluppo sociale degli operai e la protezione dell'ambiente.

Durante il suo discorso al Parlamento europeo, Safia Minney ha fornito maggiori dettagli sull'impatto della sua organizzazione: il 75% dei produttori sono donne e 56% hanno ruoli di responsabilità. «I vestiti sono usati sopratutto da donne, quindi è straordinario vedere come la moda possa essere un modo di dare alle donne economicamente svantaggiate la possibilità di essere autonome».

La produzione di cotone biologico riduce il consumo d'acqua fino al 60% in certe regioni. Il cotone biologico è venduto ad un prezzo che permette ai contadini di sfuggire alla povertà e di sviluppare le comunità, costruendo per esempio pozzi e scuole.

Consumatori, unitevi a noi!

La maggior parte delle persone scelgono i loro vestiti a secondo del prezzo o dello stile. Perché non aggiungerci le condizioni di produzione? Una quantità crescente di consumatori lo fa già scegliendo marchi equo solidali per prodotti come il caffè.

Eppure la responsabilità non è solo del consumatore: è condivisa con il produttore. Ecco perché i politici devono cambiare le leggi, a livello europeo, per regolamentare la prassi di produzione delle aziende. Così, se queste scelgono di delocalizzare la produzione, non avranno la possibilità di fuggire delle loro responsabilità sociali e ambientali.

Se facessimo pressione insieme sui grandi marchi, i politici e i consumatori cambierebbero questo sistema ingiusto e pericoloso. I politici devono fare pressione dall'alto su queste compagnie legiferando, mentre i consumatori devono farlo dal basso. Come? Informandovi sulle prassi dei vostri marchi preferiti, difendendo così i diritti degli operai tessili e reclamando uno stipendio decente per coloro grazie ai quali ci vestiamo.

Non ci rendiamo conto dell'immensa responsabilità e lo straordinario potere che abbiamo. Se non fosse per noi, per il nostro denaro, questi marchi fallirebbero. Usiamo quindi questo potere a nostro vantaggio per pretendere da queste aziende che producano finalmente vestiti "puliti". Facciamo capire loro che vogliamo continuare a comprare i loro prodotti senza renderci complici di malattie mentali, cancri e suicidi. Non avranno altra scelta che di ascoltarci.

(Leggi la prima parte dell'articolo)

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Articolo pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Bruxelles.