Tassiamo il maiale, le banane e i bellocci

Articolo pubblicato il 15 maggio 2012
Articolo pubblicato il 15 maggio 2012
Ah! François Hollande presidente. La solidarietà, l’amicizia, il vivere insieme trionferanno con le cure di austerità. Tu dici… Per risolvere la crisi, secondo un economista giapponese, bisogna far sganciare soldi ai bellocci. E se non altro per questo, ci sembra opportuna una piccola panoramica dei campioni della bellezza mascolina in Europa.

Ci voleva proprio che qualcuno dicesse, in tempi di austerità economica, qualcosa di allegro. È cosa fatta dopo che l’economista giapponese, Takuro Morinaga, ha proposto di aumentare le imposte ai bei ragazzi e di diminuirle ai brutti. In breve, Morinaga si lamenta dell’onnipotenza dei celibatari dai fisici vantaggiosi del Giappone che, oltre ad essere ricchi, si fanno tutte le pupe del paese. Il fenomeno è diventato talmente importante che ne è venuto fuori un termine: gli «ikemen» - contrazione di «iketaru» («attraente» in giapponese) e di «men», uomini. Ossia i bellocci, gli uomini moderni verso i quali si lanciano le giovani ragazze in fiore.

Non faremo commenti sulle teorie dell’economista – l’avrete capito, in 3 giorni ha fatto il passaparola su Twitter ma non rivoluzionerà certo il piano che Mario Draghi ha elaborato per la zona euro. Una domanda sorge spontanea. Qual è l’equivalente del «belloccio» (dell’«ikemen» quindi) a casa dei vicini europei? Cominciamo con i tedeschi, le cui metafore stilistiche sono molto lontane dal fare appello ai canoni di bellezza tradizionali. A voi sta cogliere l’ambiguità: si direbbe «geile Sau» (letteralmente, «un maialino attraente») o «heißer Feger» («una scopa calda») o ancora «Sahneschnitte» («una fetta alla crema»). Insomma…

E non è finita. Anche in Polonia ci si infischia delle immagini ben pensanti relative alla bellezza. Si preferisce il comico. Quando una ragazza può fare moine dicendo «ciacha» («biscotto»), delle altre possono chiamare senza dubbio il loro principe «banany» («banana»). Effettivamente… ci si può interrogare sulle intenzioni femminili polacche, ma l’espressione ha una storia. La banana è sempre stata un prodotto accessibile in Polonia e permetteva quindi di non essere invischiati in oscuri traffici per ottenerla. Di conseguenza con il tempo, la banana è venuta a simboleggiare l’onestà, la rettitudine, l’uomo che se la cava sempre. Insomma, ecco qui grossomodo l’equivalente di «che bocconcino!» in polacco.

Comunque sia, se gli spagnoli e gli italiani sono un po’ più avari riguardo la questione dell’attenzione all’immaginazione dei loro bei ragazzi («tios buenos» e «figo»), questa è la prova che il nostro economista giapponese non si era poi sbagliato di grosso. Perché, se ci mettiamo a tassare il maiale e le banane, ne potrà uscire fuori un bel gruzzoletto, no?

Foto di copertina: © Henning Studte