THE LUNCHBOX: UN AMORE AL GUSTO DI CURRY

Articolo pubblicato il 07 dicembre 2013
Articolo pubblicato il 07 dicembre 2013

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Se cre­de­te che i film in­dia­ni siano solo lu­stri­ni e pail­let­tes, The Lunch­box, il nuovo film di Ri­tesh Batra stravolgerà la vo­stra convinzione. Quan­do il ci­ne­ma eu­ro­peo e in­dia­no si in­con­tra­no, tra amore, poe­sia e dol­cez­za.

Prima versa un po' di chili sulle ver­du­re frit­te, poi ri­me­sco­la le len­tic­chie e fi­ni­sce di to­sta­re il cha­p­ati (il tradizionale pane azimo indiano, ndr) sulla fiam­ma. Que­stio­ne di ap­pe­na un mi­nu­to e Ila (l'attrice Nim­rat Kaur) ha già pre­pa­ra­to il pran­zo per suo ma­ri­to Rajiv, lo ha ver­sa­to nel dabba, il ti­pi­co por­ta­vi­van­de in­dia­no in ac­cia­io e lo ha ri­po­sto in una busta di stof­fa. Si si­ste­ma i ca­pel­li al volo e corre alla porta dove la sta già at­ten­den­do un dab­bawalla, uno dei 5.000 fat­to­ri­ni che ogni gior­no pre­le­va­no dai sob­bor­ghi della pe­ri­fe­ria di Mum­bai 200 mila pasti caldi per con­se­gnar­li ai pen­do­la­ri che la­vo­ra­no negli uf­fi­ci del cen­tro della più grande città in­dia­na. Chi di voi vor­reb­be man­gia­re in fret­ta e furia cibi spe­zia­ti e bro­do­si al ri­sto­ran­te quan­do avete la for­tu­na di poter gu­sta­re con calma le pie­tan­ze in­vi­tan­ti cu­ci­na­te da casa? Di si­cu­ro in India nes­su­no sa­reb­be di­spo­sto. Come mol­tis­si­me altre donne, Ila sgob­ba in cu­ci­na, per as­si­cu­ra­re a suo ma­ri­to Rajiv un pasto caldo al la­vo­ro ogni gior­no. 

Tutto sem­bre­reb­be per­fet­to se non fosse per un det­ta­glio: a Rajiv non in­te­res­sa nulla del cibo né tan­to­me­no di Ila. Per dare un piz­zi­co di sale alla loro tor­men­ta­ta vita di cop­pia, Ila con­ti­nua a met­te­re anima e corpo nei cibi che pre­pa­ra. Quan­do è fi­nal­men­te riu­sci­ta a per­fe­zio­na­re un piat­to spe­cia­le, il dab­bawalla sba­glia con­se­gna: il pran­zo che Ila ha pre­pa­ra­to per suo ma­ri­to fi­ni­sce sulla scri­va­nia di Saa­jan Fer­nan­dez (l'attore Ir­rfan Khan), un ve­do­vo tri­ste e so­lo che sta per an­da­re in pen­sio­ne e che non ha le­ga­mi sen­ti­men­ta­li. Sul­l'on­da di un en­tu­sia­smo ri­tro­va­to, la stra­na cop­pia ini­zia a scam­biar­si let­te­re na­sco­ste nel por­ta­vi­van­de tra i sa­po­ri pic­can­ti e spe­zia­ti delle pie­tan­ze pre­pa­ra­te da Ila. Man mano che il loro rap­por­to cre­sce e li av­vi­ci­na, ini­zia­no, in se­gre­to, a pia­ni­fi­ca­re una fuga ro­man­ti­ca a Bhu­tan.  Che fu­tu­ro può avere un amore tra un ve­do­vo in pen­sio­ne e una ra­gaz­za fre­sca di nozze?

Quel­la che sem­bra una sto­ria d'a­mo­re smie­la­ta, in real­tà è in bi­li­co tra la vita quo­ti­dia­na e le emo­zio­ni che po­treb­be­ro scon­vol­ger­la, i le­ga­mi fa­mi­lia­ri e l'a­mo­re an­ti­con­for­mi­sta. Il re­gi­sta Ri­tesh Batra è riuscito a trasferirci tutto questo scrivendo una sce­neg­gia­tu­ra d'eccezione. In The Lunch­box non tro­via­mo abiti pieni di pail­let­tes co­lo­ra­te, balli sfre­na­ti o squal­li­de scene ero­ti­che come ci si aspet­te­reb­be dal clas­si­co film alla Bol­ly­wood; non tro­via­mo mo­men­ti fol­klo­ri­sti­ci come in Dar­jeel­ing Lim­ited (2007) o im­ma­gi­ni di po­ver­tà e vio­len­za come ab­bia­mo visto in Slum­dog Mil­lion­aire (2008). Al con­tra­rio, sia Ila che Saa­jan ap­par­ten­go­no alla clas­se media di Mum­bai, con­du­co­no una vita tran­quil­la fatta di la­vo­ro e di fa­mi­glia, ma no­no­stan­te que­sto non sem­bra­no es­se­re par­ti­co­lar­men­te fe­li­ci. Il mo­men­to del pran­zo è quin­di una fuga im­prov­vi­sa dalla mo­no­to­nia quo­ti­dia­na. Le im­ma­gi­ni evo­ca­te nel film, così come la sto­ria d’a­mo­re, si fanno stra­da len­ta­men­te e in punta di piedi at­tra­ver­so co­lo­ri tenui e suoni de­li­ca­ti; basti pen­sa­re alla scena in cui Saa­jan è se­du­to alla scri­va­nia del suo uf­fi­cio o quan­do Ila è af­fac­cen­da­ta in cu­ci­na.

