The True Cost: che prezzo ha la moda? (1/2)

Articolo pubblicato il 18 aprile 2016
Articolo pubblicato il 18 aprile 2016

Mentre Primark sta per aprire il suo quinto negozio belga a Charleroi e H&M possiede oltre 3.900 insegne in 61 Paesi, il 2 marzo scorso su iniziativa dei Verdi veniva organizzata al Parlamento europeo una proiezione del documentario The True Cost, seguita da un dibattito.

Questo documentario ci mostra il retroscena del fast-fashion, un sistema globalizzato dominato dai grandi marchi del prêt-à-porter. Da una parte, creano una grande richiesta di abbigliamento tramite pubblicità. Dall'altra, sfruttano lavoratori nei Paesi poveri per produrre maggior quantità di articoli a basso costo.

Il film di Andrew Morgan mostra però che esistono alternative: come People Tree, il primo marchio di abbigliamento equo e solidale. Safia Minney, la sua fondatrice, era una degli invitati d'onore al dibattito presidiato dall'eurodeputata inglese Jean Lambert

Più consumo, a basso costo

Da vent'anni ormai, il fast-fashion spinge i consumatori a comprare sempre più vestiti. Tanto è vero che 80 miliardi di vestiti vengono comprati ogni anno nel mondo. Una cifra quattro volte superiore a vent'anni fa! Fino agli anni Sessanta, il 95% dell'abbigliamento degli Stati Uniti veniva prodotto negli Stati Uniti. Oggi, il 97% della produzione viene delocalizzata nei Paesi in via di sviluppo, dove i marchi esigono prezzi sempre più bassi.

Arif Jebtik, proprietario di una fabbrica in Bangladesh, afferma: «Un marchio vuole vendere una maglietta a quattro dollari se il concorrente la vende a cinque. Vuole pertanto che i nostri prezzi diminuiscano, altrimenti cercherà un altra fabbrica. Quindi abbasso i miei prezzi, e cosi via, sempre di più. Bisogna soppravivere, non abbiamo scelta».

Per Livia Firth, direttrice della società di consulenza Eco Age, i marchi approfittano del bisogno di lavorare per trattare gli operai come schiavi.

Durante il dibattito, Mario Iveković, presidente del sindacato croato Novi Sindikat, ha sottolineato che tali condizioni lavorative esistono anche da noi : «In Europa dell'est non esiste libertà di associazione né sindacati democratici nell'industria tessile. Se i lavoratori chiedono stipendi più alti, i marchi minacciono di spostarsi in Asia».

I consumatori non solo altro che un ingranaggio nel sistema creato da questi marchi. Il loro unico obiettivo è il profitto. Da una parte, i grandi marchi attraverso la pubblicità ci fanno credere che i loro prodotti ci renderanno appagati e ci possiamo permettere quella quantità di vestiti. Dall'altra, sfruttano gli operai per produrre a basso costo sempre più capi.

I fabbricanti abbassano i prezzi togliendo i diritti sindacali e sociali ai lavoratori (assicurazione sanitaria, pensione, ferie) e facendo economia sulla sicurezza. Il 24 aprile 2013 più di 1.000 operai tessili sono morti in seguito al crollo della fabbrica Rana Plaza in Bangladesh. Quello che è diventato il più drammatico incidente della storia dell'industria tessile ha mostrato al mondo il lato oscuro della moda. Ma Rana Plaza non è che la parte visibile dell'iceberg. Gli incendi nelle fabbriche sono frequenti, si parla di centinaia di morti.

Solitudine nei campi di cotone

Il cotone è la fibra più usata per la produzione di abbigliamento. Con il fast-fashion, la domanda è aumentata. Per tenere il ritmo, compagnie come Monsanto hanno elaborato e brevettato un cotone OGM, che necessita la polverizzazione intensiva di pesticidi molto nocivi per la salute e il terreno.

Nei villaggi indiani della regione di Pendjab dove questo tipo di cotone viene coltivato, centinaia di persone soffrono di cancro, di ritardo mentale o di handicap fisici. Le famiglie si indebitano nel tentativo di curare i figli o i cari, poiché le aziende produttrici di fertilizzanti e pesticidi rifiutano di riconoscere gli effetti secondari dei loro prodotti.

Gli agricoltori si indebitano anche per comprare semi di cotone OGM e sempre più fertilizzanti. Dopo l'aumento della produzione dei primi anni, i profitti rallentano perché questo tipo di coltivazione impoverisce il terreno. Per recuperare i loro investimenti, le compagnie si accaparrano delle terre degli agricoltori, che non riescono più a provvedere alle loro famiglie. Oltre 250.000 agricoltori si sono suicidati negli ultimi 16 anni, ossia uno ogni 30 minuti. Si tratta della più importante ondata di suicidi della storia.

Le aziende che producono questi semi, fertilizzanti e pesticidi sono le stesse. Le medesime che producono medicine per curare le malattie che hanno creato. Per la militante ecologista Vandana Shiva: «se avete il cancro, create un guadagno a queste compagnie: ne traggono tutte un beneficio, mentre la natura e la gente hanno tutto da perdere».      

Il trailer di The True Cost (in inglese).

(Continua: leggi la seconda parte dell'articolo.)

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Bruxelles.