Terra, speranze e sogni: intervista a Francesco Graziano

Articolo pubblicato il 17 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 17 ottobre 2013

La terra. Quella che portiamo nel cuore e che chiamiamo casa. Una parola a tal punto sublime da contenere tra le sue pieghe la sua stessa nemesi. La sicurezza che diventa prigionia. La pace che si tramuta in angoscia. La croce che ci schiaccia sotto il suo peso.

La terra. Quella che portiamo nel cuore e che chiamiamo casa. Una parola a tal punto sublime da contenere tra le sue pieghe la sua stessa nemesi. La sicurezza che diventa prigionia. La pace che si tramuta in angoscia. La croce che ci schiaccia sotto il suo peso.

Francesco Graziano è un cantautore calabrese di 33 anni e, come dice lui, uno che “non si lascia mai stare” , la cui passione per la musica pulsa forte come il sangue nelle vene. Francesco viene da Calopezzati, un piccolo paesino in provincia di Cosenza. Lo scenario – o meglio – il campo di battaglia dove si affrontano due sentimenti contrastanti: “la stabilità e la ricerca della Terra Promessa”. L’eterno dramma di chi fa viaggiare l’anima oltre i limiti spaziali e temporali imposti dall’uomo, verso quel dannato sogno americano che non smette mai di intonare il proprio canto. Come le Sirene. La storia di Francesco, e di quanti come lui, è scandita dalla voglia di scappare da una realtà sempre più piatta, che non concede alcuna via di scampo a chi lotta quotidianamente per vedere cosa si nasconde oltre la siepe. Come scrisse chi diede voce al pastore errante dell’Asia. Eppure quello “spicchio di terra dal sapore amaro e dal colore acceso” è anche la madre che ha ispirato nel suo animo valori quali la schiettezza, la genuinità e l’amore per le cose semplici. Quelle più vere ed autentiche che non si possono lasciare dietro.

Come si combatte questo conflitto interiore? Con una chitarra. Con una voce. Con la musica. L’unica e sola arma. E la musica ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nella vita di Francesco, fin da piccolo. Poi l’epifania: Sanremo ’96, Pippo Baudo introduce sul palco Bruce Springsteen che esegue una delle sue migliori interpretazioni di The Ghost of Tom Joad. L’antica storia di chi lotta per un posto dove stare. Ed è in quel momento che davanti agli occhi di Francesco si delinea la strada da percorrere. La sua. Che trova finalmente forma in Terra, speranze e sogni, un “concept album”, come lo definisce il suo autore, frutto di appunti e di versi scritti negli anni e poi chiusi in un cassetto. Fino a quando non è arrivato il momento di tirarli fuori e trasformarli in canzoni. La Terra rappresenta il presente, elemento materiale decifrabile in un preciso spazio temporale, madre premurosa e severa che ti avvolge nel suo primordiale istinto di protezione e stabilità. Le speranze ed i sogni sono elementi che non hanno una collocazione definita e che rappresentano il futuro, un futuro  che deve essere conquistato a patto che ci si metta in gioco, decidendo di lottare in prima persona senza lasciare che altri lottino per te. Perché senza sogni la vita è dura, senza sogni la vita fa paura, il sogno è desiderio astratto, il sogno è voglia di riscatto. La terra rappresenta il mezzo per arrivare al fine.” Ascoltando l’album si resta colpiti dal coinvolgimento emotivo che permea tutte le tracce, ma ce n’è una in particolare che attira l’attenzione. Incontro. Chiacchierando con Francesco è venuto fuori che è la prima canzone che ha scritto in assoluto ed è dedicata al suo rapporto con la musica. “La immagino come una donna bellissima, mediterranea, mora, dalle forme sinuose, molto passionale, che ti si avvicina e con un abbraccio ti avvolge facendoti perdere la testa. Per questo è sempre bene tenere i piedi per terra e non montarsi la testa.”

E poi c’è quella copertina. Rossa. Come il sangue. Come la terra. “Ho sempre amato le sonorità crude e sincere e la copertina vintage, stile anni ’80, dell’album Nebraska di Bruce Springsteen. Ed allora ho voluto come front cover l’immagine del paese in cui vivo che rappresenta il presente, con me girato di spalle che guardo l’orizzonte  per osservarlo da un’altra prospettiva, quasi a volermi estraniare da esso. Guardare dentro quel piccolo mondo e vedere se mi dice la verità o mi tradisce alle spalle come chi si finge tuo amico. Come retro cover, invece, ho preferito l’immagine di una ferrovia arrugginita che attraversa i campi di grano, fatta di bulloni e ferri vecchi per associare, a quell’idea di paesaggio e mondo da scoprire, l’idea del viaggio – metafora di un futuro da conquistare - fatto di sudore e polvere lungo le strade, su vie impolverate dell’idea mia di libertà. La scelta del colore è ricaduta sul rosso perché è il colore che amo di più: simboleggia il colore delle lotte per guadagnarsi una stabilità, quella certezza di un futuro che la crisi sembra aver spazzato via.”

E ora, che succede? “L’unica cosa che so è che voglio continuare a fare musica e trovare modi e mezzi per far arrivare questo album a più orecchie possibili. Terra, speranze e sogni è il mio primo album ma non sarà sicuramente il solo. Non mi fermo qui, ci sarà da lavorare, con umiltà, serietà ed abnegazione: ma tutto ciò non mi spaventa, perché sono a mio agio quando scrivo musica. Perché è questo ciò che voglio fare.”