The Smell of us: Larry Clark e il vizio dell'adolescenza

Articolo pubblicato il 21 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 21 gennaio 2015

Il nuovo film di Larry Clark mette in scena l'autore all'interno delle sue ormai classiche ossessioni legate al mondo dell'adolescenza in una Parigi forse meno anarchica dei suoi States, ma sicuramente spogliata della sua veste chic.

Animato da sempre, a partire dalla fotografia, da uno spirito da reportage volto all’osservazione della gioventù e dell’emarginazione, Larry Clark (Kids, Ken Park, Marfa Girl) porta sullo schermo il suo nuovo film, The Smell of us, addentrandosi stavolta nella Parigi poco conosciuta degli skaters.

Voyeurismo e decadenza

Il regista ultrasettantenne punta per l'ennesima volta il suo obiettivo sugli under 18, quella carrellata di adolescenti che, lungi dall’andare a scuola o in pizzeria, pullulano le strade più nascoste, gli scantinati più sotterranei, i rave più distruttivi, sigaretta in bocca e promiscuità leggera con tanta voglia di provare gli eccessi e poca di tornare a rigare dritto. La versione clarkiana della formula sesso, droga e rock’n roll non è certo quella dei ragazzi di buona famiglia che fanno dei party la loro filosofia di vita, ma quella degli ambienti underground, decadenti fino all’osso, dove dietro alla prostituzione c’è un disagio reale e pure qualche amaro retroscena. Non che si venga resi partecipi più di tanto di certe digressioni emotive e private.

I protagonisti di Larry sono dei soggetti senza storia, scelti ed esposti per le loro interessanti figure dalla plasticità perfetta: sono corpi da esaminare da vicino e anime da interrogare in un secondo tempo. In questo caso, visto che l’epilogo slitta sul dramma personale, ci chiediamo effettivamente se qualche approfondimento in più sui rapporti interpersonali dei personaggi non avrebbe giovato al film, a costo di fare a meno di un’inquadratura dell’addome del protagonista (o di una ciucciata di alluce). Ma la sua videocamera è ferma come sempre sul basso ventre. Il suo è uno sguardo epidermico, non nel senso di una superficialità di intenti, ma di un occhio innamorato del tattile e inebriato dalla pelle trasparente delle cose. Se non sapesse fare il proprio mestiere, l’impressione sarebbe quella di un pervertito fin troppo vecchio per rientrare in certi ambienti dal fascino glabro. Del resto si sa che dall’opera d’arte al voyeurismo scandaloso e perfino pornografico non c’è poi di mezzo cosi tanto mare. Sono acque pericolose… ma quanto?

Il disagio sottopelle

Per fortuna, Clark non è solo un adescatore di corpi giovani ma è anche un adescatore di immagini: la sua attenzione estetica per il mezzo cinematografico - l’ibridazione dei formati, la luce e il montaggio - raggiunge qui un alto livello espressivo e di sperimentazione. La cinepresa, come gli skate che riprende, scivola, scatta, stacca, salta, immergendoci in una successione di movimenti e di pause e di musica martellante, di occhi nel vuoto, di vino che cola dagli angoli della bocca. Già a partire dal titolo, The Smell of us è un oggetto sensoriale. Attira al cinema come una promessa di un incontro al buio, per l’ambiguità di una scoperta dal profumo accattivante. Non saprei dire quanto la promessa sia mantenuta, ma in un’ora e mezza il film mi ha insieme innervosito, sedotto e fatto ridere.

Le scene erotiche/feticiste/incestuose che implicano dei personaggi in età molto più avanzata dei protagonisti reali sono trattate con una vena patetica e grottesca e vengono ammorbidite dall’ironia, in modo da evitare (o ridicolizzare) il peggio. Le sequenze che si focalizzano sul quotidiano, invece, soffrono a volte di qualche lungaggine poco illuminante ma, grazie anche allo sfondo parigino e al monumentale habitat del Palais de Tokyo, l’attenzione dello spettatore è sempre catturata da qualcosa, accompagnata dalle vibrazioni della ritmante colonna sonora.

Dietro a questo palco percorso da ombre, lo scenario esistenziale offerto è quantomeno triste: assistiamo ad un vecchio che non riesce a sollevarsi mai da terra (lo stesso Clark), ad un ragazzo che per denaro vende il proprio corpo a degli estranei, a una ragazza che per noia regala il proprio corpo a tutta la combriccola, ad un ragazzo che filma col cellulare ogni cosa che ha di fronte e ad un altro che è innamorato tragicamente del suo miglior amico. La loro sciagura sembra quella di non volere (o forse potere) cercare altre scappatoie per realizzarsi. A restare impressa è proprio l’aria cristica del protagonista mentre subisce qualsiasi trattamento dai suoi avventori, il viso segnato da una forzata apatia (classica tête alla Garrel tra il ribelle e il malinconico), incoronato da boccoli angelici, abbandonato da ogni forza. Pare che tutto debba bruciare, come la macchina del finale, e consumarsi in una fragilità passeggera.