Tarek Eltayeb: «Quando Nagib Mahfuz mi chiedeva di leggere le mie poesie»

Articolo pubblicato il 02 gennaio 2008
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Articolo pubblicato il 02 gennaio 2008
Scintillante dicembre viennese. Caffè Ritter, uno dei caffè storici della città. Tra un mercatino di Natale e una capatina al , dove si respira la artistica d’inizio secolo di Shiele e Klimt, abbiamo modo d’incontrare , annoverato tra i maggiori poeti e scrittori contemporanei egiziani.

Questo articoli è stato scritto da Arianna Castellari

Museo Leo­poldnou­vel­le vagueTarek El­tayeb

È stato nella città mit­te­leu­ro­pea per ec­cel­len­za, Trie­ste, che l’ho in­con­tra­to per la prima volta, in ot­to­bre: era stato in­vi­ta­to al fe­sti­val in­ter­na­zio­na­le , or­ga­niz­za­to dalla Casa della Poe­sia, al quale ogni anno pre­sen­zia­no i poeti più ri­le­van­ti della scena eu­ro­pea e mon­dia­le (que­st’an­no, tra gli altri, Ro­sa­ria Lo Russo, l’an­gloa­me­ri­ca­na Judi Ben­son, il por­to­ghe­se Ca­si­mi­ro De Brito, l’i­slan­de­se Si­gur­biörg Th­ra­stardóttir e il croa­to Bran­ko Čegec).

Si­da­ja

El­tayeb mi è parso su­bi­to di­spo­ni­bi­le e sor­ri­den­te. Ora, nel gre­mi­to caffè Rit­ter, parla a lungo della sua in­fan­zia e della sua vita, senza re­ti­cen­ze. Ed è pro­prio qui che ha scrit­to una delle sue poe­sie pre­fe­ri­te, , di cui ri­por­tia­mo la tra­du­zio­ne di Co­stan­za Gru­ber pub­bli­ca­ta nel vo­lu­met­to .

Acqua e caffèSi­da­ja 2007 - In­con­tri In­ter­na­zio­na­li di Poe­sia - VII edi­zio­ne

Acqua e caffè

Cento volte al gior­no ri­pe­te: «Devo tor­na­re, qui regna l’in­cle­men­za. Lag­giù il bene e il ca­lo­re e...» Poi tace Gli chie­do: «, dov’è?»

lag­giù

Egli in­di­ca la di­re­zio­ne con la mano E il suo volto perde i trat­ti Poi tace Lo pren­do per mano e in un an­go­lo tran­quil­lo della ta­ver­na Ci se­dia­mo ad un ta­vo­lo Or­di­no un caffè per lui, acqua per me Gli parlo in arabo e ag­giun­go acqua al suo caffè Si ir­ri­ta: «Sei pazzo?» Cerca di to­glie­re l’ac­qua dal caffè Cerca Cerca di re­sti­tui­re l’ac­qua al­l’ac­qua.

Un’in­fan­zia tra Stein­bock, He­ming­way e i rac­con­ti delle donne

Tarek rac­con­ta che suo padre aveva una bi­blio­te­ca piut­to­sto for­ni­ta, che spa­zia­va dagli au­to­ri clas­si­ci arabi ad altri mo­der­ni ed oc­ci­den­ta­li. «Era una gran­de ap­pas­sio­na­to di let­te­ra­tu­ra. Quan­do leg­ge­va a letto sfo­glia­vo i libri e i gior­na­li con lui, anche se non sa­pe­vo an­co­ra leg­ge­re, solo per imi­tar­lo» rac­con­ta. «Mi ero con­vin­to non solo che li leg­ge­se, ma che fos­se­ro scrit­ti da lui, per­ché, pre­ci­so com’e­ra, aveva fatto ri­le­ga­re di­ver­si libri ta­sca­bi­li in cuoio e aveva mu­ni­to il retro del libro con la pro­pria firma au­to­gra­fa. Leg­ge­va au­to­ri arabi clas­si­ci, ma anche oc­ci­den­ta­li quali Stein­bock ed He­ming­way, e l’e­gi­zia­no Nagib Ma­h­fuz. Quan­do sono an­da­to a scuo­la sa­pe­vo già leg­ge­re e scri­ve­re, così la mae­stra, che si era ac­cor­ta che io ero più avan­ti degli altri bam­bi­ni, mi af­fi­da­va suo fi­glio, un bam­bi­no ipe­rat­ti­vo che si cal­ma­va solo quan­do gli rac­con­ta­vo delle sto­rie. Ma se la sto­ria che gli avevo rac­con­ta­to di lu­ne­dì era ini­zia­ta con una scim­mia come pro­ta­go­ni­sta, e il mar­te­dì par­la­vo di una gi­raf­fa, si ar­rab­bia­va e vo­le­va ri­pren­de­re la sto­ria del gior­no prima. È così che nac­que, per me, l’e­si­gen­za di tra­scri­ve­re le mie sto­rie». Una serie di cir­co­stan­ze, in­som­ma, che l’han­no con­dot­to per mano nel me­stie­re di scrit­to­re. Anche le donne della fa­mi­glia sono state im­por­tan­ti: «Mia madre, mia nonna e mia zia si riu­ni­va­no ogni po­me­rig­gio con le vi­ci­ne per cu­ci­na­re. Que­ste riu­nio­ni tra donne erano per me l’oc­ca­sio­ne di ascol­ta­re pic­can­ti pet­te­go­lez­zi e rac­con­ti. Quan­do mio padre mi di­ce­va di an­da­re tra gli uo­mi­ni, ad ascol­ta­re i loro di­scor­si di fi­nan­za e po­li­ti­ca mi an­no­ia­vo a morte: molto più di­ver­ten­te ascol­ta­re le donne!». E poi i bam­bi­ni ave­va­no un ruolo nella fa­mi­glia: «Se la nonna usci­va per una com­mis­sio­ne, per non per­der­si una pun­ta­ta delle serie ra­dio­fo­ni­che, che al­lo­ra du­ra­va­no una set­ti­ma­na, dava a noi bam­bi­ni il com­pi­to di ascol­tar­la e di rac­con­tar­glie­la. Ma era­va­mo pic­co­li, ognu­no di noi aveva una ver­sio­ne di­ver­sa della sto­ria: per cui si crea­va­no in­trec­ci di rac­con­ti, rie­la­bo­ra­zio­ni in cui ogni bam­bi­no ci met­te­va del suo, che poi mi hanno se­gna­to nella mia pro­fes­sio­ne».

