Tasse basse, grosse illusioni

Articolo pubblicato il 15 settembre 2005
Articolo pubblicato il 15 settembre 2005

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Germania e Francia, simboli del passato splendore dello Stato sociale europeo, discutono di tagli fiscali. Ma il livello del dibattito è ben al di sotto della tanto agognata riduzione delle aliquote d’imposta. Analisi.

Paul Kirchhof, padrino fiscale dei cristiano democratici tedeschi (Cdu) e designato Ministro delle Finanze da Angela Merkel (nel caso in cui sarà eletta), ha pensato bene di mettere un po’ di pepe nella competizione elettorale in corso in Germania. Proponendo un sistema di tassazione unitario ("flat tax") pari al 25%. Parallelamente al dibattito tedesco, il Ministro degli Interni francese Nicolas Sarkozy ha dichiarato che il tasso d’imposta sui redditi delle imprese francesi dovrebbe essere ridotto di circa sei punti percentuali allineando così Parigi alla media Ue. Tremano allora le ultime roccaforti dello Stato Sociale in Europa continentale. E si accende la polemica – in Francia soprattutto fra i politici di sinistra – sullo sgretolamento del sistema sociale in quei paesi che rappresentano il nucleo dell'Unione Europea.

Nessun boom economico, nonostante il dumping fiscale

Una preoccupazione che sarebbe lecita se gli Stati membri fossero in grado di legare la loro competitività internazionale a delle aliquote fiscali basse: uno stratagemma il cui impatto sul lavoro e la crescita economica è oggi ampiamente sopravvalutato. Diamo uno sguardo alla Slovacchia e alla Svezia: agli inizi del 2004 la prima ha introdotto un’aliquota del 19% sull'imposta sul valore aggiunto, i redditi personali e quelli quelli da impresa. Se gli apologeti della politica dei tagli fiscali avessero ragione, il piccolo Paese dell'est europeo dovrebbe oggi beneficiare di un considerevole boom e muoversi a grandi passi verso la piena occupazione. Eppure ciò non si è verificato, come dimostrano i numeri dell’Istituto viennese di economia comparata: nel 2002 e nel 2003 gli investimenti diretti stranieri in Slovacchia sono stati pari a 2,2 miliardi euro, che sono scesi a 1,3 dall’introduzione della riforma. La crescita del Paese rispetto alla media dei Paesi dell’Ocse si è addirittura ridotta nello stesso lasso di tempo, passando dal 2,7 al 2,2%; mentre il tasso di disoccupazione è calato solo marginalmente, dal 18 al 17%.

La Svezia, al contrario, può contare ancora – nonostante una contenuta riduzione dei carichi fiscali e della spesa pubblica – su tasse elevate: l’imposta sul valore aggiunto, ad esempio, è del 25%, e più del 50% del prelievo sulle prestazioni economiche vanno al governo. E tuttavia la sua crescita è superiore alla media Ocse: 3,6% nel 2004.

Più Stato, poche tasse

Svezia e Slovacchia sono forse solo due anomalie, due eccezioni alla regola dei tagli fiscali? Niente affatto. La competitività nazionale ha poco a che fare sia con l'esosità dei carichi fiscali, che col peso del settore pubblico. Decisive risultano la struttura e la qualità delle entrate e delle spese pubbliche, proprio come dimostrato da quel Financial Times notoriamente insospettabile di nostalgie romantico-sinistrorse di Stato sociale. Non senza meraviglia vi si può infatti leggere: «Più spesa pubblica non significa meno crescita».

Se lo Stato è in grado di spendere il denaro ottenuto con i prelievi fiscali del cittadino in maniera più efficace rispetto ai singoli individui, allora imposte più elevate e più Stato conducono ad una qualità della vita migliore, rispetto al modello “meno tasse, meno Stato”. Anziché perdere tempo a speculare sui tagli fiscali, i politici europei avrebbero fatto meglio a concentrarsi su come spendere il denaro pubblico. Riflessioni che sarebbero state ricompensate a suon di crescita economica. Con caratteri di stabilità, e con una conseguenza affascinante per tutti gli schieramenti politici: il finanziamento di un settore statale realmente efficiente comporta anche una diminuzione del carico fiscale.