A parte le spet­ta­co­la­ri in­ter­pre­ta­zio­ni dei pro­ta­go­ni­sti Nim­rat Kaur e Ir­rfahn Khan, che ab­bia­mo avuto modo di ve­de­re da poco sul gran­de scher­mo in The Amaz­ing Spi­der-Man (2012) e Vita di Pi (2012), i dab­bawal­la di Mum­bai sono le vere star del film. La ca­te­na di con­se­gna dei pasti, nata nel 1880, è uno dei si­ste­mi lo­gi­sti­ci più so­fi­sti­ca­ti del nuovo mil­len­nio, no­no­stan­te la mag­gior parte di que­sti fat­to­ri­ni non ab­bia un’i­stru­zio­ne o quasi. È per que­sto mo­ti­vo che i por­ta­vi­van­de sono con­tras­se­gna­ti da co­di­ci co­lo­ra­ti per iden­ti­fi­ca­re con certezza sia il mit­ten­te che il de­sti­na­ta­rio. La per­cen­tua­le di er­ro­re è ir­ri­so­ria: la leg­gen­da me­tro­po­li­ta­na che si è sviluppata intorno a questo mito vuole che solo un con­te­ni­to­re su otto mi­lio­ni vada smar­ri­to.

MOLTO PIU' DI UN FILM ALLA BOL­LY­WOOD

Al­l'i­ni­zio, Ri­tesh Batra, ori­gi­na­rio di Mum­bai, aveva in­ten­zio­ne di gi­ra­re un do­cu­men­ta­rio sui dab­bawal­la, ma poi l’i­dea di pro­dur­re un film vero e pro­prio ha avuto la me­glio. La splen­di­da de­li­ca­tez­za del film non solo ha con­vin­to i fan del ci­ne­ma in­dia­no, ma ha anche con­qui­sta­to la cri­ti­ca e i re­gi­sti eu­ro­pei: fi­nan­zia­to da al­cu­ne so­cie­tà di Bol­ly­wood, The Lunch­box è stato rea­liz­za­to da un team di pro­dut­to­ri pro­ve­nien­ti dall’In­dia, dalla Fran­cia, dalla Ger­ma­nia e dall’Ame­ri­ca e allo stes­so tempo ha po­tu­to con­ta­re sulla col­la­bo­ra­zio­ne di Asap Films, del Cen­tre Na­tional du Ci­né­ma e di arte Fran­ce Ci­né­ma in Fran­cia, di ro­hfilm e di Me­di­en­board Berlin-Bran­den­burg in Ger­mania e di Cine Mo­saic negli Stati Uniti.

La cri­ti­ca eu­ro­pea ha espres­so il suo en­tu­sia­smo. Dopo la “men­zio­ne d’o­no­re” da parte della giu­ria all’In­ter­na­tional Film Fes­ti­val Cin­e­mart a Rot­ter­dam, nel 2012 Batra ha pre­sen­ta­to la sce­neg­gia­tu­ra del film al Berli­nale Tal­ent Pro­ject Mar­ket e al To­ri­no Film Lab, prima di vin­ce­re il pre­mio del pub­bli­co Grand Rail d'or al Can­nes Film Fes­ti­val. Il fatto che The Lunch­box non sia riu­sci­to ad ag­giu­di­car­si una no­mi­na­tion al­l’O­scar come mi­glior film stra­nie­ro ha crea­to gran­de scom­pi­glio nella stam­pa in­dia­na ed in­ter­na­zio­na­le. No­no­stan­te qual­che im­pre­vi­sto, Ri­tesh Batra ha dato co­mun­que uno slan­cio rin­no­va­to allo sce­na­rio ci­ne­ma­to­gra­fi­co in­do-eu­ro­peo.

Spe­cial­men­te in Eu­ropa, sarà en­tu­sia­sman­te ve­de­re l’In­dia sotto una luce rin­no­va­ta, die­tro gli abiti scin­til­lan­ti, i ma­gna­ti della fi­nan­za e i con­flit­ti re­li­gio­si e la­sciar­ci tra­spor­ta­re da una sto­ria d’a­mo­re piut­to­sto scon­ta­ta. In fondo, quel­lo che ci preme sa­pe­re è: l'a­mo­re riu­sci­rà mai ad es­se­re fe­li­ce? Batra ci la­scia con un finale aperto e con que­sto in­ter­ro­ga­ti­vo sospeso. Con­si­de­ra­to il successo ottenuto dal film, i ci­no­fi­li eu­ro­pei po­treb­be­ro be­nis­si­mo ag­giun­ge­re il curry ­indiano alla lista dei loro piat­ti pre­fe­ri­ti.