Dagli studi in Egit­to a Vien­na. Pas­san­do per l’I­rak

Tarek, di ori­gi­ne su­da­ne­se, è nato nel 1959 al Cairo e ci ha vis­su­to per ven­ti­cin­que anni: co­no­sce quin­di piut­to­sto bene la real­tà egi­zia­na at­tua­le, com­pli­ci anche i suoi nu­me­ro­si rien­tri in Egit­to. Ma com’è fi­ni­to nella ca­pi­ta­le au­stria­ca? «Sono ve­nu­to qui senza co­no­sce­re la lin­gua e senza soldi, a ven­ti­trè anni. Non mi con­si­de­ro un poeta in esi­lio, per­ché la mia è stata una de­ci­sio­ne li­be­ra: non c’e­ra­no sboc­chi né a li­vel­lo pro­fes­sio­na­le né in­tel­let­tua­le. C’è anche da dire che al­l’e­po­ca – primi anni Ot­tan­ta – c’e­ra­no dei pro­ble­mi po­li­ti­ci tra Egit­to e Sudan: per il go­ver­no ero con­si­de­ra­to su­da­ne­se, e la pres­sio­ne fi­sca­le sugli stu­den­ti non egi­zia­ni si fece molto pe­san­te. Così dopo la lau­rea in eco­no­mia ini­ziai a la­vo­ra­re per uno stu­dio di au­di­ting, ma le man­sio­ni che mi af­fi­da­ro­no erano di se­gre­te­ria e lo sti­pen­dio da fame». Siamo nel 1981. Prima di an­da­re a Vien­na a spe­cia­liz­zar­si, il gio­va­ne Tarek de­ci­de di viag­gia­re in un altro Paese isla­mi­co. Ma viag­gia­re nei Paesi isla­mi­ci non era così sem­pli­ce: per quan­to si con­si­de­ras­se­ro tutti “Paesi fra­tel­li”, era ne­ces­sa­rio il visto. Tran­ne che in Irak. Così si reca da un co­no­scen­te su­da­ne­se che ha un ri­sto­ran­te lì. In un pae­si­no pic­co­lis­si­mo e molto iso­la­to, però. «Era­va­mo ta­glia­ti fuori da tutte le rotte, e il ri­sto­ran­te, piut­to­sto gran­de, fat­tu­ra­va po­chis­si­mo. Ci tro­va­va­mo di fron­te ad una sta­zio­ne di po­li­zia che alle sei del po­me­rig­gio chiu­de­va i bat­ten­ti. Da quel­l’o­ra fino al mat­ti­no suc­ces­si­vo le fa­zio­ni kurde e arabe com­bat­te­va­no a suon di spari, e noi ci tro­va­va­mo pro­prio in mezzo». Una si­tua­zio­ne du­ris­si­ma. Dal 1978 era in corso la guer­ra tra Iran e Irak, e c’e­ra­no pro­ble­mi a usci­re dal Paese. «Tran­ne che per noi su­da­ne­si, non so­spet­ta­bi­li di coin­vol­gi­men­ti con la guer­ra. Così il mio co­no­scen­te, aven­do sa­pu­to di es­se­re tra i pochi a poter viag­gia­re li­be­ra­men­te, si mise a com­mer­cia­re in spe­zie e stof­fe, cose che si tro­va­va­no solo negli altri Paesi. Fin­ché un bel gior­no fuggì con i soldi di al­cu­ni clien­ti e non si fece più ve­de­re: ov­via­men­te que­sti se la pre­se­ro con me, e fui co­stret­to a tor­na­re al Cairo». È la prima volta che El­tayeb parla di que­ste di­sav­ven­tu­re in terra ira­che­na e del suo se­di­cen­te amico. Ma c’è stato un qual­che in­flus­so di que­sta losca fi­gu­ra nella sua let­te­ra­tu­ra? «Non vo­glio che i suoi figli pa­ghi­no le colpe del padre. Per­ciò non ne ho mai par­la­to fi­no­ra, anche se pro­ba­bil­men­te non mi leg­ge­reb­be. Forse, se ve­nis­se gi­ra­to un film su que­sto pe­rio­do della mia vita, po­treb­be ve­der­lo e si ri­co­no­sce­reb­be. Ma per ora non è in can­tie­re».

