Testimonianza dallo Stade de France: "Ho paura. Ma non ho voglia di aver paura"

Articolo pubblicato il 16 novembre 2015
Articolo pubblicato il 16 novembre 2015

Il momento peggiore per iniziare un lavoro da studente. Venerdì 13 novembre, per la sua prima volta da hostess, Oksana Aubry, studentessa di 21 anni, è stata inviata a lavorare allo Stade de France. La stessa sera in cui diversi kamikaze hanno attaccato Parigi simultaneamente e in più zone. Il bilancio provvisorio: 129 morti e circa 350 feriti. Una testimonianza.

cafébabel: Oksana, in quale occasione ti sei trovata allo Stade de France venerdì sera?

Oksana Aubry: Collaboro con un'agenzia di hostess. Mi ero appena iscritta, era il mio primo incarico. La cosa peggiore è che avrei dovuto finire alle 21:30, ma visto che mi faceva comodo qualche soldo in più, sono rimasta per sostituire un'altra ragazza.

cafébabel: In che momento ti sei resa conto che eravate nel mezzo di un attentato?

Oksana Aubry: Io ero fuori e delle esplosioni sono rimbombate nei primi 30 minuti. Le abbiamo sentite ma non abbiamo minimamente pensato a degli attacchi terroristici. Pensavamo a dei petardi collegati alla partita. Ma al tempo stesso si è trattato comunque di un grande botto. Alle 21:30 sono entrata, era ancora calmo prima dell'intervallo, la sala privata sotto la tribuna presidenziale, quella dove avrei dovuto lavorare, era ancora vuota. È stato lì, che ho sentito gli uomini della sicurezza dire che c'era un morto. Poi li ho sentiti dire che avrebbero fatto evacuare Hollande, che era proprio lì sopra. A quel punto, ho iniziato ad avere paura.

CafébabelGli spettattori allo stadio sapevano cosa stava accadendo?

Oksana Aubry: No, non hanno informato gli spettatori. Durante l'intervallo nessuno sospettava niente. C'era calma. Quanto a noi, dovevamo continuare a sorridere mentre la gente mangiava i propri pasticcini e beveva il proprio champagne, e mentre era già avvenuta le presa degli ostaggi al Bataclan. Durante il secondo tempo, l'elicottero sorvolava lo stadio. Un collega è andato a cercare la sua macchina e ha visto "i resti" di uno dei kamikaze. Allo Stade de France non c'era rete. Dopo, durante la pausa, ho guardato il mio cellulare ed ero piena di messaggi: tutti parlavano del Bataclan, della presa degli ostaggi. L'ho saputo solo in quel momento che c'erano dei kamikaze. Lo stadio era chiuso, non si poteva uscire. Hanno annunciato che le interviste ai calciatori e agli allenatori, che normalmente si svolgono alla fine della partita, erano annullate a causa di "un grave incidente a Parigi". In quello stesso momento, le persone erano già sul prato.

Un video che ricostruisce tutti i momenti vissuti allo stadio, dalle prime esplosioni all'uscita in tarda notte (Francetvinfo.fr)

cafébabel: Cosa ti passa per la testa in quel momento?

Oksana Aubry: Eravamo rinchiusi negli spogliatoi. Io avevo paura, ma allo stesso tempo non volevo uscire. La gente iniziava a raccontare storie improbabili. Io sono ritornata nel salone: questo è stato un grande momento di agitazione. Arrivato il momento della fine della partita e dell'apertura dello stadio, c'è stata un'altra deflagrazione. E lì tutti si sono lanciati all'interno dello stadio. C'è stato un movimento di folla. Erano sospinti in tutte le direzioni, la gente correva sul prato. La deflagrazione mi è sembrata molto vicina, quasi all'interno dello stadio. C'erano persone che piangevano e che chiedevano caricabatterie per il loro smartphone. Lì sono entrata veramente nel panico. Dopo, abbiamo sentito parlare di tutti gli attacchi, nel decimo, nell'undicesimo (arrondissement, n.d.r.), al Bataclan. Non riuscivo a crederci.

cafébabel: In seguito la situazione si è calmata?

Oksana Aubry: Io sono andata via a mezzanotte e mezza, mio padre è venuto a prendermi. Tutto era barricato dalla Polizia, dai camion dei pompieri, sirene ovunque, tutte le strade erano bloccate. Non riuscivo a trovare mio padre., nel frattempo il telefono si era scaricato. È stato uscendo che ho veramente realizzato cos'era successo. Dentro era un po' come stare in una bolla, si sentiva ma senza sapere. Cercando mio padre, ho sentito un poliziotto al telefono che diceva: «Qui non è più una faccenda di Vigipirate (il piano e le misure di sicurezza nazionali, n.d.r.), qui è la guerra». Ho ritrovato mio padre solo all'una e un quarto. Quando alla fine mi sono seduta in macchina, sono scoppiata in lacrime.

cafébabel: Dopo aver vissuto un avvenimento come questo, hai paura di passare delle serate tra amici, fuori dai locali?

Oksana Aubry: Sarò sincera. Questo mi fa paura, perché improvvisamente è tutto così vicino. Sapevo che c'era il pericolo di attentati in Francia. Che apparentemente diversi attentati erano già stati sventati. Ma questo non si avvera mai in realtà. Vedere invece che tutto ciò può toccare dei luoghi molto comuni, dove chiunque avrebbe potuto trovarsi, dove io sono stata altre volte... Ho paura. ma non ho voglia di avere paura. Io continuerò a uscire. Ma mi sento meno al sicuro. La COP21 ad esempio non mi rassicura, tutti questi eventi di grande portata...

cafébabel: Come hai trascorso il giorno dopo gli attacchi?

Oksana Aubry: Sabato non sono uscita di casa. Non avevo voglia. Volevo donare il sangue ma un'amica mi ha detto che era già pieno. Dopo, ho guardato le notizie. Questo mi ha depressa. Ieri non volevo sentire niente, la cosa mi terrorizzava. Ho guardato le notizie di questa mattina, ho visto i video del Bataclan, le persone che uscivano correndo, i colpi, tutto ciò prendeva davvero forma, l'atrocità degli attacchi. Dopo ho guardato un film.