The Pills: senza peli sulla lingua

Articolo pubblicato il 23 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 23 ottobre 2013

24 puntate e più di 2 milioni di visualizzazioni complessive su youtube. A Roma, come in tutta Italia, la serie web The Pills è un must. Dietro ai numeri da blockbuster si nascondono tre semplici ragazzi di borgata che hanno letteralmente scalato il parco mediatico: dal web a Deejay-tv. Tra poco debutteranno su Italia 1. Li abbiamo incontrati per voi.

Le grida dei bambini che corrono per le vie del Pigneto (quartiere popolare di Roma est, ndr.) sono soffocate dal rombo dei motorini che sfrecciano lungo le strade umide. Luigi posa la sua Peroni su uno dei tanti tavoli di plastica disseminati qua e là davanti al bar e si accende una sigaretta. Comincia a parlarmi della sua casa, della capitale: "Roma? Una cazzo di giungla. Dal cameriere del ristorante che ti 'prende per il culo', alla gente che non ti paga le ore di lavoro: è un campo di formazione immenso, una città a dir poco complessa". Il sole è nascosto dietro alle nuvole di passaggio e le sue parole sembrano evocare una Los Angeles nostrana, mediterranea. È da questa complessità metropolitana, da una romanità che è "cazzona e malinconica allo stesso tempo" che nasce The Pills.

È il 2011 e Luca Vecchi, Matteo Corradini e Luigi di Capua scrivono per Dude Magazine, una rivista di cultura di Roma. Una di quelle sere, mentre lavorano al giornale, in un appartamento qualsiasi lungo la via Appia, Luca piazza una telecamera sul tavolo e comincia a riprendere. In poco tempo, ciò che sarebbe dovuto essere "una semplice costola del giornale" diventa un progetto a sé.

Ma sarebbe un errore intellettuale parlare di progettualità. Piuttosto, come racconta Luigi: "The Pills è il prodotto di mille serate passate a farci le canne a casa. Non ci siamo mai seduti a tavolino. Abbiamo deciso di fare qualcosa e lo abbiamo fatto, punto e basta"– la tensione della voce è quella di chi esprime un rabbia nascosta;­– "tutto nasce da una frustrazione causata dal desiderio del "fare" che si scontra contro una realtà odierna caratterizzata da impieghi e lavori di ‘merda’". Il ragazzo non ha peli sulla lingua ed è tutt'altro che ipocrita. Luigi racconta l'Italia di oggi, quella che si dispiega sotto agli occhi di tutti. C'è chi li ha definiti come fenomeno generazionale. Nulla di più lontano dal vero: "Noi siamo anti-generazionali. Prendiamo in giro noi stessi, distruggiamo i nostri valori. Il modo in cui oggi vengono create e vissute le sottoculture è talmente ridicolo che il solo modo di poterne parlare è distruggerle. Il nostro obiettivo è ridicolizzarci".

Con il suo look e la sua posa da hipster (definizione che lui negherebbe di sicuro) – camicia abbottonata fino al collo, giacchetto scamosciato e gambe accavallate – non si sa bene se prenderlo sul serio, o meno. Almeno a posteriori però, questi ragazzi sembrano avere le idee chiare sul loro lavoro. Proprio per questo è impossibile dare un'etichetta alla loro arte: "Ci piacciono Moretti e Pozzetto, Giovanna Coscialunga e Jerry Calà, Jim Jarmush tanto quanto Fast&Furious. Assimiliamo qualsiasi cultura: videogiochi, cartoni animati e chi più ne ha, più ne metta. Siamo figli del tutto e del niente, il prodotto di una cultura che offre una quantità di input incredibili: siamo la generazione che ha fagocitato tutto!", afferma sicuro Luigi, in trance. In un certo senso i The Pills rappresentano un'avanguardia in un momento in cui il cinema italiano "non fa più una lira nemmeno con i cinepanettoni".  Secondo Luigi, "è questo il momento di sperimentare, senza però autocelebrarsi. Le scuole di cinema sono piene di persone che si occupano delle stesse cose da 15 anni e che ignorano la contemporaneità: vige l'imposizione di regole e schemi mentali". I fatti danno ragione al giovane trio: due anni fa, lo stesso Luigi aveva tentato invano di entrare nel Centro sperimentale di cinematografia di Roma. "Oggi – racconta con tono sarcastico – incontro gli studenti e mi dicono che analizzano le nostre puntate!".

Non chiamateli cervelli in fuga

Nonostante le difficoltà incontrate nel trovare uno spazio di espressione, i tre ragazzi "fanno parte di quella categoria di persone che hanno sempre visto gli altri andare all'estero, o in Erasmus". "Da quando ci siamo conosciuti (a 17 anni, ndr.), siamo sempre rimasti qua, sepolti a Roma", racconta. Dal modo in cui trascina la voce, è difficile capire se si consideri un cattivo o un buon esempio per i suoi coetanei. Eppure, grazie a loro, almeno per una volta non siamo costretti a parlare di "cervelli in fuga".

C'è anche chi li ha definiti come dei radical-chic mascherati, ma Luigi nega e, sulla scia della mia insinuazione, si lancia in una critica dell'elitarismo di sinistra: "Siamo fieri di non aver creato un prodotto elitario. Sebbene facciamo citazioni cinematografiche, queste non sono mai un fine in sé; non impediscono di capire le gag. È la cultura di sinistra ad aver creato, dagli anni '80 in poi e in contemporanea all'avvento di Fininvest, un mondo di intellettuali separati dal popolo. Noi cerchiamo di riconciliare queste due realtà". Per avere conferma della loro innocenza e umiltà, basterebbe farsi un giro nei locali di Roma e chiedere di loro. "Ci becchi alle serate come ci incontravi  prima. La notorietà non ti cambia: se sei una testa di cazzo lo rimani; se non sei mai stato il figo della classe, non lo sarai mai", dice Luigi che confessa di sentirsi addirittura a disagio quando qualcuno gli chiede un autografo. Lui di solito risponde: "Che ci fai con l'autografo? Prendiamoci una birra a questo punto, no?". Questi ragazzi se ne fregano delle regole da v.i.p: "Noi continuiamo a parlare di droghe e sesso. Se ci beccassi 'fatti' o mentre andiamo a trans non ce ne importerebbe nulla. Rientrerebbe nella nostra libertà produttiva". Benedetta veracità.

È proprio vero: i The Pills hanno fagocitato tutto. Rimane solo da augurarsi che loro stessi non diventino carne da macello per i media. 

Video Credits: THEPILLSeries/youtube