A Vien­na per amor d’Eu­ro­pa. E poi per amore

Tor­na­to al Cairo de­ci­de di an­da­re in Eu­ro­pa. Ma per­ché pro­prio a Vien­na? «Non vo­le­vo fare come la mag­gior parte dei su­da­ne­si, che nor­mal­men­te vanno nei paesi an­glo­fo­ni o fran­co­fo­ni. Vo­le­vo ri­met­ter­mi in gioco da zero. Così ini­zial­men­te avevo pen­sa­to alla Ger­ma­nia, poi ho sco­per­to che in Au­stria gli stu­den­ti pro­ve­nien­ti da Paesi con­si­de­ra­ti del terzo mondo non pa­ga­va­no le tasse uni­ver­si­ta­rie». Una scel­ta pra­ti­ca, in­som­ma, ma anche di in­te­res­se cul­tu­ra­le. L’Eu­ro­pa l’a­ve­va sem­pre at­trat­to per la sua di­ver­si­tà cul­tu­ra­le e per la so­cie­tà, molto più degli Stati Uniti dove ha l’im­pres­sio­ne che da stra­nie­ro «sia molto dif­fi­ci­le vi­ve­re, e anche se lì mi of­fris­se­ro un la­vo­ro me­glio re­tri­bui­to, oggi, non mi spo­ste­rei da qui, per­ché lo stile di vita non mi at­ti­ra e non ri­spon­de alle mie esi­gen­ze». Poi co­nob­be Ur­su­la, sua mo­glie. «Quan­do ho detto a mio padre che mi sarei spo­sa­to e sarei ve­nu­to qui al nord, non mi ha osta­co­la­to. Lui, in­fat­ti, unico fi­glio ma­schio di un padre con tre­di­ci mogli, quan­do è an­da­to al Cairo per spo­sa­re mia madre era stato di­se­re­da­to da mio nonno. E così non mi ha fatto pas­sa­re la sua stes­sa odis­sea». Tutti que­sti in­flus­si cul­tu­ra­li l’han­no cer­ta­men­te in­fluen­za­to nella lin­gua: «La mia lin­gua let­te­ra­ria, pur es­sen­do arabo clas­si­co, ha una gamma di co­lo­ri e sfu­ma­tu­re che de­ri­va­no dal dia­let­to su­da­ne­se par­la­to da mio padre, dal­l’a­ra­bo del Cairo e, na­tu­ral­men­te, dal te­de­sco, visto che vivo qui da oltre ven­t’an­ni».

Al Cairo con Nagib Ma­h­fuz

«Un gior­no di più di dieci anni fa» rac­con­ta nel suo flus­so di ri­cor­di «un amico mi pro­po­se di an­da­re in un caffè del Cairo vi­ci­no a dove si trova la mia casa, e dove Nagib Ma­h­fuz te­ne­va degli in­con­tri let­te­ra­ri. Di­ce­va­no che leg­ges­se i miei rac­con­ti, ma non ci cre­de­vo gran­ché. Quan­do il Pre­mio Nobel seppe della mia pre­sen­za mi chia­mò da­van­ti a tutti vi­ci­no a lui: mi sono sen­ti­to come uno sco­la­ret­to, ero emo­zio­na­tis­si­mo. Mi ha fatto do­man­de sulla vita in Au­stria, su cosa fa­ces­si, su quali fos­se­ro le dif­fe­ren­ze con la so­cie­tà egi­zia­na, ed era molto in­te­res­sa­to a co­no­sce­re i miei pro­get­ti let­te­ra­ri. Non aveva solo letto le mie sto­rie: le co­no­sce­va dav­ve­ro bene». Tarek si emo­zio­na ancor oggi rac­con­tan­do­lo. «Ci siamo ri­vi­sti una se­con­da volta al Cairo, ed era pas­sa­to molto tempo da quel­la pre­ce­den­te. Su­bi­to Nagib mi chie­se se aves­si por­ta­to qual­co­sa di nuovo dal­l’Au­stria. Così lessi ad alta voce dei rac­con­ti».

