Terza via o cavallo di Troia del liberismo?

Articolo pubblicato il 15 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 15 novembre 2004

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In principio la Strategia di Lisbona è ispirata alla Terza via di Gerhard Schröder e Tony Blair. Ma possiamo aspettarci qualcosa in più di un semplice smantellamento dello Stato sociale europeo?

Il futuro Presidente della Commissione Europea, José Barroso, lo ha dichiarato a più riprese: la strategia di Lisbona dovrebbe rappresentare la sua priorità numero uno. In questo modo il conservatore portoghese si ispira ad un progetto approvato nella primavera 2000 da capi di stato e di governo prevalentemente socialisti. Erano i tempi in cui il premier Blair e il cancelliere Schröder, trascinati dall’entusiasmo per la “Terza via” con la quale intendevano riformare le loro economie nazionali, proponevano al Vecchio Continente di trasferire i loro ambiziosi obiettivi a livello comunitario. Inorriditi, molti compagni di partito si resero però conto, che il documento comune redatto l’anno precedente da Schröder e Blair conteneva principalmente ricette liberiste. Ma è proprio vero che la strategia di Lisbona mira solo al mercato? O vi sono anche tratti “sociali”?

Ecologia e lotta ai sussidi: tutto compreso

Le dichiarazioni d’intenti della Strategia di Lisbona appaiono alquanto versatili. Da un lato, precetti come “creare maggiori incentivi all’occupazione” o “intensificare la concorrenza nel Mercato comune”, fanno riferimento a tendenze fortemente liberiste. Dall’altro, si raccomanda di mirare all’aumento del tasso d’occupazione delle donne, migliorando l’assistenza ai bambini senza disdegnare la possibilità di interventi statali. L’approccio lungimirante è stato confermato anche dall’aver tenuto in considerazione molte questioni ecologiche, in modo particolare il rispetto del protocollo di Kyoto. La realtà dei fatti ha mostrato tuttavia a quali problematiche è stata data particolare importanza e a quali no.

Il centro di ricerca britannico Centre for European Reform documenta le misure prese a partire dal 2001 in nome della strategia di Lisbona. La sua relazione sulla politica per le imprese dimostra che la gamma di provvedimenti presi risulta essere assai variegata. Da un lato troviamo, come era prevedibile, una politica di riduzione delle tasse: Belgio, Danimarca e Irlanda, ad esempio, hanno alleggerito la pressione fiscale sulle piccole e medie imprese, l’Estonia ha abolito la tassazione sugli utili reinvestiti. Anche la riduzione degli impegni fiscali per la fondazione di nuove imprese, uno tra i provvedimenti presi in Austria, rappresenta un elemento liberista. Dall’altro lato , per esempio, in Belgio, Grecia, Polonia e Lituania sono stati introdotti nell’iter scolastico dei corsi di formazione per imprenditori. Fino al 2000 questi corsi venivano offerti solo nei paesi nordici, tradizionalmente progressisti. Un ulteriore provvedimento è stato un massiccio abbattimento delle sovvenzioni. Secondo la teoria liberale infatti, le sovvenzioni, a parte qualche eccezione, andrebbero abolite per principio. “Lisbona” però è rivolta soprattutto contro interventi a favore di determinati settori, considerati particolarmente distorsivi del mercato. Si salverebbero solo i sussidi per ricerca e sviluppo e sostegno alle piccole e medie imprese.

Stato sociale: timori eccessivi

Gli esempi dimostrano che le dichiarazioni generali d’intenti della strategia di Lisbona sono state effettivamente messe in pratica. Il parziale ritiro dello Stato da alcuni settori dell’economia rappresenta una parte importante nel piano di riforme, tuttavia i timori di un’“americanizzazione” dell’economia si sono rivelati infondati. La Strategia di Lisbona contiene una vasta serie di differenti approcci, non riconducibili a idee del tutto nuove ma che nemmeno si limitano a restaurare il diritto del più forte (economicamente). Che anche Schröder e Blair condividano questo metodo, è dimostrato dalla lettera che hanno redatto insieme al conservatore Chirac lo scorso febbraio. In questa dichiarazione congiunta, i tre leader sottolineavano sì l’esigenza di modernizzare i sistemi sociali, in questo caso tagliando le spese, ma sollecitavano pure un incremento degli investimenti per la ricerca (che non deve essere finanziata solo dal settore privato) e incoraggiavano modalità più efficaci per il sostegno dell’innovazione.

Per molti aspetti però la Strategia di Lisbona è da criticare: il Centre for European Reform ha infatti rilevato un’attuazione non proprio coerente dei principi dichiarati, mentre il Free Market Institute lituano ha osservato contraddizioni nei contenuti. Nonostante ciò la strategia di Lisbona rimane un tentativo serio di reagire ai problemi della nostra economia e dei nostri sistemi sociali con provvedimenti di ampio respiro e non basati esclusivamente su precetti economici liberisti.