L’a­mo­re ai tempi della cen­su­ra

Pro­prio Ma­h­fuz, nel 1994, ha su­bi­to un at­ten­ta­to ter­ro­ri­sta. Aveva in­fat­ti osato in­se­ri­re a sor­pre­sa al­cu­ni pro­fe­ti – Mosè, Gesù e Mao­met­to – in un suo ro­man­zo, , mai pub­bli­ca­to in Egit­to, se non a pun­ta­te sul quo­ti­dia­no del Cairo Al-Ah­ram (, pub­bli­ca­to in Ita­lia da Pi­ron­ti nel 2001) per il quale ebbe il Pre­mio Nobel: «L’uo­mo che ha com­piu­to l’at­ten­ta­to» rac­con­ta Tarek «non aveva nem­me­no letto il libro. Aveva solo “sen­ti­to dire” da qual­cu­no che il libro era pe­ri­co­lo­so per la re­li­gio­ne, quin­di pen­sa­va che la cosa mi­glio­re fosse eli­mi­nar­lo. Dopo la vit­to­ria del Nobel è stato pro­po­sto a Ma­h­fuz di pub­bli­ca­re il libro in Egit­to, ma lui ha ri­spo­sto di no, per­ché di­ce­va che la gente non l’a­vreb­be ca­pi­to».

Awlād hāratināIl rione dei ra­gaz­zi

A que­sto punto, la do­man­da sulla cen­su­ra in Egit­to è d’ob­bli­go: come vede la si­tua­zio­ne at­tua­le El­tayeb? «Si trat­ta di una si­tua­zio­ne mista. Da un lato il go­ver­no è con­ser­va­to­re, ma anche se la cen­su­ra non è così evi­den­te, essa ar­ri­va da molte di­re­zio­ni. Tutto ciò che ri­guar­da cul­tu­ra, bal­let­to, canto è vie­ta­to per­ché non ha a che ve­de­re con la re­li­gio­ne, e anche la let­te­ra­tu­ra è un ne­mi­co da scon­fig­ge­re. Un mio rac­con­to breve, il cui ti­to­lo è tra­du­ci­bi­le “Loro fuori di qui”, è stato cen­su­ra­to su un gior­na­le egi­zia­no. Nel rac­con­to, in par­ti­co­la­re, è stata cen­su­ra­ta una scena in cui uno dei pro­ta­go­ni­sti, il va­sa­io stra­nie­ro Jo­speh, espri­me la sua in­vi­dia nei con­fron­ti del­l’in­ter­lo­cu­to­re, un mas­sag­gia­to­re au­stria­co cieco, che ha la for­tu­na di toc­ca­re corpi e di avere le mani a con­tat­to con la pelle. Un pas­sag­gio ri­te­nu­to trop­po spin­to ses­sual­men­te». Ma la cen­su­ra non si ferma solo agli au­to­ri di oggi: «Spes­so ven­go­no per­fi­no mo­di­fi­ca­ti au­to­ri an­ti­chi. Ci sono per­so­ne che fanno ri­cer­che si­ste­ma­ti­che su espres­sio­ni quali “la baciò”, “la ac­ca­rez­zò”, “la portò a letto”, che di­ven­ta­no “la guar­dò negli occhi”, “la portò in giar­di­no”. Quat­tor­di­ci anni fa, mi tro­va­vo al Cairo, de­ci­si di com­pra­re i quat­tro vo­lu­mi delle . Mi die­de­ro quat­tro mi­se­ri vo­lu­met­ti. Chie­si spie­ga­zio­ni al li­bra­io: mi disse che si trat­ta­va “della ver­sio­ne mi­glio­ra­ta e de­pu­ra­ta da tutte le im­mo­ra­li­tà e le bla­sfe­mie del­l’o­ri­gi­na­le”. È una si­tua­zio­ne che si ri­pe­te an­co­ra oggi; e gli scrit­to­ri con­tem­po­ra­nei, ormai, sono ri­dot­ti a un ghet­to, iso­la­ti dai po­te­ri in gioco nel Paese».

Mille e una notte Un rin­gra­zia­men­to par­ti­co­la­re a Mi­che­la Za­not­ti per la tra­du­zio­ne si­mul­ta­nea dal te­de­sco Cre­di­ti fo­to­gra­fi­ci: Jo­sia­ne Jef­fer­son